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L'analisi

Dei 400 miliardi di Giuseppi, quanti sono i soldi veri?

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Dalla trionfalistica conferenza stampa di Giuseppi abbiamo appreso due cose: il No ai soldi veri già pronti che sono nel MES ed il Sì a 400 miliardi di prestiti interni per le aziende da erogarsi dal sistema bancario nazionale garantiti dallo Stato.

Il No al MES caldeggiato in particolare dai 5 Stelle risulta, sbrigativamente, motivato dalla inaccettabilità delle condizioni che l’accesso al denaro del fondo salvastati imporrebbe allo Stato che ne facesse richiesta.

La realtà è più articolata e, purtroppo, deve tener conto, come tutta questa crisi, delle ambizioni politiche personali di Giuseppi che fanno aggio sugli interessi dell’Italia intera.

Essendo avvocato (come sostenuto da alcuni più di se stesso che del Paese) Giuseppe sa benissimo che gli accordi sul MES devono essere interpretati attraverso una “politica del diritto” che, a livello internazionale, ha da tempo compiuto una transizione dal principio cardine del codice napoleonico per cui “pacta sunt servanda” al principio “rebus sic stantibus”: transizione che ha introdotto sia nelle contrattazioni di mercato internazionali che nei rapporti tra Stati il cosiddetto principio di “hardship”.

Il nucleo fondamentale dell’hardship è costituito dalla verificazione di eventi che modifichino talmente l’equilibrio economico dell’assetto negoziale da renderlo estremamente oneroso per una delle parti, senza tuttavia causare l’impossibilità della prestazione.

I requisiti fondamentali dell’hardship sono assai simili a quelli che integrano la fattispecie della force majeure (impossibility o frustration in common law).

La differenza principale sta nel fatto che l’hardship prevede un’alterazione sostanziale dell’assetto negoziale che tuttavia non rende la prestazione fisicamente impossibile: gli eventi che possono costituire la force majeure rendono invece la prestazione materialmente ineseguibile.

L’evento pandemico da coronavirus impatta naturalmente in modo assolutamente imprevedibile sulle regole del fondo salvastati (negoziate ante pandemia) e che avevano quale presupposto indeclinabile la “colpa” dello Stato richiedente nella creazione dei presupposti per l’accesso ai fondi.

L’evento pandemico da coronavirus risulta, naturalmente, svincolato da qualsiasi “colpa” e se, come si suol dire, colpisce in forma simmetrica tutte le economie mondiali pesa in maniera asimmetrica sulle economie dei singoli Stati secondo i fondamentali di ciascuna di esse.

L’evento pandemico risulta quindi simmetrico nella diffusione ma estremamente asimmetrico nelle conseguenze: essendo di tutta evidenza che le conseguenze economiche costituiscono la risultante sia delle condizioni di ogni singola economia e sia del fatto che l’economia di un Paese conservi o meno il cosiddetto “diritto di signoraggio” e cioè l’autonoma possibilità di emettere moneta.

Con una semplice operazione ermeneutica sarebbe quindi agevole, invocando la clausola di hardship, accedere ai fondi del MES senza dover sottostare alle condizioni più o meno pesanti negoziate anteriormente all’evento pandemico.

Naturalmente ciò scatenerebbe le ire dei Paesi europei del Nord che si vedrebbero sfuggire le sanzioni a carico dell’Italia.

E questo Giuseppi non può permetterselo essendo il suo futuro politico strettamente legato alla benevolenza europea. Benevolenza che ha una sola via: quella di far pagare agli italiani la “colpa” del proprio debito.

E qui arriviamo ai famosi 400 miliardi quale patrimoniale di sistema che l’Europa vede come sopra.

La si poteva attuare in due modi: o direttamente attraverso il prelievo forzoso di 400 miliardi dai conti degli italiani (cosiddetto modello Amato) con il rischio di una rivolta sociale.

O indirettamente, rendendola di sistema e traslando di fatto sul sistema bancario (privato) le conseguenze economiche della crisi sistemica (pubblica) in forma controintuitiva.

Dei famosi 400 miliardi solo 7 sono soldi veri.

E d’altronde, diciamoci la verità, un governo che fino all’anno scorso stentava a trovare 14 miliardi per la sterilizzazione dell’IVA ma dove li ha 400 miliardi?

L’escamotage è dato dal coinvolgimento del sistema bancario il quale sarebbe chiamato ad erogare i famosi 400 miliardi a fronte della garanzia, quale garante di ultima istanza, dello Stato per il tramite della SACE.

Ma noi non siamo l’Inghilterra nè gli Stati Uniti d’America nè la Russia e neanche la Cina, nazioni che hanno mantenuto il cosiddetto “diritto di signoraggio” e cioè la possibilità di emettere moneta.

Per cui avere come ultimo garante lo Stato significa tutto e non significa nulla.

E dimostrarlo è semplicissimo.

Si faccia un breve esercizio teorico. Immaginiamo che i 400 miliari le Banche li erogano tutti alle imprese.

Immaginiamo che, per eventi prevedibili e/o imprevedibili, le imprese non possano restituirli. A questo punto le Banche dovrebbero andare dallo Stato il quale non ha soldi propri ma deve trovarli sui mercati finanziari attraverso l’emissione di titoli. A questo punto lo Stato potrebbe o “nazionalizzare” il debito o sostituirlo con propri titoli anche irredimibili per non far saltare il sistema bancario.

Cioè sostanzialmente con una patrimoniale a carico dei correntisti “c.d. bail in”.

L’aspirazione dei Paesi del Nord Europa e cioè di far pagare con l’espropriazione dei conti e delle case il debito agli italiani.

Bisognerà naturalmente attendere le reazioni del mondo bancario che il pericolo lo ha già “fiutato” e probabilmente reagirà non con ostilità “manifesta” ma con il muro di gomma legato alla “proceduralizzazione” dell’intervento erogativo che tutto sarà meno che rapido, sicuro e burocraticamente semplificato.

D’altronde la vicenda dei 600 Euro per gli autonomi e le partite IVA ed il collasso dell’INPS sono esempio recentissimo.

Il prezzo che il Paese si accinge a pagare all’incertezza sul destino politico di Giuseppi e della sua maggioranza potrebbe risultarne enorme.

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