Home News Deregulation, interesse nazionale, sussidiarietà: le stelle polari del centrodestra dopo la globalizzazione “cinese”

La sfida del centrodestra

Deregulation, interesse nazionale, sussidiarietà: le stelle polari del centrodestra dopo la globalizzazione “cinese”

0
220

Quali dovrebbero essere le priorità, le parole d’ordine, i punti programmatici alla base della coalizione di centrodestra ora che l’Italia deve affrontare la dura sfida della ripresa dopo l’epidemia di coronavirus gestita (male, malissimo), dal governo giallorosso di Giuseppe Conte? Come si può trasformare in fatti e progetti la presenza critica mostrata nelle manifestazioni del 2 giugno, in termini di risultati concreti per il paese, più ancora che di consensi elettorali?

La bussola di una destra occidentale in questo difficile momento storico di nuova stagnazione – ancor più in Italia, dove la recessione da Covid è stata un potente temporale caduto su un terreno già da lungo tempo acquitrinoso – deve essere quella che porta dalla parte giusta dello spartiacque che, con sempre maggiore evidenza, segnerà nei prossimi anni la contesa politica nelle democrazie occidentali. Lo spartiacque tra chi pone la crescita dell’economia, dei consumi, dell’occupazione nei propri paesi sopra ogni altro obiettivo, e chi, se non invoca proprio una decrescita felice (il primo morso velenoso dell’impoverimento da pandemia dovrebbe aver fatto un po’ almeno vergognare chi ha a lungo vaneggiato queste sciocchezze), quanto meno si balocca con polverose e vacue utopie di “sviluppo sostenibile”, si lascia incantare dal “gretismo” sognando il grande futuro dell’economia “green”, pesantemente sussidiata da stati e Unione europea caricando di tasse i cittadini, o pensa che società industrializzate e digitali possano mantenere il loro tenore di vita grazie a redditi di cittadinanza, o addirittura “universali”, con una presenza sempre più invadente di uno Stato (e di organizzazioni internazionali) che facciano da balia a popolazioni ormai rassegnate all’inattività perpetua dei NEET (chi non studia, non lavora e non cerca nemmeno più di costruirrsi una vita autonoma) .

Ecco. Una destra occidentale in questo momento della storia deve essere innanzitutto il contrario dell’abulia, del languore, dei tentacoli sempre più soffocanti avviluppati da ideologie immobiliste, da società che guardano il proprio ombelico, convinte sia il meglio che possono fare per se stesse e per le generazioni future (sempre più esigue, dato il calo della natalità ed il compiacimento con cui esso viene accolto da “gretini” e affini).

La destra deve essere il partito degli “spiriti animali”, lo schieramento che ritiene una priorità assoluta liberare le energie vitali della società, le attitudini alla creatività, alla competizione, al rischio, la sacrosanta ricerca della ricchezza, parola da non demonizzare ma incoraggiare, invocare, possibilmente far di tutto per diffondere.

E se questo vale per l’Occidente intero acciaccato da 20 anni di globalizzazione “cinese” finita tragicamente, emblematicamente in pandemia; se vale per l’intorpidita, invecchiata, insterilita, impaurita Europa, che pare aver disimparato il coraggio di esplorare e costruire proprio della sua storia millenaria; allora vale ancor più a maggior ragione per l’Italia, da decenni fanalino di coda delle economie industrializzate, zavorrata implacabilmente da un debito gonfiato con la stessa mancata crescita, da un apparato statale soffocante, costosissimo e inefficiente, da una prassi giuridica regolarmente anti-business, che scoraggia qualsiasi impresa.

Sposare la crescita senza se e senza ma, senza distinguo, senza paure, senza moralismi vuol dire ispirare la propria azione politica a tre grandi punti di riferimento, che vanno tenuti saldamente insieme.

Il primo porta il nome e cognome di Ronald Reagan. Il governo non deve essere parte del problema, deve togliere più che aggiungere, deve disincrostare, lasciare che il magma della operosità, dell’intelligenza, dell’industriosità venga fuori, si affermi, produca benessere senza essere ostacolato.

La lotta contro una pressione fiscale assassina e suicida in nome della “flat tax” – obiettivo sacrosanto dei partiti di centrodestra italiani negli ultimi anni – non può rimanere una parola d’ordine di bandiera, svincolata dal resto della politica economica e dal governo della macchina pubblica. Deve inserirsi in un progetto ambizioso, e abbracciato con convinzione, di riduzione strutturale della spesa pubblica, di deregolamentazione, di delegificazione. Se la destra vuole essere il partito della crescita e del benessere, deve abbandonare completamente le suggestioni neo-stataliste a cui negli anni Dieci un “sovranismo” male inteso ci ha abituato, e che hanno condotto a politiche controproducenti come il “Quota cento” della Lega nel governo gialloverde. Se le norme dell’Ue e della zona Euro ci impediscono di fare politiche di crescita in deficit, l’unica soluzione è il salasso salutare da infliggere al parassitismo statalista una volta per tutte: lasciare interamente al mercato servizi locali, telecomunicazioni, trasporti, digitalizzare totalmente l’amministrazione pubblica dimagrendo definitivamente gli apparati ministeriali, bloccare una volta per tutte le sanatorie nella scuola dando agli istituti la possibilità di dimensionare e scegliere in piena autonomia, anche finanziaria, i propri organici, e via di questo passo.

Ma il recupero del liberatorio, vivificante spirito reaganiano non ha possibilità di avere successo, nel XXI secolo avanzato e al tramonto della globalizzazione “low cost” asia-centrica, se non si integra con la lezione del nuovo leader dell’America “crescitista”, odiato da tutta la sinistra radical-chic, politicamente corretta, e “gretina”: Donald Trump. Perché la grandezza di Trump è stata soprattutto quella di comprendere che la crescita, la competizione, il mercato in un paese altamente industrializzato dell’Occidente oggi non può che passare attraverso una paziente, ostinata opera di “reshoring” dei capitali, che inverta la nefasta tendenza alla delocalizzazione, al “dumping”, allo svuotamento delle imprese nazionali in favore di élites tecno-finanziarie transanazionali che non generano nessuna ricaduta positiva sulla qualità della vita di un paese.

Anche l’Italia, come gli Stati Uniti, ha bisogno di una leadership liberal-conservatrice nazionale decisa a riattrarre, attraverso una politica fiscale vantaggiosa finanziata dal dimagrimento dello statalismo, imprese e investimenti italiani – oltre che ad attrarre quelli esteri – in grado di generare lavoro nei suoi confini, di cementare la comunità invece di dissolverla. E ha bisogno – l’emergenza Coronavirus lo ha drammaticamente dimostrato – di rendere autonome le “supply chains” relative ai settori essenziali per la sicurezza della società nazionale, come quello sanitario e farmaceutico in primo luogo, evitando di trovarsi esposti a stati di eccezione che pongano il paese in balìa di interessi nazionali estranei e facilmente ostili, come proprio quello cinese in primo luogo, oltre che di porre in pericolo, come si è visto, quelle libertà personali sancite dalla Costituzione che una destra liberale e conservatrice dovrebbe sempre difendere senza compromessi.

In tal senso, una certa dose di “sovranismo”, cioè di recupero della centralità dell’interesse nazionale, è non soltanto ammessa ma doverosa, e rappresenta il necessario complemento protettivo alla liberazione degli “spiriti animali” della società: la ricchezza, il benessere, la crescita, non possono vivere nell’insicurezza. In tal senso il centrodestra sarebbe suicida se non mantenesse ferma una politica rigorosa di difesa dei confini nazionali anche dall’immigrazione clandestina, che non fa alcun bene all’economia nazionale – come ideologicamente sostengono i progressisti multiculturalisti – ma al contrario deprime i salari, favorisce gli imprenditori peggiori, disgrega il tessuto sociale, rende i centri urbani grandi e piccoli sempre meno attraenti per la socialità e le attività economiche del terziario, del turismo, dell’ospitalità.

Infine, il terzo punto di riferimento esseniale di una destra occidentale – e italiana – del ventunesimo secolo maturo, il complemento ideale dello spirito reaganiano e di quello trumpiano, si compendia in due nomi: don Luigi Sturzo e don Luigi Giussani. In altri termini, la sussidiarietà come dimensione ideale, senso ultimo, di una società liberale e di una nazione in grado di difendere il proprio interesse nel mondo globalizzato.

La sussidiarietà non è altro che la “presunzione” di autonomia della società, l’atto di fiducia nella sua capacità di badare a se stessa senza imposizioni dall’alto. In tal senso, essa si incontra con la liberazione delle energie produttive e dei consumi perché parte dal presupposto che gli “spiriti animali” si incanalino fisiologicamente nella comunità, piuttosto che lacerarla. L’idea che la società non sia un aggregato indistinto di individui isolati, ma una rete di cellule, di sinapsi in cui la famiglia e le comunità locali rappresentano il principale tessuto connettivo, deve essere la bussola di una destra non “hobbesiana”, ma “tocquevilliana”.

Mercato e competizione non dividono, ma uniscono nel segno della complementarità, se si fondano nella opzione di fondo in favore della famiglia naturale (sancita dallo Costituzione, e da difendere a tutti i costi nel suo significato originario) e della vita umana, sacra dal concepimento alla morte naturale. Perché la crescita economica presuppone quella demografica, e la solidità delle cellule basilari in cui la cultura italiana affonda le sue più profonde radici. E perché la vitalità del mercato, dei consumi, delle idee ha assoluto bisogno di una società giovane anche anagraficamente, pronta a gettarsi nella mischia, a rischiare, a rispondere a sfide nuove con soluzioni nuove.

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here