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Desiderio di verità! Mario Luzi e la via per uscire dalla solitudine

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Se il tragico contemporaneo esiste, risiede in questo indifferenziato che impedisce il confronto”, scriveva il poeta, saggista e drammaturgo Mario Luzi nel 1960 per la traduzione dell’Andromaca di Racine, precisando che vivere in un contesto dove manca la possibilità di paragone tra il negativo e il positivo, porta alla stasi, all’appiattimento umano, culturale, spirituale. Salta l’essenza stessa del dramma, la rappresentazione emotiva dell’uomo che nell’atto dell’autocoscienza riflette sulla propria condizione e si ri-conosce.

Shakespeare aveva fissato questo altissimo momento in quel celeberrimo, quanto stra-banalizzato, dubbio amletico (“Essere o non essere, ecco la questione …”), nel quale ferma l’azione teatrale, il turbinio frenetico della vita, per aprire un varco all’autoriflessione, a quell’altrettanto frenetico flusso di pensieri, e tentare un discernimento sul proprio agire e sul proprio essere. Questo riconoscersi è appunto il momento più alto e drammatico della coscienza umana. Se da una parte ci si ricolloca nella giusta posizione come essere-pensante, essere-nel-mondo, dall’altra è in questo confronto, difronte all’abisso dell’io, che si percepisce la propria condizione tragica di impotenza nei riguardi soprattutto della morte.

Oggi dobbiamo ammettere che, tra cuffiette, cinguettii, hashtag, ecc. facciamo di tutto per occupare ogni più piccola fessura di silenzio, di attesa e possibilità di incanto e di incontro; la noia è stata bandita in questa società come fosse un mostro disumano. Ma non sarà che, forse, è proprio nel vuoto di quel tempo tra un’attività e l’altra che si sedimenta il pensiero, che la mente rielabora le nostre azioni, che si sviluppa e scatta l’intuizione creativa, che il proprio io lavora nella sua maturazione abituandosi pian piano a guardarsi, ad accettarsi, a discernere e delinearsi, a cum-prendere tutto di sé e, quindi, ad unificarsi? Non è che forse abbiamo preso una strada sbagliata?

 “volgiti e guarda il mondo come è divenuto, / poni mente a che cosa questo tempo ti richiede, / non la profondità, né l’ardimento, / ma la ripetizione di parole, / la mimesi senza perché né come / dei gesti in cui si sfrena la nostra moltitudine / morsa dalla tarantola della vita, e basta.” (Nel magma, 1966)

Luzi avverte che c’è qualcosa di più terribile della condizione tragica dell’uomo – dove almeno sussisteva la ricerca riflessiva, il movimento del dubbio –  ed è la fine di questa stessa condizione nel momento in cui la tragedia “non ha più la forza nemmeno di esprimersi” (Hystrio, 1987). Questo è accaduto nel Novecento, dove l’alienazione dell’uomo moderno da se stesso si è fatta talmente marcata da farlo sentire “gettato” nel mondo senza avere la piena percezione di sé, né del perché debba compiere certe azioni. Ma soprattutto si è sentito solo. Heidegger parla di deiezione (Verfallenheit) dell’uomo, quando vive questa dimensione inautentica, immerso in una massa ma senza relazione autentica con il prossimo, quando vive in un “Si” impersonale che toglie soggettività a qualunque decisione. In questo “limbo, dove il dolore s’aggira lusingato dalle sue illusioni” è smarrito il termine di paragone con il quale confrontarsi e anche controllarsi; da qui le strade sono due: nichilismo o nevrosi, implosione o esplosione. Ma questo per Luzi è l’inferno, la stasi dell’uomo, perché esso è propriamente “il luogo e il tempo in cui la speranza è stata definitivamente delusa” (L’inferno e il limbo, 1945).

Ecco il “rovello” del poeta toscano alla ricerca di una terza via, quella purgatoriale – cioè quella umana – per poter attraversare questo difficilissimo transito nel quale siamo tutt’ora invischiati, mosso da un “desiderio di verità” che traspare in tutto il suo lungo percorso e si dipana in questo doppio movimento verso il proprio autentico sé e il volto dell’altro. Una strada certamente inedita, distante sia da un astratto Idealismo o un Romanticismo ormai troppo sentimentalista, ma anche da un Neorealismo che il poeta sentiva troppo stretto e miope nel leggere le complicate vicende del dopoguerra.

“E’ difficile spiegarti. Ma sappi che il cammino / per me era più lungo che per voi / e passava da altre parti” (Nel magma, 1966).

Difatti Luzi, dall’Ermetismo degli anni ’40, in un “deserto di grida soffocate” (Un brindisi, 1944), quasi a voler conservare la purezza della parola di fronte al pericolo della manipolazione propagandistica, si aprì ad un nuovo linguaggio – da quella inaspettata raccolta “Nel magma” (1966) in poi – dove prosa e poesia si mescolano e l’azione diventa teatrale. Il Vero infatti, per essere onorato, non può non essere cercato anche nella fitta selva delle vicissitudini umane, addentrandosi nel caotico, sofferente, quotidiano e corale concerto di voci che affiorano “dal fondo delle campagne”. Per restituire dignità alla Parola e all’uomo il poeta capisce che deve ridare voce anche a coloro che non l’hanno: esistenze dimenticate, relegate, “trafila di anime lungo la cornice”, storie che non verranno ricordate nei manuali scolastici se non sotto i generici e alienanti termini di “massa” o “popolo”.

Il cammino purgatoriale e di rinascita dell’uomo frammentato passa attraverso il “fuoco della controversia”, il recupero del contatto con la realtà nuda, carne viva e sanguinante, l’humus umano, scende nel “gorgo di salute e malattia”; ma si dirige anche verso il recupero della memoria perché “essere è non dimenticare”. Se l’uomo è Dasein, cioè essere-nel-mondo (quindi essere-storico)  è vero che non si è fatto da sé, ma è un essere in relazione, ed è solo qui che ritrova la sua naturalezza. La Storia poi, sia singola che collettiva, è sempre un intreccio tra “oscuro e manifesto”, tra ciò che appare e ciò che rimane inconscio, obliato. L’oscuro è più grande dell’evidente: è quell’innumerevole sequenza di voci, vite, di volti nascosti, che la grande macchina mediatica ignora, eppure c’è. Anche noi siamo fatti di tutto ciò che la nostra mente ha rimosso e obliato, di ogni parola non detta, soffocata, di quei sogni smarriti e delusi, lacrime segrete e speranze inespresse, desideri ancora sconosciuti e paure mascherate, immagini sfocate di un’infanzia perduta a cui ancora aspiriamo.

In Luzi non ci sono facili risposte da inseguire come la bandieruola degli ignavi, rimane la domanda, una possibilità aperta, c’è un cammino a ritroso da compiere per uscire dalla malattia dell’uomo moderno, cioè dall’inferno della stasi, ed è uscire da un sé inautentico per entrare nel vero io, lasciarsi guidare giù nell’abisso, attraversando le proprie morti e risalire alla propria origine, “dalla foce alla sorgente” per tornare a “rimirar le stelle”.

“Ancora combattimento? – / Mi scrutavano in viso / Sui passi di frontiera. / – Ancora combattimento, ancora combattimento” (“Il gorgo di salute e malattia”, in “Su fondamenti invisibili”)

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