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Guerra a Kabul

Di cosa si parla quando parliamo del “surge” in Afghanistan

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Ciò di cui si sta discutendo in conseguenza delle esternazioni infelici del generale Mc Crystal non riguarda un caso di insubordinazione, ma il giudizio della situazione in Afghanistan. In altri termini, la strategia elaborata dal generale sul modello della famosa surge sperimentata da  Petraeus in Iraq è valida per Kabul? E, in caso di risposta positiva, sta funzionando?

Possono, in apparenza, sembrare due domande simili; in realtà qui si sta discutendo di due cose diverse, se cioè gli obiettivi politici sono giusti e se la strategia militare scelta per raggiungere quegli obiettivi sia quella corretta. E’ stato Clausewitz a teorizzare con chiarezza per la prima volta la differenza tra scopi politici e obiettivi militari, tra politica e guerra affermando con forza che la seconda serve solo per raggiungere i fini che la politica si è data.

Noi occidentali siamo abituati a considerare il modello delle guerre sulla terribile esperienza europea delle distruzioni del Novecento, conflitti che videro mobilitazioni totali e dove il fine politico, la liberazione dalla tirannide nazi fascista, coincideva con lo scopo militare: la distruzione delle forze nemiche fino alla resa incondizionata. Ma questo non è il caso delle guerre moderne. In Afghanistan, il passaggio dalla decisione politica a quella militare non è immediata perché il fine politico deve riuscire a selezionare l’obiettivo militare preciso ed essere ad esso coerente.

E qui arriva l’intervista di Mc Crystal perché ha messo in risalto proprio la diversità di giudizi sia sui fini politici che sugli obiettivi della campagna afghana. Il primo dato è una semplice constatazione: l’offensiva di Marja non sta dando i risultati sperati, il governo di Karzai è in uno stato pietoso in bilico tra corruzione, narcotraffico e impotenza, l’esercito afghano ancora non è in grado di combattere da solo, i confini con il Pakistan sono un cola brodo e i servizi segreti di Karachi non si capisce bene da che parte stiano, se con i talebani in funzione anti indiana o con gli alleati.

Stando così le cose, quali sono gli obiettivi possibili affinchè si possa dichiarare una parvenza di vittoria e iniziare a ritirare il grosso delle truppe? Questo è il punto: in che cosa consiste la vittoria? E’ credibile che riesca un’azione di contro-insurrezione che si basa sulla creazione di un governo centrale forte e stabile e sulla conquista del consenso della popolazione? Oppure bisogna accontentarsi di tenere a bada i talebani con azioni di truppe speciali, uccisioni mirate con i droni, oppure addirittura a lasciare loro il terreno ma limitarsi a colpire i più estremisti e vicini ad Al Qaida ? Domande non facili, ma prima di ridurre lo scontro tra McCrystal e Obama ad un semplice atto di ribellione o ad un gesto di ingenuità, è necessario rispondere con attenzione alle domande che la guerra in Asia centrale solleva.
 

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1 COMMENT

  1. Ribadisco ciò che dico da
    Ribadisco ciò che dico da un po’, me l’ha confermato un caro amico di ritorno dall’Afghanistan. NON VINCEREMO, nè con il surge nè ammazzando civili, nè comprando i talebani. Essi hanno retrovie sicure in Pakistan e Iran, rifornimenti e addestramento su entrambi i fronti… Essi si sono sparpagliati ovunque e hanno solidi legami con i Pashtun, che non li tradirebbero mai, salvo azioni controproducenti. Essi non temono la morte, a differenza nostra. Essi hanno tempo illimitato, generazioni intere per mandarci a casa, noi non abbiamo troppo tempo. A Marjah l’offensiva ha funzionato? No, i Talbeani sono lentamente ed invisibilmente tornati, presenti, subdoli, sfuggenti. NON SI PASSA in quelle terre, lo dice la storia.

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