Di Ezra Pound si può dire di tutto tranne che era un libertario

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Di Ezra Pound si può dire di tutto tranne che era un libertario

01 Marzo 2009

Stavolta la mia non sarà solo la recensione a un libro (il volume di Erza Pound, Il carteggio Jefferson-Adams come tempio e monumento), ma anche la recensione alla recensione che al libro di Pound  Giulio Giorello ha scritto per il “Corriere della sera” del 18 febbraio scorso. Avete presente chi è Pound? Il geniale poeta dei Cantos, certo. Ma anche il saggista che fustiga il capitalismo perché divinizza il denaro, che condanna la produzione moderna di ricchezza perché si basa sul denaro che genera denaro, cioè sul niente che genera niente, sull’astratto che genera astratto, che nell’interesse sui prestiti chiesto dagli istituti di credito vede una forma neppure tanto camuffata di usura, che odia sopra tutto il modo di vivere borghese, il tipo spirituale borghese, che ama la dirittura morale, l’austerità, perfino lo spirito rivoluzionario, tutto, purché si eviti la tranquilla vita borghese, che vede negli anni fra le due guerre in Mussolini (a regime già consolidato) un rivoluzionario, che non disdegna Hitler, che guarda con sommo disprezzo alle liberaldemocrazie pavide e polverose. Ah, dimenticavo: il tutto è condito da un pizzico di antisemitismo, che non poteva mancare. Il credito, il denaro, l’adorazione dell’oro, sono per lui tutti istituti e valori ebraici, mercantili e materialisti.

Questo è il personaggio. Interessante, interessantissimo poi per lo storico del pensiero politico: alla pari di Ernst Jünger, di Louis-Ferdinand Céline, di Julius Evola, di tutti quegli autori che nel corso del Novecento hanno incarnato la posizione ideologico-politica della destra radicale. Nessun regime esistente era adeguato alle loro idee: tutti troppo attenti al compromesso, tutti troppo moderati, tutti troppo plebei. La loro visione della storia era aristocratica e populista insieme: composta di figure straordinarie che si ergevano come titani sui poveri cristi, sulla gente comune, sopravanzandoli per eroismo e purezza, ma anche dell’adesione immediata della gente comune al capo carismatico. La purezza – che in loro significa radicalità delle idee professate – li porta ad amare le soluzioni estreme: provano simpatia per i capi dei regimi totalitari nell’Europa del tempo, e per i più sanguinari di essi.  Sognano un mondo ripulito da tutte le sozzure, da tutta la feccia che lo riempie: dagli ebrei agli americani, dai pantofolai ai mercanti, dai democratici ai liberali.

Nel saggio di Pound tradotto ora a cura di Luca Gallesi alcune di queste idee sono ribadite applicandole al suo paese, gli Stati Uniti: secondo Pound solo presidenti come Thomas Jefferson e John Adams erano stati all’altezza del compito, avevano avuto un’idea alta dell’America e del suo destino nel mondo. Coloro che erano succeduti loro avevano perduto (o tradito) l’idea originale di una civiltà americana: quella di cui la corrispondenza tra Jefferson e Adams afferma l’esistenza. Quei due uomini credevano che gli Stati Uniti avessero una loro identità, da preservare e difendere rispetto a quella europea o – peggio – moscovita. Quel retaggio culturale (che era stato creato fra il 1776 e il 1830) doveva essere valorizzato, non onorato come qualcosa di morto e sepolto. La contrapposizione contenuta nel testo è proprio fra valori, idee e personaggi considerati come defunti, sulla cui pietra tombale si può andare a commuoversi, e valori, idee e personaggi visti come “tempio e monumento”, ossia come incitamento ed esempio vivente all’azione e al comportamento di un popolo.

Quei valori, idee e personaggi erano “civili”. Pound scrive: “Per lo scopo e/o la durata di questo saggio definirò come uomo civile colui che può dare una risposta seria a un quesito serio e il cui insieme di riferimenti mentali non si limita alla mera acquisizione del profitto.” Sempre, la civiltà vera è nemica del profitto, dell’oro, del valore materiale. Gli Stati Uniti sono una razza la cui azione è dotata di un senso nella storia ed è tenuta insieme da una identità nazionale: una civiltà autentica, una civiltà elevata (“paideuma” la chiamava Pound) consiste nel perpetuare il retaggio culturale di quella razza e nel comprendere il senso della sua storia. Una civiltà siffatta è anche sociale, davvero popolare, al contrario delle civiltà presenti. Una civiltà siffatta è un tutto organico, una vita non ancora frammentata in pezzi separati.

Che cosa trasporta verso il basso una civiltà autentica? Il peso della materia, la considerazione dei princìpi non nella loro totalità ma nei loro frammenti separati l’uno dall’altro, lo spezzettamento della vita. Sia Marx sia il cattolicesimo sociale (Pound fa riferimento alle due principali forze critiche del capitalismo in quel momento) sbagliano in un punto essenziale:  criticano la circolazione del denaro ma non vedono il centro della questione, che è la commercializzazione della vita, la vita vista sotto la forma dello scambio (Pound lo chiama “trasferimento”).

Ora, dell’ideologia di Pound ognuno può pensare quello che vuole, bene o male: può apprezzarla o detestarla. Quello che appare più difficile è definirla “libertaria”. E’ quanto fa Giorello nella recensione al libro dal titolo “Elogio libertario di Ezra Pound”. E’ vero che i titoli sono sempre redazionali, ma Giorello scrive che Pound si è scagliato contro i tiranni, contro ogni dispotismo, che è sempre stato uno spirito libero: “mai sacrificare libertà e responsabilità dei singoli individui al sogno della centralizzazione burocratica o della sorveglianza totale, fosse pure in nome dell’efficienza, della sicurezza, o magari della sacralità della vita.” Intanto, ci piacerebbe sapere contro quali tiranni Pound si sia scagliato: contro Hitler, Stalin e Mussolini oppure contro i banchieri e i commercianti? La sua ammirazione per Mussolini non è affatto “curiosa”, come Giorello scrive. La tirannia contro cui lotta appare più la tirannia dell’”oro” di mussoliniana memoria (alla quale avrebbe dovuto rispondere il “sangue” dei popoli giovani) che non una protesta anticapitalista. Del resto, anche una parte dell’ideologia fascista e nazista si basò proprio sull’anticapitalismo.

“Libertarian” indica in inglese l’anarchico di destra. In italiano, però, il termine “libertario” non designa la stessa cosa: indica piuttosto chi valuta la libertà da costrizioni e vincoli come prioritaria in una comunità rispetto alla sottomissione a regole e al rispetto del bene comune (che implica che la necessaria esistenza di uno Stato). Pound è molto diverso da un libertario (nel senso italiano del termine): della sua visione del mondo fanno parte gerarchia e razzismo, antisemitismo anticapitalista e ammirazione per gli uomini forti, eroismo e antimodernismo, spirito antiborghese e incitamento a distruggere lo stato presente delle cose, insomma reazione e rivoluzione. Era sì per una distruzione violenta degli stati liberaldemocratici e borghesi: ma per edificare comunità di sangue. Non basta dunque, per definire la sua ideologia politica, sottolineare il suo anticentralismo, come si legge nella recensione di Giorello. In altri termini, Pound non è solo un federalista o un anarchico: è un pensatore della destra radicale.

Ma, del resto, come stupirsi? Pound è sempre piaciuto molto a sinistra: colpì anche Alfredo Salsano, che ne fece pubblicare L’ABC dell’economia da Bollati Boringhieri nel 1994. Gli fece dimenticare che non basta opporsi insieme a una stessa cosa (lo spirito borghese, il denaro, il credito) per pensarla in modo identico. L’opposizione al capitalismo di Pound è opposizione all’usura, al materialismo, alla democrazia del modo di vita, alla separazione tra morale e politica, tra Chiesa e Stato, tra individuo e comunità, tra parti e tutto, tra economia e politica, è lode della comunità pre-moderna e dei suoi valori indivisi, è identificazione del commercio con l’ebreo. Lo definiremmo un bell’esempio di radicale di destra, secondo la lucida classificazione di Dino Cofrancesco (in “Per un’analisi critica della destra rivoluzionaria. Dal nazionalismo al fascismo”, Genova, Ecig, 1984).  

Per i libertari nutro la massima simpatia, il massimo rispetto. Ma un po’ di chiarezza concettuale non guasta, anche nel loro mondo. Insieme, forse, a qualche lettura più adatta.

Erza Pound, Il carteggio Jefferson-Adams come tempio e monumento, Milano, Ares, 2008, pp. 84, euro 10.