Di fronte al caos arabo per Israele la cautela è d’obbligo
08 Marzo 2011
Gerusalemme. La rivoluzione che scuote il mondo arabo è agli inizi e nessuno può predirne gli esiti. Per Israele, paese in prima linea, la cautela è d’obbligo. Una linea di cui si è fatto paladino il premier, Bejamin Netanyahu. Quando l’onda dalla lontana Tunisia è giunta alla porta di casa, l’Egitto ha raccomandato ai suoi ministri il silenzio. Fino all’ultimo, ha evitato ogni commento che suonasse come una presa di distanza dal presidnete egiziano Mubarak. Nei giorni in cui la rivolta sociale cresceva in piazza Tahrir, ha cercato invano di convincere l’amministrazione Usa a non abbandonare precipitosamente l’ultimo Faraone, paventando che una transizione non guidata e un ricorso rapido alle urne avrebbero favorito la forza nell’opposizione di gran lunga più organizzata, anche se fino a quel momento relativamente nell’ombra , i Fratelli Musulmani.
La prima mossa della Giunta militare di Tantawi è stata volutamente rassicurante: la conferma che il nuovo Egitto rispetterà tutti gli accordi internazionali, incluso l’accordo di pace con Israele del 1979. Ma il futuro è carico di insognite. Dalla defenestrazione di Mubarak, diversi fatti negativi sono già accaduti: l’Iran ha inviato, per la prima volta in trenta anni, due navi da guerra nel Mediterraneo attraverso il canale di Suez; lo sceicco Yusuf Qaradawi, persona non grata al Cairo per lungo tempo, ha potuto pronunciare un sermone incendiario davanti a centinaia di migliaia di persone a piazza Tahrir; e il gasdotto che approvvigiona Israele del 40 per cento del suo fabbisogno di gas è stato danneggiato da un attentato in Sinai, costringendo Israele ha bruciare il più caro se inquinante gasolio per evitare black out elettrici.
L’allargarsi della protesta alla Libia di Gheddafi ha suscitato maggiore entusiasmo a Gerusalemme. Lo stravagante colonnello non ha mai avuto un fan club israeliano, eccezion fatta per alcuni deputati arabi che ora si battono il petto pubblicamente per essere andati, lo scorso anno, alla sua corte… Gheddafi amava nascondere le palesi violazioni dei diritti umani nel suo paese additando Israele come origine di tutti i mali nel mondo arabo. Per questo poco nobile scopo, gli è stato anche dato il pulpito del Comitato per i diritti umani.
Per Israele comunque, il problema dei problemi, la minaccia esistenziale resta l’Iran. Per questo, nel commentare positivamente la richiesta statunitense a Gheddafi di togliere il disturbo, Netanyahu ha auspicato lo stesso atteggiamento nei confronti di Ahmedinajad. Una osservazione che suona come una velata critica ad Obama, che tentennò non poco prima di sostenere l’opposizione iraniana, quando due anni fa scese in piazza per denunciare brogli elettorali.
L’Iran resta il pomo della discordia tra Israele e gli alleati. Nelle cancellerie occidentali si tende a credere che ogni controversia sia risolvibile: si tratta di trovare il giusto compromesso che soddisfi entrambi gli avversari. Israele ritiene che questo approccio derivi da una profonda incomprensione della natura del regime islamico. Teheran – si osserva a Gerusalemme – si prende gioco dei tentativi dell’Occidente di forgiare un compromesso. L’obiettivo strategico dell’Iran è di stabilire una egemonia in Medio Oriente, in contrasto con quella statunitense. Un obiettivo che prevede la liquidazione di Israele, proclamata a parole e perseguita nei fatti, con il riarmo delle forze più estremiste, Hamas e Hetzbollah. Il programma nucleare è la ciliegia sulla torta, il sugello di un disegno che può essere fermato solo se l’Occidente, a gli Stati Uniti che ne sono la guida, oltre a sanzioni economiche paralizzanti mostra di avere pronta una credibile opzione militare.
In una situazione così complessa e imprevedibile, sarebbe opportuno che tra i leader di Israele e Stati Uniti esistesse un solido legame di fiducia. Purtroppo, è vero il contrario. Obama e Netanyahu nutrono una reciproca diffidenza. Poche settimane fa, Netanyahu ha evitato per un soffio un grave scacco diplomatico. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha bocciato una risoluzione che definiva gli insediamenti illegali solo per un sofferto veto statunitense. Gli altri 14 membri hanno votato a favore, inclusi due Paesi sensibili alle ragioni di Israele come la Francia di Sarkozy e la Germania della Merkel. La quale ha anche atto filtrare il contenuto di una burrascosa telefonata col premier israeliano, che l’ha chiamata per lamentarsi del voto favorevole della Gerrmania all’Onu e per tutta risposta si e’ beccato una dura requisitoria per le sue molte promesse non mantenute.
L’immobilismo non paga più neppure sul piano elettorale. Da settimane, nelle proiezioni il Likud perde terreno al centro, verso Kadima di Tzippi Livni e a destra verso Israel Beitenu di Avigdor Lieberman. Finora Netanyahu ha scaricato s le colpe dello stallo diplomatico sul presidnete Abu Mazen che non accetta di trattare senza il preventivo congelamento degli insediamenti. Ora però la pressione esterna e interna si è fatta così forte che il premier sembra essersi convinto a tentare di rompere la morsa. La scorsa settimana ha strigliato i dirigenti del suo partito, ansiosi di varare un piano di nuove costruzioni nei Territori, dicendo loro di accontentarsi delle costruzioni già approvarte. Contemporaneamente, ha sospeso le riunioni del cosidetto “gruppo dei 7”, una sorta di Consiglio dei ministri ristretto. Ha fatto sapere che sta lavorando ad un nuovo piano diplomatico. I dettagli dovrebbe annunciarli in un prossimo “secondo discorso” di Bar Illan (dal nome dell’Università dove un anno e mezzo fa annunciò di essere favorevole ad uno Stato palestiense demilitarizzato).
La strada, per Netanyahu è in salita. A Washington sono i pochi a creder che faccia davvero sul serio. Per non parlare dell’Europa. Quanto ai palestiensi, hanno già detto no al ventilato Stato con confini provvisori. Al premier questa volta non basterà l’arte nella quale eccelle, la retorica. Dovrà fare gesti. Assomigliare un po’ al suo ex compagno di partito e grande avversario politico, Ariel Sharon.
