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Il trionfo del 2009

Di Pietro sogna un centro reazionario per guidare l’Italia

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Alle europee del 2009 l'Italia dei Valori ha quadruplicato il suo consenso, strappando elettori al Pd, alla Lega, all'Udc, alla "sinistra antagonista". Di Pietro ha attaccato frontalmente le istituzioni, il presidente della Repubblica, delegittimando le basi del nostro sistema democratico. Pubblichiamo un estratto della biografia che Filippo Facci ha dedicato al leader dell'Idv, uscita per Mondadori.

Candidato un bel calabrese, c’era il problema del Nord, punto debole dell’Italia dei Valori. Tonino ci mise poco: s’improvvisò leghista. Nel Settentrione presero a comparire dei manifesti identici a quelli che fecero la fortuna della Lega alla fine degli anni Ottanta.

Ha scritto Giancarlo Perna: "In trasferta pasquale nella campagna cuneese mi sono imbattuto, all’angolo di un viottolo, in un vistoso cartellone elettorale. Nel mezzo, un grosso pollo pronto per lo spiedo. In alto, la scritta: «Pioggia di miliardi per lo spreco nel Sud». Sud scritto a caratteri enormi per attirare attenzione e rabbia. Insomma, la solita solfa della Lega che nella Provincia Granda ha buon seguito. Intorno al pollo – mesto simbolo del contribuente padano spennato da Roma ladrona – l’elenco dei finanziamenti pubblici buttati al vento per il Sud: «Roma & Co: 1000 miliardi» (vecchie lire, Ndr); «Napoli & Co: 1.000 miliardi» …; «Catania & Co: 280 miliardi»; «Terremoto del Belice dal 1968: 76 miliardi». L’ultima voce è curiosamente dedicata ad «Alitalia & Co: 600 miliardi». Può darsi – ho pensato – che i leghisti, indispettiti per il declassamento di Malpensa in favore dell’aeroporto romano di Fiumicino, non la considerino più la compagnia di bandiera ma una linea aerea sudista. Così, giungo al fondo del cartellone dove il partito si firma. Leggo e trasecolo. Su una prima riga c’è scritto: «Fermiamo il governo Pdl-Lega». Sulla seconda: «La Lega condona, Italia dei Valori non perdona». Accanto, bello grosso, il simbolo di Totò Di Pietro".

Al di là della copia spudorata, c’era una strategia. La si poteva anche apprendere nel saggio Italia dei valori73 di Pino Pisicchio, parlamentare e neointellettuale dipietrista. All’Italia dei Valori mancava il sale dell’esperienza leghista ossia il radicamento sul territorio, ciò che Bossi ormai aveva più di chiunque altro. Allora Tonino provava a imitarlo. Fine della strategia. Il resto della strategia era averle tutte, sostenere ogni cosa, candidare chiunque. Riecco allora il professor Pancho Pardi: era un condannato anche lui, ma solo a un mese di carcere per «manifestazione non autorizzata», faccende di quando militava in Potere operaio.

«Su settantadue candidati, sessantasette provengono dalla società civile e non hanno mai avuto esperienze partitiche precedenti» dichiarò solennemente Di Pietro. Tanto chi andava a controllare? Nel crogiolo c’era il sindacalista della Fiom Maurizio Zipponi, l’infermiere dell’Ospedale Maggiore di Milano Giovanni Muttillo, i manager Corrado Giovanni Farina di Microsoft Italia e Massimo Bernacconi di Eurocontrol. Altri nomi: un ritrovato Pino Arlacchi, il portavoce europeo del Nuovo Umanesimo Giorgio Schultze, l’avvocato Giovanni Pesce e il giornalista Carlo Vulpio. Tutta gente che Tonino presentò così:

Non sono cavalli della politica che vanno in Europa solo per arrivismo personale ma fanno poco per l’Italia, non sono pacchettari di voti.

Ad averceli, i pacchettari. C’era anche Maruska Piredda, una delle due hostess diventate famose nei giorni della vertenza Alitalia. L’altra era quella del cappio, più aggressiva, protagonista di uno o due reality show. La Piredda invece era quella col megafono che esortava i lavoratori. Non sarà eletta. Quando Tonino annunciò anche la sua squadra di intellettuali, nelle redazioni cominciarono i capogiri. Forse fu l’unico aspetto veramente triste della campagna dipietresca. I candidati, più che comunicare qualcosa sulla rinnovata funzione dell’intellettuale, visti uno a uno, comunicavano qualcosa del loro climaterio. Mostravano il cinismo esistenziale e indifferente di chi sentiva mancarsi ogni centralità sotto i piedi, progressivamente relegati ai margini di una «cultura» che nell’accezione da loro conosciuta non esisteva più. Neanche da citarli: sarebbe ingiusto. Si buttavano nella nuova avventura come quei pensionati che mollano la famiglia e i giardinetti per un ultimo sussulto in Thailandia o alle Hawaii, con la ghirlanda di fiori in testa.

Intanto ci pensava Tonino ad animare la festa. Mancavano gli ultimi formidabili carpiati con avvitamento al contrario. Di Pietro era stato uno dei principali promotori del referendum per cambiare la legge elettorale, il famoso «Porcellum». Aveva raccolto firme e maledetto quelli che non ci stavano.

Giugno 2008, Di Pietro uno: Il sì al referendum favorirà il superamento della porcata di Calderoli
e farà nascere una nuova legge elettorale
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Maggio 2009, Di Pietro due: Il sì al referendum elettorale consegna definitivamente tutta l’Italia al ducetto Berlusconi.

Per le europee, Silvio Berlusconi aveva detto che lui e altri ministri si sarebbero candidati capilista. Il Di Pietro uno aveva suonato la tromba democratica: È un gesto degno della disonestà di un corruttore, si sa già che non andranno a Strasburgo anche se eletti.

Il Di Pietro due si è candidato capolista. E la chiudiamo qui. Senza riportare la sua opinione sul caso Noemi, sulla questione di Veronica Lario, sul caso dell’avvocato Mills, sulle feste a villa Certosa. Ai fini della biografia è inconferente, direbbero i suoi ex colleghi. Siamo l’unica vera opposizione al modello di governo berlusconiano, che toglie agli onesti per dare ai furbi.

Lo spoglio delle schede, il 4 giugno 2009, squadernò quello che tutti sapevano da tempo: come se fosse stato inciso nella pietra per almeno un anno. L’Italia dei Valori raddoppiò i voti: circa 800.000, il 7,98 per cento, il quadruplo delle precedenti europee, il doppio o quasi rispetto alle politiche del 2008. E tutti gli altri ora non interessano. I flussi di entrata del consenso erano già stati studiati da tempo: circa il 50 per cento dei voti erano smembrati dal Partito democratico, il 20 per cento dalla Lega, quasi il 18 dall’Udc, non più del 14 per cento dalla cosiddetta «sinistra antagonista».

Una ricerca dell’Ipr l’aveva già detto chiaramente:81 solo una percentuale oscillante tra il 5 e il 10 per cento percepiva la collocazione dell’Italia dei Valori come propriamente a sinistra; da un 15 a un 25 per cento invece la immaginava nel centrosinistra, mentre nel centrodestra la immaginava un arco tra il 10 e il 15 per cento; solo un 5 per cento, infine, la percepiva a destra. L’Italia dei Valori era un partito di centro. L’espansione elettorale di Antonio Di Pietro nell’area moderata veniva valutata almeno al 23,5 per cento: ma questo prima che raddoppiasse o quadruplicasse i voti alle europee; prima cioè di un eventuale effetto trascinamento, prima di un neoconformismo che potesse farlo diventare, come fu, volano di se stesso.

In luglio la strategia di Antonio Di Pietro sarà già apertamente delineata: punterà a delegittimare gli ultimi basamenti di ciò che un tempo era uno Stato, cercherà di trascinare nell’agone anche la Corte costituzionale e soprattutto il presidente della Repubblica: lo punterà, gli intimerà comportamenti, ingaggerà polemiche e provocazioni quotidiane, cercherà di rosicchiarne giorno dopo giorno le prerogative essenziali e l’insindacabilità politica, di minarne la funzione di controllo e di garanzia, di livellarlo progressivamente verso la bassezza dei linguaggi e delle polemiche già riservate a tutti gli altri. Non c’è più una democrazia, sosterrà Di Pietro: le regole del gioco democratico sono falsate e con esse chi le custodisce e le arbitra all’interno di un perimetro costituzionale che a lui sta sempre più stretto. Non c’è più un paese, denuncerà alla stampa estera: e lo farà mentre la parte sana del paese, durante il G8 dell’Aquila, tiferà solo per il paese.

Un voto democratico che elegge un Parlamento, un Parlamento che elegge un governo, un governo che legifera sotto il controllo di un presidente della Repubblica e di una Corte costituzionale: se tutto questo era una dittatura, allora tutto questo andava cambiato. La marcia di Antonio di Pietro dunque proseguiva. C’era da continuare a spiegare l’imperfezione di una democrazia che lui avrebbe continuato a presidiare per tutti, illustrandone i difetti, la disinformazione che la drogava, l’immaturità che ne conseguiva, il plagio e la corruzione delle coscienze che impedivano a un corpo elettorale di non continuare a sbagliarsi. C’era da fare, da soffiare su ogni fuoco, da rendere permanente ogni conflitto tra una democrazia imperfetta e un grande gendarme, come lui, che di continuo la riordinasse: perché la corruzione c’era, c’era sempre, Tangentopoli si perpetuava in eterno perché a esser corrotta, così com’era, era la democrazia stessa.

Un pensiero terribilmente reazionario, di centro. Ed è lì che puntava: al centro. Era stato il centro del paese, anni prima, che gli aveva consentito di fare Mani pulite e che poi se n’era stancato e l’aveva spinto a dimettersi. Solo l’eterno «centro moderato», in Italia, da almeno un secolo, permetteva di fare le rivoluzioni. La rivoluzione, in Italia, era un pranzo di gala.

Tratto da Filippo Facci, Di Pietro, pp. 460-464, Mondadori 2009
© 2009 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano

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2 COMMENTS

  1. Purtroppo è tutto vero
    Facci ha ragione. La tragedia di questo paese è un centro senza veri principi. Negli anni 20 ha consegnato l’Italia al fascismo, ora vorrebbe consegnarla al dipietrismo, sempre in odio alla libertà.

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