Dialetto è bello. Ma siamo sicuri che la spesa valga l’impresa (della Lega)?

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Dialetto è bello. Ma siamo sicuri che la spesa valga l’impresa (della Lega)?

Dialetto è bello. Ma siamo sicuri che la spesa valga l’impresa (della Lega)?

10 Agosto 2009

Sembra che il ministro Mariastella Gelmini non veda male l’introduzione dei ‘dialetti’ – ma perché non chiamarli lingue regionali? – nelle scuole. Ho già ricordato, su queste pagine, la dignità culturale di saperi linguistici, di tradizioni artistiche e letterarie, di costumi che lo Stato nazionale quasi aveva relegato in soffitta anche se non si lasciavano cancellare tanto facilmente. In prestigiosi Atenei come Padova, Napoli, Palermo mi è capitato spesso di sentire autorevoli colleghi rivolgersi la parola in ‘dialetto’, salvo poi a tradurre cortesemente i loro discorsi all’ospite ‘straniero’. Che in diversi casi le culture rimosse siano, lo ribadisco, “patrimonio dell’umanità” è scontato. In diversi, beninteso, non in tutti. L’egualitarismo etno-culturale può essere congeniale ai tanti antropologi e sociologi che imperversano nelle nostre Università ma, sul ‘mercato’, là dove vige la sovranità del consumatore di merci culturali, non incide minimamente sulle scelte. Vi sono regioni, come la Campania, la Sicilia, l’ Abruzzo, il Trentino che hanno prodotto, nei secoli, autentici capolavori in fatto di ‘musica popolare’, altre che ci hanno lasciato testimonianze assai più modeste. Forse quello della bellezza è un sorpassato criterio estetico che sa tanto di vecchia scuola crociata – come ci avvertono gli storici dell’arte più à la page – ma per chi acquista un CD, sapete com’è, quel criterio continua a valere: se deve scegliere tra le noiosissime nenie di protesta sociale dei braccianti del grossetano e i canti della montagna delle Dolomiti e del Gran Sasso, novantanove volte su cento, sceglie i secondi. Concesso che il consumatore sia ignorante e pieno di pregiudizi culturali, vige ancora, ci si chiede, il principio de gustibus non est disputandum ?E se vige ancora, chi dovrà decidere come, cosa quanto spendere sul mercato? E se anche si chiedono sacrifici non alle nostre tasche ma a quelle dello Stato—che raccoglie i soldi di tutte le tasche, comprese le nostre – quali criteri dovranno presiedere all’acquisto delle merci? E qui veniamo a un problema cruciale: posto che le ‘civiltà regionali’ rientrano nei beni culturali da salvaguardare, in che misura vanno salvaguardate? In altre parole, quali risorse di tempo e di denaro debbono essere destinate a un fine tanto nobile? Purtroppo, nella nostra perversa società mercantile e capitalista, ‘nessun pasto è gratis’:”come te movi, te fulmino”, qualsiasi cosa si faccia si va incontro a costi più o meno elevati.

Come ho avuto modo di accennare nell’articolo precedente, i ‘dialettologi’ non s’improvvisano, come non si improvvisano i latinisti e gli anglisti. Bisogna istituire nuove cattedre universitarie, provvedere all’acquisto di patrimoni culturali di cui gli Atenei sono attualmente sprovvisti, bandire posti di ricercatori, associati, ordinari, assegni e borse di studio. Non si penserà mica di affidare al primo venuto–scelto semmai dagli Uffici Tradizioni Popolari delle Federazioni provinciali e regionali leghiste–compiti didattici così delicati?

E una volta formati i plotoni di nuovi professori, quali scuole o istituti abbiamo in mente per la loro destinazione? Alle scuole di ogni ordine e grado, indistintamente, dalle elementari all’istruzione superiore media e universitaria? Si consideri che i programmi scolastici sono a somma zero: le ore assegnate alle nuove materie di insegnamento vanno sottratte ad altre. Ebbene quali discipline verranno sacrificate o, comunque, ridimensionate? Ridurremo le ore di italiano? O quelle di matematica? Ricorreremo a un criterio elastico per cui ogni istituto dovrebbe decidere, in base alle sue esigenze, “quale spazio” riservare alla lingua regionale, con ragionevoli limitazioni, impedendo, ad esempio, ai Licei scientifici di ridurre le ore di matematica e di fisica e a quelli artistici di ridurre le ore di disegno? E ciò non darà luogo ad altri inconvenienti? Bisogna vedere se, per rimanere nei casi citati, gli alunni del Liceo Scientifico saranno contenti di sostituire il lumbard alla filosofia e al latino e quelli del Liceo artistico se acconsentiranno a dimezzare le ore d’italiano o di chimica. D’altra parte, sarebbe ipocrita nascondersi che dare agli studenti (e alle famiglie) la libertà di iscriversi o non iscriversi al corso di ‘lingua genovese’, rinunciando ad altra materia d’insegnamento, non è privo di conseguenze. Si correrebbe il rischio, infatti, della lezione tenuta ai muri e ai banchi o dell’assimilazione della nuova cattedra a quella di religione – o di catechismo politico dei regimi autoritari e dittatoriali – che non incide affatto sulla valutazione complessiva dell’alunno, sulla sua promozione o bocciatura, col risultato probabile della “battaglia navale” o del pensiero rivolto all’interrogazione nell’ora successiva.

Solo una qualche forma di obbligatorietà dell’insegnamento, quindi, potrebbe soddisfare le richieste della Lega. Sennonché tale obbligatorietà non è profondamente lesiva della libertà di scelta dei cittadini? Lo stato moderno, riguardato oggi da una superficiale saggistica storica come l’origine di ogni nefandezza politica e di ogni arbitrio amministrativo, impartiva un sapere che era una sorta di moneta che consentiva la libera circolazione di tutti i cittadini sull’intero territorio nazionale. L’italiano – che spesso i colti borghesi napoletani sapevano meglio dei fiorentini, forse perché per i primi era una ‘lingua straniera’ che andava appresa come si doveva come insegna la celeberrima la scuola partenopea di Basilio Puoti – era un passaporto che permetteva di comunicare, di lavorare, di far carriera a Udine come a Bari. Oggi quel passaporto non sembra più sufficiente: se non sai il “furlan” non puoi fare il poliziotto, il professore, il medico, l’avvocato a Udine: proprio come accade a Bolzano, dove si richiede (e lì giustamente) la pratica del tedesco. Se non si comprende che si tratta di una imposizione che violerebbe i principi più elementari della libertà liberale e che sarebbe in contrasto con la nostra carta costituzionale, significa proprio che la nostra “political culture” è al lumicino.

E’ su problemi come questo che viene in luce il complesso rapporto tra la ‘comunità’ e il ‘liberalismo’. Tra i due non c’è un’incompatibilità irriducibile come credono i neo-illuministi, razionalisti e universalisti: le libertà del liberalismo autentico, quello ragionevole di solide radici anglo-scozzesi, sono libertà di uomini concreti–‘in carne ed ossa’, come si diceva un tempo–impastati di tradizioni, di costumi, di pregiudizi: tutti mattoni di cui è fatta la loro identità. I diritti che si rivendicano sono sempre ‘al plurale’. Si vuole certo essere rispettati – dagli altri, dai detentori del potere – in virtù di ciò che ci accomuna a tutti gli esseri umani della terra ma anche, e soprattutto, in virtù di ciò che siamo e che ci differenzia dal prossimo come dal lontano. Vale un pò ciò che si dice della metempsicosi o della sopravvivenza dell’anima dopo la morte: se non sono più io, con la mia storia, con la mia famiglia, con i miei affetti, con le mie qualità e con i miei difetti, quale gioia potrà mai darmi il pensiero della rinascita? Se persino la sostituzione di un arto o di un organo comporta complessi problemi psicologici, si immagini quale trauma porrebbe costituire la coscienza di un io che non è più il “nostro”.

Da ciò i tradizionalisti e i comunitari più lontani dallo spirito del liberalismo deducono disinvoltamente la ‘legge di natura’ – teorizzata da Maurice Barrès – che noi “pensiamo col sangue” e che la salvaguardia dello ‘spazio comunitario’ esaurisce la politica e il diritto. E’ l’errore capitale dell’anti-illuminismo. La comunità, facendoci essere quello che siamo, ci dà delle risorse preziose, ci mette in mano strumenti di autodifesa, che, però, hanno valore solo se incrementano la nostra libertà, se arricchiscono il nostro rapporto con gli altri, se nello scambio perenne in cui si alternano collaborazione e conflitto, ci danno i mezzi per affermarci e per farci valere. Altrimenti sarebbe come regalare del denaro ai figli ma senza dar loro la libertà di spenderlo come meglio credono, seguendo i loro gusti e le loro specifiche inclinazioni. La comunità (liberale), in sintesi, è il mezzo che ci mette in grado di raggiungere i fini che ci stanno a cuore, non è la catena che ci incatena al passato, alla sua legge, alla consuetudine.

Sostituendo alla parola Stato l’espressione “comunità politica”, e togliendo al brano non solo la patina del tempo ma anche un certo odore di scuola hegeliana napoletana (Bertrando e Silvio Spaventa ma anche altri), mi sembra ancora attuale quanto scriveva, nel 1933, in piena dittatura fascista, Benedetto Croce in Amore e avversione allo Stato, 1933 (v. La mia filosofia , a cura di Giuseppe Galasso, Milano, Adelphi, 1993) :”Ora, fermato il punto che lo Stato è indispensabile alla stessa vita morale come base sulla quale questa s’innalza e come materia che le si offre per l’opera a lei propria, che cos’altro può essere l’amore, l’amore vero e sincero allo Stato e alla politica se non l’amore al campo sul quale l’uomo morale, e con esso l’uomo del pensiero e dell’arte, lavorano, e sul quale solamente è data la gioia del lavoro? Si ama lo Stato come si ama il luogo dove viviamo, la natura che ci circonda, la nostra famiglia, i nostri amici e compagni, che sono tutti condizioni e oggetti dell’operosità a noi congeniale, e insieme del nostro dovere. Amore che non va disgiunto da affanni e dolori, ma che appunto per questo è amore, concordia discorde e discordia concorde.

Per siffatto rapporto, l’amore allo Stato è collaborazione con lo Stato, è inserire nello Stato e versare nella vita politica il meglio di noi stessi, i nostri sentimenti, le verità che pensiamo, e che sono la nostra fede attuosa, i nostri ideali; e questa partecipazione è quel che, con altra parola, si chiama la libertà. La quale non è dunque l’opposizione allo Stato, l’offesa alla sua maestà, ma è la vita medesima dello Stato; salvo che non si voglia pensare che il sangue, che circola nelle vene e di continuo si rinnova, sia un’illecita irrequietezza contro la sovrana calma dell’ organismo fisiologico. Né è concepibile libertà nello Stato che non sia libertà politica o, come si è detto, collaborazione alla sua vita; e vanamente i teorici si sono affaticati nel distinguere tra lo Stato e la libertà degli individui, tra ciò da cui lo Stato deve escludere gl’individui e ciò che deve in essi rispettare, circoscrivendo e riservando la sfera della libertà come sfera familiare o religiosa o della scienza o e arte, o tutte queste insieme. Tutte queste cose hanno vigore solo in quanto possono far sentire la loro efficacia nella vita dello Stato, e, messe in luoghi separati, e sia pure riverite e carezzate, inaridiscono e intristiscono, venendo a mancar loro la linfa che le nutre”.

A differenza del filosofo, ritengo lecito – e del tutto in linea col liberalismo classico – distinguere tra lo Stato e la libertà degli individui, che non è solo l’usbergo della nostra privacy ma altresì la ragione per la quale abbiamo consentito a privarci di parte delle nostre risorse e di sottoscrivere obblighi talora assai pesanti (come può capitare in guerra), ma resta vero che tutte le cose che ci stanno a cuore “ hanno vigore solo in quanto possono far sentire la loro efficacia nella vita dello Stato”. Ne deriva che lo strumento istituzionale (Stato o ‘comunità politica’ che dir si voglia) è “d’interesse pubblico” e che siamo noi a dover decidere quali contenitori istituzionali dobbiamo costruire al fine di preservare “il luogo dove viviamo, la natura che ci circonda, la nostra famiglia, i nostri amici e compagni”.In altre parole, dobbiamo accordarci sui “confini della comunità” e su quanto siamo disposti a riservare a ciò che le occorre per sopravvivere e per prosperare (la ‘ragion di Stato’).

A questo punto, nella società secolarizzata, entra in gioco un terzo attore decisivo: la democrazia dei moderni ovvero la democrazia non più intesa come “tribù” di formalmente eguali (il classico caso ateniese) ma come diritto degli individui ad associarsi con i propri simili – onde l’indistinguibilità indotta dall’89 tra ‘popolo’,’nazione’ e ‘democrazia’ – al fine di garantire i diritti e le libertà civili e politiche non di tutti gli uomini ma di tutti i cittadini nonché la custodia dei ‘beni comuni’. Quanto dev’essere estesa la comunità, quali ‘beni comuni’è chiamata a proteggere, quali e quanti ‘spazi privati’ debbono essere rigorosamente preservati dalla sua presa? Sono tutte cose, per così dire, da “mettere ai voti” e che potrebbero portare, qualora non ci si metta d’accordo, a un exit e alla ricerca di altre comunità se quella natia non assicura compromessi soddisfacenti tra il ‘pubblico’ e il ‘privato’ (E’ il caso dei Pilgrim Fathers ).

Nel ‘vecchio stato’ – fosse stato esso fondato da Richelieu o da Cavour– il sapere impartito nelle scuole era rigidamente suddiviso tra una parte, limitata ma obbligatoria per tutti, riguardante l’acculturazione nazionale e una parte, assai più ampia e a scelta, relativa alle conoscenze utili per farsi strada nel vasto mondo o semplicemente per acquisire stili e competenze da “gentiluomo di campagna”–leggi: conoscenze gratificanti per sé, anche se ‘fuori mercato’. Un insegnamento del dialetto che incida sulla seconda, per le ragioni dette, sarebbe auspicabile. La scuola certo non è il mercato e l’istituzione di nuovi insegnamenti, in una struttura pubblica, non può dipendere dal gradimento dei consumatori. Se al corso di sanscrito si iscrivono meno di dieci alunni, una Facoltà di Lettere che si rispetti non può sopprimere la cattedra relativa. Ma neppure può imporre a tutti di imparare il sanscrito sicché non ci si possa laureare senza averne sostenuto l’esame. Forse non è quello che hanno in mente i leghisti che, con la loro proposta, vogliono rivedere ab imis la parte obbligatoria dei programmi scolastici ministeriali. I ‘padani’ non pensano all’estensione delle libertà come portato di una più ricca”offerta didattica” ma alla fondazione di una vera e propria ‘comunità politica’ su basi diverse dall’attuale.