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Diana Bracco alla presidenza di Expò è una delle scelte migliori

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Forse i balletti per decidere sulla governance dell’Expo 2015 sono arrivati a una fine. Risolta la vicenda  Alitalia, impostato il federalismo fiscale, pare proprio che si sia trovato un equilibrio tra le diverse istituzioni protagoniste e che dunque prenderà vita un ente bilanciato, con al suo centro la forza propulsiva del comune di Milano ma calibrato nei poteri di gestione innanzi tutto con governo e regione. Pare di capire che nella vicenda avrà un ruolo significativo Diana Bracco, industriale di vaglia e presidente di Assolombarda.

 

Viviamo in una stagione in cui diverse imprenditrici sono diventate protagoniste della scena pubblica. Letizia Moratti e Diana Bracco sono state le prime due star della nuova fase. Poi è arrivata anche Emma Marcegaglia con in scia una molto promettente Federica Guidi.

La Moratti, la Bracco, la Marcegaglia (e naturalmente anche la Guidi che però ha per ora ruoli più limitati) sono tutte persone dotate di grandi capacità e di carattere, devono però risolvere un problema che è un po’ comune a tutte e tre: come dare visione al lavoro che stanno facendo.  Accanto alle indubbie capacità manageriali, deve crescere un nuovo sforzo prima di tutto culturale. Viviamo in una fase tempestosa, dove non basta una brillante intelligenza e grandi attitudini tecniche per esercitare una leadership. Così al Comune di Milano, così guidando gli industriali milanesi o ancor più quelli nazionali. La capitale lombarda è messa alla prova dal federalismo fiscale, dalla penuria di investimenti, dal complesso farsi dell’Europa che ha nella Padania uno dei suoi centri. Non va trascurato, per la sua rilevanza simbolica, anche il dibattito sull’architettura che si concentra contro luoghi comuni e facili mode ma spesso precipita nelle assurdità celentaniane (peraltro non molto peggiori di quelle gregottiane). L’industria lombarda richiede dalla sua uno scatto di programmazione infrastrutturale, tra queste fondamentale la ricerca. Mentre le imprese in Italia hanno bisogno innanzi tutto di un nuovo sistema di relazioni industriali. Sono problemi le cui soluzioni non si trovano sotto i funghi. C’è bisogno di cultura ma di una cultura nuova, non quella che è arrivata al Duemila boccheggiante: e tra questa mettiamo quella degli economisti snobbetti tipo la voce.info che hanno dato il peggio di sé sulla crisi di Wall Street con le arroganti posizioni di Francesco Giavazzi e per quel che riguarda l’Italia (e l’Alitalia) con l’incredibile fiancheggiamento dei desperados cigiellini a un certo punto proposto da Tito Boeri.

Bisogna sapere selezionare nuova cultura per affrontare la nuova fase. E questo vale assolutamente nella preparazione dell’Expo 2015.

Come leggere le attese dei 29 milioni che dovrebbero venire a Milano nell’arco di sei mesi? Che cosa dare a questo pubblico previsto ma in realtà da costruire con fatica e pazienza? Come strutturare la città in modo da sorreggere questo sforzo? Come organizzare questo sforzo in modo che lasci poi una città più globalizzata, più sviluppata e più umana?

Senza una brillante gestione manageriale non c’è possibilità di risolvere i problemi che attendono Milano. Ma non c’è sforzo manageriale al mondo che possa rispondere all’ esigenza di dare quell’anima culturale che una iniziativa come l’Expo non può non avere. Non c’è società di consulenza che possa apprestare progetti belli e pronti per una simile impresa. Si tratta di interrogare e organizzare non solo la cultura ma anche la storia milanese per avere risposte all’altezza degli obiettivi.  Ecco perché il ruolo da presidente della Bracco, se toccherà a lei questo incarico, sarà fondamentale. La Bracco non mi sembra, e lo dimostra nella presidenza di Assolombarda, una persona che si considera autosufficiente, incapace di ascoltare, intenta solo a comandare. Ci sarà molto bisogno di lei o di una come lei, per affrontare i prossimi appuntamenti dell’Expo.

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