Dieci motivi per cui l’Italia cresce troppo poco

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Dieci motivi per cui l’Italia cresce troppo poco

Dieci motivi per cui l’Italia cresce troppo poco

21 Marzo 2008

Io
qui presento il decalogo degli handicap che bisogna affrontare per far crescere
la nostra economia. Mi pare che sia il vero test per valutare i programmi
elettorali attuali dei due maggiori schieramenti e quello della rosa bianca. Per valutare le “promesse” su cui i leader insistono nella presentazione di
tali programmi, di fatto individuandone le priorità. Esso è anche il test per
valutare l’attitudine a generare crescita dei governi dei partiti di questi
leader, quando furono al governo e quindi la credibilità delle promesse . Il
test, infine, è essenziale per valutare la attitudine dei compagni di strada
dei due schieramenti a generare crescita.

I
dati della nostra economia in confronto a quelle vicine di Francia e Spagna giustificano
la necessità di porre in prima linea il problema della ripresa della crescita del
nostro Pil e quindi dell’esame degli handicap ad essa, in relazione alla
politica economica italiana. Nel 2006, l’Italia ebbe un aumento del Pil
(prodotto interno lordo) dello 1,8%, la Francia del 2 e la Spagna del 3,9. Nel
2007, l’aumento del nostro Pil è di 1,5, quella della Francia a di 1,9 e della
Spagna di 3,8. Per il 2008, per l’Italia si prevede lo 0,6 , per la Francia 1,7
e per la Spagna 2,7. Nel decennio 1991-2001
l’Italia ha avuto una crescita del Pil del 1,6%, la Francia del 2,
la Spagna del 2,8, la Germania del 2,1 e la media dell’Europa dei 15 è stata
del 2,2. Dal 2001 al 2006 l’Italia ha avuto una crescita dello 0,9 contro lo
1,6 della Francia, il 3,3 della Spagna e lo 1 della Germania e la media dello
1,8 dell’Europa dei 15.

Eppure
la nostra industria si è ristrutturata e va bene nell’export. Qui il declino
relativo rispetto al resto di Europa non c’è. Il nostro export è il 3,1 di
quello mondiale, quello spagnolo dello 1,7, quello della Francia il 4,1 e
quello della Gran Bretagna che fruisce dell’area della sterlina di poco
superiore al nostro, il 3,8%. Solo la Germania con lo 8,6 ci batte. E’ vero che
rispetto al 1991 siamo regrediti di 1,4 punti. Ma questo dipende dal fatto che
nel frattempo sono comparsi sul commercio mondiale i giganti asiatici e l’ex
Urss. Rispetto al 1991 la Germania e la Francia hanno perso 2,1 punti, la Gran
Bretagna 1,5 punti. L’Italia ha una produzione industriale manifatturiera
maggiore della Francia: 317 miliardi di euro contro 276 (dati 2005). La
spagnola è solo di 180. Ma l’Italia non cresce a causa di ostacoli collegati
alla politica economica sbagliata, in gran parte inventata dalla sinistra degli
anni 70 e dai post comunisti
successivi , di cui per altro il parlamento non si è curato, anche quando la
maggioranza è stata degli altri.

Riassumo
in un decalogo le ragioni per cui l’Italia non cresce.
Il primo handicap è che
sono state bloccate le “grandi opere”,
in primis la Tav, e il Ponte sullo Stretto grande volano di ordinativi industriali.
Il secondo handicap sta nelle procedure bizantine dell’ambiente e nel monopolio
burocratico dell’Anas che bloccano i lavori pubblici. La valutazione di impatto
ambientale impiega dai mille ai mille cinquecento giorni dall’inizio della procedura
alla firma del Ministro. La legge obbiettivo che doveva semplificare ciò è
stata fermata. Mentre l’economia italiana non può contare sul traino dei lavori
pubblici, i costi delle attività produttive sono aggravati dalla carenza di
infrastrutture . Ciò si ripercuote sul
turismo italiano, handicappato rispetto allo spagnolo e al francese. La mancanza
di infrastrutture riduce la domanda e peggiora i servizi turistici. A ciò
s’aggiunge la carenza di sicurezza e
ora l’immagine della spazzatura
napoletana.

Quarto
handicap, l’ostilità a
termovalorizzatori, gassificatori, centrali a carbone pulito, nucleare sicuro,
cioè ad una politica energetica meno
ridicola del programma basato sulle energie del sole e del vento sovvenzionate
a carico dell’industria elettrica e del contribuente. L’Italia, paese
manifatturiero per eccellenza, ha un costo differenziale d’energia. Un quinto
handicap è costituito dalla marea di regolamentazioni
delle imprese, che s’accresce di continuo e dalle disfunzioni della
giustizia .Ci vogliono 284 giorni per la licenza per costruire un capannone. E
1210 per le controversie legali su un contratto. Il sesto handicap è che in Italia non si può fare nulla senza il
consenso dei sindacati federali. La inadeguata produttività dipende dal fatto
che i salari sono contrattati a livello nazionale, non periferico e non sono
commisurati al rendimento dei singoli. E al lavoro flessibile si sono posti
crescenti ostacoli, compreso un onere contributivo sempre più elevato,che induce
molte imprese a tornare al sommerso.

Il settimo handicap riguarda il settimo
comandamento,“non rubare”, e s’applica,in senso traslato, alla burocrazia pubblica e alla sua casta. I
dipendenti pubblici sono 3 milioni e 540 mila. Dal 2000 al 2005 hanno avuto un
aumento di retribuzioni del 23%, contro l’aumento del 13% dei privati. I
dirigenti generali pubblici hanno avuto aumenti di stipendi del 53%, i
dirigenti del 28 e i funzionari del 16%. Il vertice burocratico si aumenta gli
stipendi, mentre l’assenteismo di statali, parastatali ed addetti d’agenzie
pubbliche è il 15%; ed arriva al13% per i comuni le Asl. A ciò si collega
l’ottavo handicap: la pressione fiscale
passata dal 40,6 % del 2005 al 43,2% attuale,che frena la crescita. Un nono
handicap: le imposte gravano troppo sui
proventi e i costi delle imprese e sugli scambi di ricchezza. Sui proventi
delle imprese l’onere, inclusa Irap, è il 40%. I tributi di registro sono il
10%. Così il patrimonio immobiliare è mal gestito, perché il mercato non
funziona. Fra contributi sociali ed Irap gli oneri sulle retribuzioni lorde
pagate dalle imprese supera il 45%. Il decimo handicap è il costo elevato e il rendimento scadentissimo
dei legislatori, che, come sostiene il professor Massimo Ferrara in un
breve scritto su “Il fisco”, aumenta l’evasione fiscale e quindi riduce la
possibilità di diminuire il peso fiscale su chi paga.