Dietro la Grande Riforma si nasconde un trappolone per il Cav.
16 Ottobre 2009
Ne sentivamo da un po’ la mancanza. Ma finalmente è tornata! La Grande Riforma è di nuovo con noi. Affacciatasi nella fase terminale della Prima Repubblica il tema della riforma della Costituzione ha accompagnato anche tutta l’esistenza della Seconda Repubblica. Ma gli esiti sono stati finora praticamente nulli. Commissioni bicamerali, procedimenti legislativi ordinari, Ministri ad hoc per le riforme istituzionali ma la forma di governo delineata dalla Costituzione del 1948 è praticamente sempre la stessa anche se tutto è nel frattempo cambiato: la società, l’economia, i partiti, la legge elettorale. Anche quando come nel 2006 il Parlamento è riuscito ad approvare un’ampia (forse troppo) riforma della Carta (scritta male e venuta peggio) il tentativo è miseramente naufragato sotto i colpi del referendum confermativo nel quale la retorica della “difesa della Costituzione”, saldando le paure del sud verso l’avanzata leghista ed il terrore dell’elettorato di sinistra verso il Cavaliere , ha seppellito il tentativo finora più efficace di aggiornare la nostra Carta fondamentale.
Oggi di fronte al complicarsi del clima politico il tema riemerge e noi non possiamo che esserne contenti. Al di là della retorica del costituzionalismo democratico, siamo convinti che la Carta del 1948 – almeno per la seconda parte – mostri evidenti segni di usura del tempo. Nata in una precisa fase storica, caratterizzata dalla fuoriscita dal fascismo e dalla necessità di trovare un accordo fra due grandi partiti di massa, uno dei quali in posizione antisistema, la Costituzione ha rappresentato un onorevole compromesso che ha consentito all’Italia di consolidare un (assai imperfetto) sistema democratico e ha permesso di avviare un importante processo di crescita economica e civile. Oggi però la Costituzione ci appare inadeguata, ci sembra che contribuisca ad impedire al Paese di fare quel salto di qualità necessario per poter entrare nell’esclusivo Club delle democrazie avanzate. Debolezza dell’esecutivo, frammentazione istituzionale, logica assembleare, debolezza del sistema di garanzie, confusione dei confini fra i poteri dello Stato ci appaiono i suoi principali limiti.
Ma l’improvvisa convergenza di molti (il Presidente della Repubblica, il Presidente Fini, l’onorevole D’Alema, tanto per fare qualche nome) su un tema che sino a ieri sembrava sepolto in nome del patriottismo costituzionale ci insospettisce. Il sospetto è che dietro il rinnovato interesse per le riforme costituzionali vi sia solo una grande trappola. Si tratterebbe, come avvenuto in passato, nient’altro che di un espediente per scompaginare il confronto politico e porre in crisi gli equilibri parlamentari sui quali si regge il Governo. I sostenitori della necessità delle grandi riforme, infatti, sanno bene che, in una fase politica nella quale l’atteggiamento dell’opposizione è di radicale e pregiudiziale indisponibilità nei confronti della maggioranza di governo, appare assai improbabile (se non del tutto impossibile) che su una materia delicata come quella istituzionale si possa trovare quell’ampia convergenza che tutti a parole auspicano. Probabilmente il tema della grande riforma viene lanciato solo per porre un’ipoteca sul futuro della legislatura nel caso in cui Berlusconi andasse incontro a qualche difficoltà. Se ad esempio il Presidente del Consiglio venisse condannato nel processo Mills e decidesse di volersi appellare al corpo elettorale per verificare il consenso nel Paese, avrebbero facile gioco i suoi avversari a resistere alla sua richiesta invocando la necessità di completare il processo di riforma istituzionale nel frattempo avviato.
Per queste ragioni ci sembra miope la strategia di quanti nell’entourage berlusconiano covano disegni di riforma istituzionale in una prospettiva di difesa del Premier. In questo caso la miglior difesa è l’attacco: Berlusconi per difendersi dagli attacchi mediatico – giudiziari non deve far altro che rafforzare la sua azione di Governo con uno di quegli scatti di fantasia che sinora sono stati la sua arma vincente. Provi ad esempio a lanciare la prospettiva della riduzione dell’IRPEF o dell’abolizione dell’IRAP, semmai finanziata con una vera riforma delle pensioni, è vedrà come tutti i suoi avversari anche quelli nascosti nella maggioranza) saranno messi nell’angolo. Affidarsi al teatrino della politica (del quale ahinoi ormai anche le riforme istituzionali fanno parte) sarebbe se non altro la negazione del berlusconismo.
E se poi proprio ci tiene ad esplorare le possibilità di giungere finalmente ad una riscrittura della Carta lo faccia comunque in modo innovativo. Lasci stare commissioni bicamerali o assemblee costituenti. Chieda al Parlamento di votare una mozione nella quale siano risolti con chiarezza i nodi della riforma (presidenzialismo, semipresidenzialismo, premierato forte, ordine giudiziario, corte costituzionale, bicameralismo). Se sull’atto di indirizzo si registrerà una maggioranza superiore ai due terzi vada a vedere le carte dei suoi avversari. Altrimenti – come insegnava Totò – desista.
