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Dimmi chi mangi e ti dirò chi sei

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Peter Singer e Jim Mason hanno scritto Come mangiamo. Le conseguenze etiche delle nostre scelte alimentari (Milano, Il Saggiatore, 2007). Singer è il famoso animalista che, con il celebre Liberazione animale del 1975, ha sollevato e discusso le questioni centrali che riguardano il comportamento da tenere nei confronti degli esseri animati non-umani, gli animali. In quest’ultima ricerca però Singer, insieme a Mason, non insiste tanto su questo punto, che dà ormai per assodato, e che in effetti si è conquistato tanto spazio nelle scelte di molte persone passate al vegetarianismo e nella consapevolezza generale: mette l’accento, invece, sui modi davvero barbari con i quali prepariamo, alleviamo, macelliamo, i capi di bestiame che poi arrivano sulle nostre tavole.

E’ un vero e proprio catalogo degli orrori quello che si può leggere: vitelli denutriti per causare l’anemia che dà il colore chiaro alle loro carni, manzi, mucche, suini tenuti in recinti così stretti da non dar loro la possibilità di muoversi, distendersi, girarsi per tutta la vita, galline beccate a morte dalle altre galline a causa della noia e della mancanza di spazio  senza poter scappare o spostarsi, mangimi artificiali assurdi (mangimi animali o cereali dati a erbivori), mangimi contenenti massicce dosi di antibiotici o di ormoni in modo da evitare infezioni inevitabili in esseri sottoposti a questo regime vitale o da farli %0Aingrassare velocemente. Insomma, di questi appartenenti al regno della natura tutto si può dire fuorché che vivano in modo naturale: e il responsabile è l’essere umano che li alleva per cibarsene.

Possiamo, di fronte a tutto questo, chiederci come mai. Perché l’uomo si comporta in questo modo? Perché non solo si nutre di esseri animati secondo un retaggio della caccia e della pesca che lo tenevano in vita in un passato molto lontanto, ma lo fa anche in modo così contrario ai principi che normalmente egli applica in ogni altro settore del suo comportamento? Per coloro che appartengono alla tradizione cristiana è opportuno ricordare che Dio nei libri sacri fa l’uomo “signore e padrone” del creato e stabilisce in questo modo una gerarchia fra la natura e i suoi abitanti da un lato e l’uomo dall’altro, sancendo in questo modo il suo diritto di vita e di morte sugli animali come su tutto il  creato. L’ideologia del dominio è un’idea possente che accompagna tutto lo sviluppo della scienza e della tecnica moderne e che fa definire “faustiano” l’uomo che ne è protagonista: il sogno di forgiare a seconda dei propri bisogni tutto il creato nasce proprio nelle origini cristiane della stessa civiltà che ha permesso la nascita della scienza e della tecnica quali oggi le conosciamo. Una delle interpretazioni più letterali  dell’antropocentrismo, tanto criticato da Nietzsche in avanti, risiede in questo atteggiamento nei confronti del mondo animato e inanimato.

Una volta che ci si renda conto del modo in cui vengono imposti nelle grandi catene di vendita prezzi più bassi che altrove, una volta che si sia divenuti consapevoli di ciò che infliggiamo agli animali (lasciamo a un altro episodio le piante, le acque, il suolo, l’aria), che cosa possiamo fare? In quanto esseri dotati di libero arbitrio che tuttavia non possono plasmare a loro piacimento il mercato, abbiamo un ventaglio non enorme ma variegato di possibilità fra le quali scegliere. Singer e Mason descrivono tre scelte che corrispondono a tre alternative di etica animalista e alimentare, e ce le mostrano incarnate in tre diverse famiglie. La prima è la famiglia che incarna la dieta americana standard: acquisti nei supermercati meno cari, molta carne, molti grassi di ogni tipo, molti carboidrati, totale noncuranza per il modo in cui quei cibi vengono prodotti. La seconda è la famiglia degli “onnivori coscienziosi”: mangiano tutto ma cercano di acquistare cibi curati provenienti da fonti sicure e se possibile biologici. Gli autori vanno a vedere che cosa c’è dietro le etichette: provenienze, risparmi, modi di allevare e uccidere, mangimi. La conclusione è che non sempre al marchio “bio” corrisponde un’etica animalista, ma che quasi sempre il costo maggiore corrisponde a una maggiore cura nel far vivere meglio e nel non far soffrire gli animali. La terza è la famiglia vegana: i vegani non si nutrono con alcun cibo di derivazione animale. Questa è l’unica famiglia che compia scelte davvero morali e rispettose. Ma, dal momento che gli autori non vogliono scoraggiare il lettore, sostengono che la seconda va già molto bene e che è più importante segnalare non l’adesione al miglior modo di mangiare ma il distacco dal modo di mangiare industriale.

 La morale del libro è semplice ma onerosa per ognuno di noi: le grandi scelte dipendono dalle nostre piccole scelte. E mutando atteggiamento si compie non qualcosa di eticamente buono che ci fa apparire migliori a noi stessi, ma si contribuisce a cambiamenti talvolta enormi. Mi sono sempre chiesta le ragioni per le quali un atteggiamento di questo genere è pressoché sconosciuto nel nostro Paese, e credo che una parte di rilievo la svolga la concezione del bene pubblico che ci appartiene, senza trascurare la parte svolta dal protestantesimo nella responsabilizzazione del singolo.

Sarebbe bello se di problemi come questi si riuscisse a parlare senza fondamentalismi e senza preclusioni. Ad esempio, sarebbe interessante che qualche economista o qualche agronomo confermasse ciò che il libro sostiene: che sarebbe molto più produttiva la coltivazione di tutte quelle terre attualmente utilizzate come pascolo, e che tale riconversione sarebbe tale da risolvere (più o meno) il problema della fame nel mondo diminuendo al contempo molte malattie da opulenza nonché (in parte) il riscaldamento del pianeta.

Sì, sarebbe bello che sui maggiori (e minori) problemi gli esperti riuscissero a parlare non dico senza punti di vista propri ma quantomeno senza pregiudizi. Sappiamo tuttavia fin troppo bene che, quando le questioni sono importanti, a nulla vale appellarsi a esperti al di sopra delle parti. Resta da capire che cosa può fare la politica di fronte a tutto questo e che cosa possono fare i cittadini-consumatori, una volta riconosciute le loro possibilità ma anche i loro limiti e dunque la reponsabilità che risiede in loro. Intanto, sarebbe auspicabile che chi discute di questi temi non demonizzasse il mercato come se tutto ciò che entra in contatto con esso divenisse corrotto. Attualmente non siamo in grado di scegliere se utilizzare o meno il mercato (e infatti Singer e Mason non pongono l’alternativa fra mercato e non-mercato): piuttosto si può – questo sì – operare delle scelte fra ciò che esso offre oppure, in mancanza di scelte opportune, porre delle richieste. E’ questo l’atteggiamento della famiglia 2 e 3, e una frase che un membro di una delle due dice esprime bene il circolo virtuoso che in questo modo si può creare: “Le cose miglioreranno. E’ una sorta di circolo. Se i consumatori diventano coscienti, la domanda cresce e si creano nuovi mercati. In questo modo l’interesse dell’azienda aumenta così come il desiderio di investire in prodotti alternativi, e ai consumatori si danno maggiori possibilità di scelta. E sempre più società investono e saltano sul carro. Piano piano la scelta consapevole degli alimenti cresce e i prezzi scendono.” Allo stesso modo, è necessario riconoscere che chi produce biologico non è affatto un benefattore dell’umanità: è pur sempre un produttore che deve ricavare un profitto pena il fallimento, un produttore la cui unica possibilità di scambio – a meno di non resuscitare il baratto o di passare al dono – è il mercato.

Sul tema dell’atteggiamento verso gli animali come su altri, il mercato evoca automaticamente il male, con svantaggio – possiamo dirlo - universale.

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