Dopo 70 anni...

Diritti umani: l’anniversario dell’ipocrisia e la deriva relativistica

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Settant'anni fa, il 10 dicembre 1948, veniva votata dall'Assemblea generale dell'Onu la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Ieri questo anniversario è stato celebrato con toni enfatici e retorici in molte sedi istituzionali, e da molti soggetti che si autodefiniscono difensori dei "diritti umani". Ma per lo più, quando oggi si usa quell'espressione, quando si rivendica il rispetto dei "diritti umani", ci si riferisce a qualcosa di molto lontano da ciò che l'Onu all'epoca aveva stabilito di promuovere. La Dichiarazione del 1948 fu, in realtà, l'ultima manifestazione di una cultura dei diritti che affondava le radici nella cultura europea e occidentale dei secoli precedenti. Dalle Carte dei diritti anglosassoni alle costituzioni liberali europee sette-ottocentesche - passando per la Rivoluzione francese, la Restaurazione e i risorgimenti nazionali, fino a quelle democratiche del Novecento.

La tempesta dei conflitti ideologici e dei regimi totalitari aveva minacciato di spazzare via quella storia e quella cultura. La seconda guerra mondiale aveva però visto la caduta del nazismo e del fascismo, e la ripresa delle democrazie liberali sotto la guida degli Stati Uniti d'America, a cui si contrapponeva ora l'impero comunista sovietico. Fu proprio in questo clima che maturò la Dichiarazione, promossa soprattutto dai paesi occidentali nella commissione ad hoc presieduta da Eleanor Roosevelt, e approvata poi dall'Assemblea con l'astensione dell'Unione Sovietica,di alcuni stati "satelliti" comunisti e dell'Arabia Saudita. La forte ripresa dei principi del costituzionalismo occidentale non poteva piacere né ai regimi dittatoriali ispirati all'ultimo totalitarismo rimasto sulla scena, né ai paesi islamici animati prima dal nazionalismo antioccidentale, poi sempre più permeati dal fondamentalismo religioso. Paesi che, infatti, nei decenni successivi avrebbero sempre più criticato il documento, fino ad arrivare a produrre nel 1981 una Dichiarazione islamica dei diritti dell'uomo, di ispirazione ben diversa da quella del 1948, che fondava i diritti umani nella "legge divina" del Corano.

In realtà nell'epoca della guerra fredda - delle dittature di sinistra e di destra militare - la Dichiarazione del 1948 è rimasta sempre più una testimonianza vuota, un appiglio formale, onorata ma ignorata in larga parte del mondo. In quella della globalizzazione, poi, ad onta dell'idea che il modello liberaldemocratico occidentale si accingesse a diffondersi ovunque nel mondo, la concezione di radice europea, ebraico-cristiana dei diritti è sempre più stata considerata in civiltà non occidentali (in Asia e Africa soprattutto) come espressione di un "imperialismo" politico-culturale.

Conseguentemente, l'appello ai "diritti umani" si è progressivamente trasformato, anche in Occidente, in un riferimento vago, perché scendere nei particolari avrebbe significato sfatare il mito unanimistico di una crescente convergenza politica e giuridica della "comunità internazionale". Per di più, il crescere nei paesi liberaldemocratici di un progressismo sempre più avverso alla tradizione dalla quale essi erano nati ha prodotto una vera e propria auto-castrazione di quegli ordinamenti rispetto ai propri principi fondanti. La nozione di "diritti umani", in questa chiave, è diventata sempre più l'espressione di una visione astrattamente relativistica della convivenza tra popoli e civiltà, sulla base di un'idea di "tolleranza" che ha significato, concretamente, il crescente abbandono a loro stessi di popoli perseguitati, dissidenti, minoranze, e l'affermarsi di una miriade di "doppi standard" sui regimi responsabili di persecuzioni e repressioni.

E infatti non a caso le voci che oggi si levano a celebrare l'anniversario si guardano bene, per lo più, dal celebrare la democrazia liberale che di quel documento è la radice, ma insistono su aspetti particolari che spesso con quella radice c'entrano poco: come la presunta violazione dei diritti dei "migranti" da parte degli Stati che non consentono loro di stabilirsi dove vogliono. O si soffermano solo su punti particolari che sono divenuti popolari presso un certo tipo di pubblico "liberal": le discriminazioni sessuali, quelle razziali, e così via. In questo modo gli attuali corifei del "dirittismo" danno l'impressione che i paesi più colpevoli di violazioni dei diritti umani siano proprio quelli occidentali. E ignorano totalmente il fatto che in larga parte dei paesi islamici, in Cina, nei paesi dell'estremo Oriente e altre aree del mondo dove non esiste la democrazia liberale i più elementari diritti civili (pensiero, parola, associazione, per non parlare dei diritti religiosi e di quelli delle donne o delle minoranze sessuali) sono sistematicamente calpestati, in nome della salvaguardia di governi autoritari, del nazionalismo, dell'integralismo. Insomma, periodicamente - e in questo settantenario ancor più - va in scena tra le classi dirigenti occidentali la recita del "mea culpa" politically correct: il problema come al solito siamo noi, "imperialisti" e "razzisti", mentre il resto del mondo è vergine e innocente.

Una recita che però mai come oggi, di fronte alla crisi del debole globalismo fondato sul multiculturalismo, appare debole e strumentale: un fragile schermo a coprire una realtà molto più dura. Il multiculturalismo esasperato non ha affatto ridotto i conflitti internazionali e infranazionali, ma anzi li ha moltiplicati e frammentati, nel tramonto delle vecchie ideologie e nel progressivo emergere dello "scontro tra civiltà". E la crisi interna, l'odio di sé, la rinuncia ad assumersi le proprie responsabilità di guida da parte dell'Occidente hanno prodotto l'espansione di vecchi e nuovi nemici della libertà in tutto il mondo.

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