Dolcetti ai bambini, i nuovi orchi della jihad in Europa
28 Settembre 2017
Si è aperto a Nottingham, in Inghilterra, un processo che per un po’ di giorni terrà alta l’attenzione dell’opinione pubblica. L’imputato è già noto: si chiama Zameer Ghumra ed è un farmacista di Leicester balzato alle cronache nel 2015 con il suo arresto per “propaganda terroristica” su Twitter. Al centro del procedimento giudiziario di questi giorni, però, non ci sono solo i contenuti video che l’uomo avrebbe diffuso sul social network tra gennaio 2013 e settembre2014, ma un reato ben più grave e subdolo come il tentativo di indottrinare all’Islam radicale due maschietti della scuola primaria in cui lavorava.
Stando alle arringa dell’accusa, Ghumra, oggi 38enne, avrebbe provato “lavare il cervello” dei bambini con meticolosa dedizione, mostrandogli i video che lo Stato Islamico usa negli addestramenti dei guerriglieri, compresi quelli delle decapitazioni. Gli avrebbe inoltre spiegato come sopravvivere a un bombardamento e come affrontare una lotta con i coltelli. In settimana, i piccoli dovranno ripetere dinanzi al giudice quello che è successo ed è plausibile che la difesa miri a ridurre il tentato indottrinamento a un fraintendimento nato dall’immaginazione. Sembra, tuttavia, che tra le testimonianze raccolte durante le indagini ci sia anche quella di un adulto, un cliente delle farmacia, a cui Ghumra un giorno avrebbe detto che i musulmani dell’Isis “non sono cattive persone, cercano solo di difendersi”.
A prescindere dall’esito del giudizio, la storia del farmacista musulmano porta a galla un aspetto, forse, ancora poco visibile nelle comunità occidentali a forte identità islamica, ovvero la radicalizzazione dei piccoli, musulmani e non, la futura generazione di cittadini europei.
È facile trovare nel web video che raccontano come, un po’ ovunque nel mondo islamico più radicale, i nonni avviano i nipoti all’uso di bombe e pistole. In alcuni casi, alle esecuzioni capitali vere e proprie. Ma che ciò avvenga nel cuore dell’Europa, a scuola o nelle moschee delle nostre Capitali, ha dell’inquietante.
Quello di Nottingham, del resto, non è un fenomeno isolato. Qualche giorno fa è stato messo in cella un imam di 40 anni, Kamran Sabir Hussain, che in un sermone tenuto a Stoke-on–Trent, nello Staffoldshire, sempre in Inghilterra, ha incitato al martirio, “supremo successo”, i ragazzi tra i tre e i 15 anni che lo ascoltavano. “La natura della vita – diceva – è uccidere ed essere uccisi”. Non dimentichiamo che anche uno degli attentatori al London Bridge, Khuram Butt, era stato denunciato alla polizia nel 2015, quindi due anni prima dell’attacco, per aver cercato di indottrinare un gruppo di bambini di Barking, nella periferia est. Stando alle testimonianze di un genitore, attirava i piccoli con dolci e monetine e li portava nel parco per parlargli di Islam. Il campanello di allarme è suonato quando un giorno, racconta la madre, il figlio gli ha detto “mamma, voglio diventare musulmano”.
Della radicalizzazione islamica dei bambini ne parla anche la tv belga. Ha destato clamore lo sconcerto degli insegnanti di una scuola di Ronse, nelle Fiandre, che hanno registrato comportamenti eccessivamente violenti e provocatori persino nei bambini dell’asilo, abituati a chiamare i loro compagni cristiani “maiali” e “non credenti”, o a minacciarli mimando il taglio della gola con il dito. I genitori non si preoccupano, a quanto pare. Anzi, guardano i loro piccoli e ridono compiaciuti.
