Domenici s’incatena e il Pd trema per “l’affaire Fondiaria”

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Domenici s’incatena e il Pd trema per “l’affaire Fondiaria”

07 Dicembre 2008

Mentre in tutto il paese sembra essere ormai scoppiata la “questione morale” del Pd, vale la pena di analizzare più nello specifico quanto sta accadendo in Toscana.  Partiamo dal basso. Ad essere in discussione non sono le azioni di alcuni assessori del PD, ma dei due assessori centrali a tutte le operazioni della giunta, uomini dalla lunga storia all’interno del PCI.

Graziano Cioni è un vecchio dirigente del PCI, proviene da una delle federazioni più dure e ottuse di Italia, quella di Empoli; per 14 anni deputato, visto come la longa manus di Pecchioli durante gli anni di piombo, con un pacchetto di voti propri per Firenze notevole (poco più di 2000). E’ uno dei pochi che sa come si ottiene e come si gestisce il potere. In sé, assomma la ridicola cifra di quasi 15 deleghe che spaziano dalla salute alla polizia municipale (il primo amore non si scorda mai).

Gianni Biagi, coetaneo del sindaco, architetto, già funzionario della regione, da sempre PCI; si occupa di urbanistica anche da sempre, appartiene all’ala riformista del partito simpatizzante di Morando, non ha mai svolto in pubblico un ragionamento politico, è il braccio operativo di tutte le operazioni immobiliari da ben due giunte. Se Cioni incarna l’aspetto populistico muscolare del PD, Gianni Biagi va ad occupare la casella della tecnocrazia: entrambi, sia chiaro, rappresentano il meglio che si possa trovare tra le schiere del PD, di estrazione comunista, in quanto a riformismo e capacità di governo.

La vicenda "Castello Fondiaria" non è un’operazione immobiliare come le altre. Non lo è per volumi, per soldi, per impatto sulla città, per nomi coinvolti. Senza entrare in dettagli tecnici, parliamo di 168 ettari (la superficie del comune di Firenze è di poco più di 102.000 chilometri quadri), 1.400.000 metri cubi di cemento per un operazione, valutata da Ligresti, di un miliardo di euro.

In pratica è come si stesse progettando a tavolino un’area vasta come il centro medievale di Firenze, dopo aver appena cementificato un’area come quella ex Fiat a Novoli di ben 32 ettari. E qui sta il vero nodo politico con pesanti implicazioni culturali. Nodo a sua volta composto di molti intrecci. La decisione di urbanizzazione arriva non dopo una valutazione delle necessità della città, una visione organica dei suoi bisogni, ma essa precede l’emergere delle esigenze urbanistiche!

Da qui la rincorsa faticosa, irrazionale, caotica, di piani, modifiche, proposte e controproposte continue tra attore privato – Fondiaria – e Comune. Così l’area, stretta tra l’aeroporto, l’autostrada, la ferrovia, diventa il contenitore alla ricerca di contenuti: edilizia privata, pubblica, caserme, scuole, centri direzionali, parco, stadio al posto del parco, alberghi, uffici regionali e della provincia in un crescendo di confusione e ambiguità e senza preoccuparsi né delle compatibilità, né dei trasporti (il primo braccio di tranvia non è verso nord ovest, ma verso Scandicci!), né delle conseguenze. Si possono mettere assieme il rumore degli aerei, dell’autostrada, quattro cinquemila studenti, cinquantamila tifosi che vanno allo stadio stadio, l’edilizia residenziale, quattromila carabinieri, migliaia di dipendenti regionali e provinciali?

L’idea delle amministrazioni Domenici è chiara: spostiamo quante più possibili funzioni pubbliche nell’area in modo da decongestionare il centro e valorizzare l’area. Ma può una città come Firenze reggere un trasformazione così profonda operata a tavolino? Non porta in sé connotati di pianificazione centralizzata, di ingegneria sociale l’idea di spostare le funzioni dal centro alla periferia? Non significa ammazzare definitivamente il centro già svuotato dei suoi residenti?

Firenze è una città con una delle popolazioni più vecchie d’Italia, che perde abitanti in continuazione (negli anni sessanta ne aveva 437.000; nel 2006, 365.000), dove in dieci anni il 12 per cento dei residenti ha abbandonato il centro. Che fare delle numerose aree dimesse fiorentine? Si pensi a tutte le ex proprietà dell’esercito, la caserma della Sanità in Costa San Giorgio, l’ospedale militare di San Gallo, l’area della sussistenza a Novoli; si considerino le aree di San Salvi e anche quelle già riallocate delle ex carceri Murate, della ex Fiat di viale Belfiore, di Porta a Prato, dello splendido edificio della Manifattura Tabacchi. Non solo: con lo spostamento degli uffici della Regione si renderebbero libere anche le torri di Novoli.

Alla fine si scopre questo bel giochino: le aree pubbliche dimesse in centro, o in prossimità, vengono affidate ai privati (i soliti), mentre gli uffici pubblici una volta in centro vanno in periferia! E quindi il centro si svuota per due cause: la prima perchè le funzioni pubbliche vanno verso la periferia,  e la seconda, perché molte attività cessano. Ma, ecco la risposta logica, non si poteva prima di tutto riqualificare il centro città e le zone limitrofe? Si ritorna infine alla domanda delle domande. La storia urbanistica di Firenze sarebbe stata la stessa se non ci fosse stata l’esigenza di Fondiaria di costruire?

Su questa operazione di miliardi e sull’urbanistica in generale si è costituito il sistema di potere del PCI-PD; oggi una delle maggiori voci dell’economia cittadina. Il comune negli ultimi dieci anni è a vario titolo coinvolto nei lavori per l’attraversamento dell’alta velocità compresa la nuova stazione, delle linee della tranvia, nelle opere di viabilità dei viali, nell’area di Novoli per non parlare degli altri lavori privati. Il meccanismo è sotto gli occhi di tutti e comprende società per azioni, cooperative, grande distribuzione, catene alberghiere, grandi nomi della finanza; sponsorizzazioni per centinaia di migliaia di euro alle attività culturali del comune e non solo. Firenze è riuscita a inventare un meccanismo unico di project financing attraverso un guazzabuglio di società pubbliche e private incrociate che gestiscono i progetti, il cui unico punto certo è chi ci guadagna. E’ un meccanismo perverso dove i nomi che troviamo sono sempre gli stessi e pervicace.

Questa è stata la risposta politica degli ex comunisti alla crisi di identità e ai problemi economici di Firenze. Hanno scelto di mettere le mani sulla città, su quel ganglio sensibile che è il rapporto tra pubblico e privato nell’edilizia, il settore produttivo più semplice; qui non è necessario nessun know how specifico, basta a coprire il disastro un’ideologia, condivisa dai più, dello sviluppo, del nuovo, un odio contro l’immobilismo, qualche archistar sempre disponibile a benedire ogni misfatto possibile, soldi per tutti e il risultato è pronto (il fatto poi che non si sappia fare nemmeno questo, come dimostrano i molti lavori pubblici sbagliati, è un argomento in più contro una pianificazione di stampo sovietico).

Hanno scelto il cemento per asfaltare la loro strada verso il potere, non dissimili in questo alle peggiori amministrazioni anni sessanta, ma allora per lo meno c’era una spinta demografica enorme, quasi un’emergenza a cui rispondere. Da questo punto di vista, l’indagine della magistratura, non aggiunge niente; quanto detto sopra poteva benissimo essere scritto prima degli ultimi eventi.  La corruzione, prima che individuale o di una parte politica, è culturale. Il fatto che ora si sia mossa la procura, significa solo che questo sistema per motivi, a me sconosciuti, si è incrinato. Al centro destra il compito di romperlo.

E’ necessaria una critica puntuale e feroce a questa logica di occupazione del potere, alla logica di svendita di qualcosa che assomigli all’interesse generale; è necessaria una presa di coscienza contro le seduzioni dello sviluppismo ad ogni costo, è necessario non avere più nessun complesso di inferiorità contro una sinistra arrogante e vuota. Nessuno vuole demonizzare i poteri forti! Il fatto è che la loro opera va messa al servizio della città e non viceversa. C’è insomma bisogno di un’idea di Firenze semplice che parta dalla realtà, che sappia valorizzare quello che si è, che riscopra un idea del bello, dell’armonia che un tempo era un dato antropologico di questa parte d’Italia