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Verso la Pasqua

Don Liberio Andreatta: “Rimettiamoci in cammino!”

Don Liberio Andreatta è il dominus dell’Opera Romana Pellegrinaggi. Ogni anno muove decine di migliaia di pellegrini verso i luoghi classici della fede: Terra Santa, Lourdes, Fatima e Roma. Da un po’ di tempo, però, sempre più spesso la sua attività s’imbatte nei cammini dello spirito, in trenini che attraversano il cuore del nostro meraviglioso Paese e che rappresentano l’altra faccia della luna: il complemento dell’alta velocità. Frequentemente mi trovo a parlare con lui di come sviluppare e dare impulso alla “transiberiana” che da Sulmona ti porta nell’Appenino molisano attraversando l’Alta Val di Sangro, degli eremi celestiniani della Majella, del cammino del perdono che dalla Badia giunge alla Basilica di Collemaggio all’Aquila: tesori di bellezza e di fede dei quali si è accorto l’Unesco ancor prima degli italiani. Non abbiamo smesso di parlare di questa nostra comune passione neppure nei giorni della quarantena, sentendoci per whatsapp o per telefono. Finchè non è nata l’idea di questa conversazione che, nelle nostre comuni intenzioni, è anche un viatico verso questa Pasqua così particolare e un auspicio per la ripresa. 

Don Liberio, partiamo da una domanda personale, quasi intima, che in questi tempi assume però un significato pubblico: come stai vivendo la tua quarantena?

Con grande serenità; in modo assai fecondo, all’ insegna della ponderazione, della riflessione e della coltivazione di esperienze inedite. Ho dovuto imparare a gestire le cose di casa, per me una novità assoluta: organizzare il pranzo, la cena, la lavanderia, la gestione dei rifiuti. E poi sto lavorando alacremente al dopo: nuove proposte di pellegrinaggi e cammini, delle quali sto curando gli aspetti materiali e spirituali. Ho un’idea che mi guida: gli italiani restino in Italia e aiutino così il nostro Paese. L’Italia è uno scrigno di ricchezza inestimabile: bellezze artistiche, paesaggistiche e spirituali dimenticate o misconosciute. Scopriamole e facciamolo adesso. Faccio un solo esempio. In Sardegna tutti vanno per il mare, ma quanti sanno che un “trenino verde”, che vorremmo recuperare, ti consente di arrivare nel cuore di una bellezza e di una religiosità fin qui “segrete”, dove la natura testimonia con una forza inaudita la presenza di Dio?

Ma torniamo alla mia giornata in questo tempo. Inizia nella Cappellina, dove prego e celebro l’eucarestia. Vado al lavoro nel mio studio fino a ora di pranzo, poi un momento di preghiera e quindi un breve riposo: fatto inedito, in vita mia non l’avevo mai fatto. Esco solo se necessario e, se non lo è, dopo il riposo riprendo il mio lavoro. Quindi faccio le pulizie, apro e arieggio la casa; alle 18 mi collego con Lourdes per il rosario e quindi ceno. Poi torno in Cappellina per le preghiere serali. Pochissima televisione: mi annoia. Così le mie giornate corrono velocissime nella loro apparente lentezza. Le avverto armoniche rispetto alla mia età: che bello diventare anziani; che bello questo tempo! Nella mia vita di sacerdote e nella pastorale dei pellegrinaggi, anche per gli studi fatti, ho approfondito gli aspetti principali del pellegrinaggio: il cammino, la meta, l’incontro e il ritorno. Questa esperienza mi ha fatto scoprire un altro aspetto importante: la sosta; tempo di silenzio, di preghiera e di riflessione; tempo prezioso, direi indispensabile. Sosta, silenzio, riflessione, ascolto, recupero del rapporto con se stessi, con gli altri, con la natura e con il trascendente. Ogni tanto bisogna trovare il coraggio di fermarsi e, se non lo trovi tu, lo trova qualcun altro per te. Ora dovremmo averlo compreso.

Don Liberio, lei ha a che fare con i lunghi pellegrinaggi. Vorrei per un attimo parlarle di piccoli spostamenti. Non le sembra assurdo che, in un momento come questo, quando ne avresti più bisogno, per andare a pregare devi inventarti che stai andando dal giornalaio o a comprare le sigarette e lungo la strada casualmente hai trovato una chiesa?

Questa è una pazzia. In un primo momento mi sono ribellato; la chiesetta di Piazza della Pigna della quale sono Rettore è rimasta sempre aperta, alle otto si diceva messa e, al calar della sera, c’erano sempre le luci accese: doveva essere e apparire una casa abitata. Quando è subentrata una disposizione con forza di legge, mi si è stretto il cuore e ne ho preso atto.  Sono un uomo obbediente alle istituzioni perché l’obbedienza è l’accettazione della volontà di Dio. Me lo diceva sempre mia madre. Anche se ti ordinano di piantare i cavoli con le foglie sotto e le radici in su, fallo. Alla fine tutto ritorna. I princìpi di fondo, quelli che hanno a che fare con la Verità (con la V maiuscola), sono fuori dell’obbedienza. Io credo che al fondo di alcune disposizioni c’è il fatto che non si sia ben compreso come la libertà religiosa è vero pane.  Ognuno di noi ha bisogno di alimentare il corpo ma ancor più lo spirito. La fede, in momenti come questi, è un grande sostegno; è la speranza di non esser soli pur rispettando tutti i distanziamenti imposti dalla legge. Per questo le chiese devono restare aperte come rimangono aperti i servizi essenziali e tutti quelli che lo vogliono dovrebbero poterle frequentare senza la scusa di andare a prendere le sigarette…

I pellegrinaggi hanno alle spalle una incredibile organizzazione. Cosa ha significato, per la religiosità diffusa e la sua coltivazione, “fermare la macchina”? E in termini economici?

Da principio è stata una ferita e una sofferenza. E’ la seconda volta che mi capita. Nel 2001, dopo l’attentato alle Torri Gemelle, si fermò il mondo. Non si poteva più andare in Terrasanta. Quell’anno avevamo portato laggiù 15.000 pellegrini e altri 12.000 avevano già pagato. Il danno economico fu enorme. Dopo un attimo di smarrimento, tuttavia, ringraziai il Signore: il pellegrinaggio in quel momento, a causa di un sovraffollamento di pellegrini, provenienti da tutte le parti del mondo, aveva perso ogni spiritualità e fortemente penalizzato la dimensione spirituale ed interiore. Il numero aveva reso il pellegrinaggio tutta una corsa frenetica e secolare. Ingaggiare le guide preparate era diventato un serio problema, il tutto si era trasformato in un grande mercato delle vacche. E poi: file interminabili, tempi contingentati per sostare in luoghi sacri. Guarda che se il pellegrinaggio è contaminato dalla frenesia diventa solo un turismo di evasione e di scadente qualità. Quello stop imposto dalla geopolitica fu una liberazione. Anche oggi in Terra Santa eravamo tornati a quel punto – non per ogni luogo fortunatamente, ad esempio non per Fatima e per Lourdes – e per la seconda volta ho tratto un profondo respiro. Certo, ci sarà un danno economico, come vi fu nel 2001: lo abbiamo affrontato allora, lo affronteremo anche oggi. E’ un rischio che fa parte della storia, ma quando la pianta è sana rinasce. L’importante è la radice. Io penso al popolo eletto, quello di Israele, quando perse il senso di Dio si autodistrusse. La Storia ci insegna, insomma, cosa si può perdere senza aver paura e cosa invece si deve conservare per poter sempre ripartire.

Fin qui abbiamo parlato dei grandi pellegrinaggi ma c’è una dimensione più personale, quella del cammino, che negli ultimi anni si sta sempre più diffondendo. Questa pratica è “cammino religioso”, nella versione spirituale; “turismo lento” in quella secolare. Qual è lo stato dell’arte?

La mia esperienza di sacerdote e della pastorale del pellegrinaggio è legata, in particolare, a tre “luoghi di massa”: Lourdes, Fatima e la Terrasanta. Sono stati i tre spazi fondamentali della mia esperienza. I “cammini” sono assai diversi. C’è, però, qualcosa che collega il “pellegrino camminatore” al “pellegrino di massa”.  Il pellegrinaggio è tale se è fatto d’incontri; se riesce a trasformare i luoghi in volti. Noi non ci incontriamo più; non perdiamo più tempo a comprendere chi siamo e la nostra interazione con l’altro. Dico sempre ai miei pellegrini: se compriamo un elettrodomestico, perdiamo tempo a studiare le istruzioni e grazie ad esse creiamo una interazione con l’oggetto. E’ mai possibile che non siamo disponibili a studiare chi siamo e a comprendere come interagire col prossimo? Ecco, il pellegrinaggio è anche il tempo per considerare il nostro libretto d’istruzioni e così collegarci all’altro: sia che il pellegrinaggio si compia con un pullman stracolmo, sia con un cammino in solitario.

Sull’importanza dei cammini, poi, vorrei ricordare quando Giovanni Paolo II a Strasburgo, rivolgendosi ai cristiani e ai laici, citò Goethe secondo il quale l’Europa è nata nel pellegrinaggio e la sua lingua materna è il cristianesimo. Bada bene Gaetano, Goethe non era un credente ma era una persona leale che rispettava la storia. I viaggi del pellegrino del medioevo hanno connesso o quasi formato la geografia dell’Europa. I nostri stessi cammini, in gran parte, ripercorrono quelle vie. Se una famiglia europea, nonostante le guerre e le divisioni, è tuttavia riconoscibile, ciò si deve anche, o forse anzitutto, alle reti che il pellegrino vi ha disegnato per secoli. Gli esempi sono innumerevoli: ovunque ci sia un santuario mariano o sia custodito e venerato un santo martire (sanguis martyrum) vi è un cammino. E lungo i cammini si riafferma ciò che non si può modificare perché ha a che fare con la Verità, e ciò che invece è bene contaminare.  Infatti lungo questi cammini maturarono, anche attraverso questi incontri, i grandi linguaggi comuni dell’architettura, della scultura della pittura: romanica, gotica, cistercense A volte mi sorprendo a chiedermi: i pellegrini moderni sapranno rinnovare questa tradizione, e sapranno trovare analoghe vie di incontro e di confronto? Sapranno ancora viaggiare insieme, gli uni incontro agli altri, affrontando insieme i pericoli e i rischi dell’andare?  L’uomo moderno è gelosamente chiuso nel proprio io, incapace ormai di abbandonarlo, incapace di compiere alcun esodo dalla propria casa, dalle proprie abitudini, dai propri interessi, dai propri egoismi, dai propri nazionalismi?

Ma allora, Don Liberio, il cammino può diventare la metafora della ripresa?

Certo! Deve esserlo in questa incredibile attualità: interiorizzare il tempo e lo spazio – che sembrano oggi non appartenere più all’uomo – è una precisa scelta culturale che questa crisi ci propone. Ed ecco perché questo tempo di sosta si collega naturalmente al tempo del cammino. Dopo questo periodo di sospensione il cammino sarà un’occasione privilegiata per ripartire dall’incontro con se stessi, con gli altri, con Dio. Io sto lavorando per questo. Dall’esperienza si deve sempre imparare; la vera esperienza c’è quando si ha l’umiltà di chiedersi: dove ho sbagliato? Perché ci siamo messi – o qualcuno ci ha messo – in questa situazione? Da qui dobbiamo riprendere il cammino, verso una meta comune che consiste nella Verità. Perché la Verità non è né antica né moderna; la Verità è semplicemente vera: cerchiamola insieme.

Sono stato lo scorso agosto sul cammino verso Santiago, ho incontrato persone spinte dalle più diverse motivazioni, non sempre e non spesso legate alla fede. Ma mi è sembrato che tutti, lungo il viaggio, fossero disponibili a vivere come se Dio esistesse…

E’ assolutamente così: c’è chi si mette in cammino per ragioni di devozione, chi per fede, chi per turismo, chi per ragioni ginniche o per smaltire una delusione amorosa. Quando ho affrontato io il cammino verso Santiago, avevo organizzato due momenti d’incontro: la sera una preghiera e una benedizione nella chiesetta del paesino dove eravamo giunti e al mattino si ripartiva, al suono della campana, dopo una preghiera insieme. Ognuno aveva nel corso della giornata il tempo per dialogare con gli altri e per esprimere le proprie motivazioni ma, alla fine, ci ritrovammo a Santiago tutti con lo spirito di pellegrini uniti da un’esperienza e da un sentimento condivisi. Il cammino, in fondo, è una metafora della vita.

Il pellegrino in cammino, però, non è mai un normale turista…

Pellegrinaggio e turismo sono aspetti entrambi importanti della vita dell’uomo. Ma, hai ragione, si distinguono in qualcosa di essenziale. Ulisse viaggiò molto ma non fu mai pellegrino. Non ricercava un luogo sconosciuto che potesse divenire parte di lui e, dunque, appartenergli. Fu viaggiatore, viator, ma non mai pellegrino. La sua meta conosciuta era Itaca, la sua patria, per ritornare nella sua casa, dov’era la sua donna e il suo cane. Ulisse non fu Abramo. Il primo, figlio della chiamata, antica, della sua stessa terra da ritrovare; il secondo, figlio del movimento stesso verso una terra promessa e inafferrabile.  Il pellegrinaggio presuppone la consapevolezza di quanto sia effimero ciò che possediamo e quanto sia precario ciò che troviamo. Il viaggiatore ha una meta, il camminatore no; la sua meta è il cammino… Fede, libertà e ricerca sono i nomi dei passi di chi decide di pellegrinare.

Dopo questa sosta bisognerà ritessere una civiltà: compito immane che solo a pensarci fa tremare i polsi. Per questo, per trovare ispirazione, ho pensato di proporre agli amici, appena sarà possibile, il Cammino di San Benedetto: da Norcia a Cassino. Don Liberio, che ne pensi?

Ottima idea. L’ho studiato ma non l’ho mai fatto e anche per me sarebbe una bellissima esperienza. Ed è soprattutto una bellissima metafora. Perché la fondazione dei monasteri ha coniugato la crescita spirituale e la crescita civile: attorno a ogni monastero fondato da San Benedetto sorgeva un commercio, un albergo, un ospedale… Dio sa quanto avremo bisogno di trarre dalle nostre radici spirituali la forza per rialzarci anche economicamente.

Pasqua in casa, che fare per darle senso?

La mia riflessione è legata al passaggio del Mar Rosso. Per noi si tratta, quest’anno, di prepararci a passare dalla schiavitù del materiale a uno spazio di risurrezione. Riportiamo Dio nella nostra vita. Smettiamo di vivere come se Dio non esistesse. Il virus più grave del quale abbiamo sofferto è la mancanza di fede e in questa Pasqua possiamo redimerci. In un attimo sono crollati idoli che parevano imbattibili. La tirannia del relativismo è venuta meno e la Verità ha sconfitto la deificazione dell’uomo. Prepariamoci, con la Pasqua, a vivere questa liberazione.

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