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Il volume di Sofia Ventura e Gianfranco Pasquino

Dopo 50 anni la Quinta Repubblica francese dà lezione anche all’Italia

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Il modello politico-istituzionale semipresidenziale della Quinta Repubblica francese ha vissuto nell’oramai ventennale transizione del nostro Paese una fase di intenso, ma breve, successo. Chi volesse liquidare il volume curato da Gianfranco Pasquino e Sofia Ventura Una splendida cinquantenne: la Quinta Repubblica francese (Il Mulino, 2010) come il manifesto politico-culturale di due brillanti politologi alla ricerca dell’ennesima boutade istituzionale commetterebbe un grave errore.

Certamente i due curatori apprezzano il modello semipresidenziale francese e non esitano ad elencarne i molti successi, tra cui la stabilità degli esecutivi e la capacità di razionalizzazione del sistema partitico. Ma il volume collettaneo va molto oltre raccogliendo alcune pregevoli relazioni di politologi, costituzionalisti e storici italiani e francesi con un obiettivo piuttosto chiaro: far emergere le specificità del modello francese della Quinta Repubblica, lasciando poi al lettore lo sforzo di riflettere in modo comparato e trarre le proprie conclusioni a proposito della sua esportabilità o meno nel contesto italiano. Insomma l’idea di fondo è quella di studiare, descrivere e riflettere suggerendo alcune linee interpretative. Seguendo questo approccio ecco alcuni spunti che i differenti saggi pongono all’attenzione del lettore.

Primo punto: esiste una “eccezionalità” del sistema istituzionale della Quinta Repubblica all’interno della tradizione transalpina e più in generale di quella europea e occidentale? Yves Meny risponde positivamente al quesito e ricorda che la grande forza del sistema voluto dal generale de Gaulle risiede proprio nell’aver posto fine ad una debolezza congenita delle istituzioni francesi dal crollo del sistema monarchico in avanti. Di fronte all’incapacità di creare un sistema in grado di organizzare l’espressione politica e di trasformarla in azione pubblica attraverso l’operato di un esecutivo responsabile (oscillando tra eccessi di potere ed eccessi di debolezza) il modello quinto repubblicano ha definitivamente istituzionalizzato la leadership, è riuscito cioè a riconciliare parlamentarismo ed esercizio della leadership (carismatica, tradizionale o legale). È arrivato insomma dove ogni modello costituzionale dovrebbe giungere, cioè a tradurre la diagnosi in concreta realizzazione.

Ma la Quinta Repubblica non è solo rottura costituzionale, è anche rottura a livello di cultura politica. Secondo punto di estremo interesse è proprio il contributo dello storico di Sciences Po Nicolas Rousselier. Importante per due motivi. Il primo metodologico: fare attenzione a non dimenticare la dimensione della cultura politica quando si affronta una transizione costituzionale. Il secondo di sostanza: la Quinta Repubblica segna una cesura anche grazie al consolidarsi di una “cultura politica gollista” fondata sulla riabilitazione del concetto di potere personale, sul ruolo centrale del Capo dello Stato nell’architettura istituzionale, la preminenza dell’esecutivo e l’ampio rinnovamento dei riferimenti storici (dalla Rivoluzione francese alla Resistenza).

La rottura tra la “cultura politica gollista” e le tradizioni liberale, radicale e repubblicana francesi avviene su numerosi piani, ma uno è più decisivo degli altri. Lungo tutta la fase post-rivoluzionaria, per non parlare della III Repubblica (sviluppatasi per scongiurare lo spauracchio del bonapartismo) la classe dirigente politica transalpina tenta di eliminare qualsiasi forma di “irrazionalità” dal piano della politica. Prima di ogni altra cosa è indispensabile fare appello alla ragione. La Quinta Repubblica gollista infrange questo tabù per impegnarsi, con successo, nell’imporre il primato del Presidente, unico garante della separazione tra sfera dello Stato e ambito parlamentare (dominato dallo scontro politico e di conseguenza “partigiano”). Insomma all’interno di un quadro di razionalità costituzionale quella che i precedenti sistemi bollavano come “irrazionalità” è finalmente integrata.

Ventura parte proprio da una definizione di gollismo come sintesi tra autorità dello Stato e principio democratico, il tutto a servizio della grandeur, per indagare come questa “rottura gollista” concretamente si estrinsechi nei differenti soggetti partitici che dal 1958 ad oggi hanno cercato di incarnarla. Particolarmente interessante è la concettualizzazione che la politologa propone a proposito della cosiddetta “banalizzazione” del gollismo delle origini condotta da Chirac nel suo tentativo (dalle presidenziali del 1981 a quelle del 1995) di essere eletto all’Eliseo. Il caso è di estremo interesse (e naturalmente attende ulteriore e più specifica indagine storica) dal momento che Chirac sembra mantenere equilibrio tra l’evidente necessità di aggiornamento della cultura politica gollista e lo spregiudicato “tradimento” di alcuni suoi paradigmi costitutivi, proponendo l’accettazione del sovranazionalismo europeo, un accentuato liberalismo economico e una disinvolta pratica istituzionale che non lo condurrà alle dimissioni dopo il clamoroso autogol del 1997, seguito da cinque anni di coabitazione e dalla riforma costituzionale con riduzione a cinque anni del mandato presidenziale.

Il volume offre poi un altro spunto di notevole interesse nel proporre anche una visione più critica sul sistema della Quinta Repubblica. Fusaro infatti si sofferma a sottolineare quelle che definisce le “congenite ambiguità” delle origini. Giustamente parla di un governo “ a due teste”, con l’obiettivo di soddisfare le esigenze di chi vuole la razionalizzazione dell’attività di governo (in particolare Debré) e chi è legato all’unicità della figura del Capo dello Stato (de Gaulle). Ha ragione Fusaro quando, magari estremizzando un po’, ricorda come la preminenza assoluta del Presidente sia presente più nella “lettura” che il Generale propone della Costituzione, che nella “lettera” della stessa. Ecco allora che il presidente del primo decennio, cioè il Generale fondatore, è preminente non in virtù di competenze giuridiche e formali (anche se probabilmente Fusaro sottostima un po’ la portata della riforma del 1962, con l’introduzione dell’elezione diretta) ma innanzitutto per il ruolo “politico” (e per la legittimità storica) che incarna. In parte questo accadrà anche per il “delfino” Pompidou e per il primo presidente non gollista, cioè Giscard d’Estaing.

Per questo motivo, a detta di Fusaro, il sistema subisce uno stravolgimento netto nel 1986, in occasione della prima coabitazione, con il presidente che si tramuta in finto arbitro, principe dimezzato e capo dell’opposizione. Sul giudizio conclusivo di Fusaro, una vera e propria provocazione secondo la quale il sistema politico-istituzionale della Quinta Repubblica tenderebbe a certificare l’irresponsabilità dell’esecutivo (anche in questo caso si sottostima l’importanza della riforma del 2008), si può discutere. Al contrario è difficile contraddire la linea interpretativa di Campus quando analizza il sistema transalpino della Quinta Repubblica osservandolo dall’angolo privilegiato della comunicazione politica. La preminenza della figura del presidente e l’istituzionalizzazione della leadership conducono inevitabilmente a quella che si potrebbe definire la “istituzionalizzazione della comunicazione e del marketing politico”. Pur sottolineando come nel caso francese questa tendenza (che si sviluppa sin dai primi anni Sessanta) non implichi una diminuzione del ruolo e della forza dei partiti politici, Campus ricorda i rischi insiti in questo trionfo della cosiddetta democrazia di opinione. L’elezione del 2007, da questo punto di vista rappresenta un caso di scuola, tanto da far parlare in Francia di media democracy, trionfo del candidato celebrità e abuso del cosiddetto going personal.

Nelle conclusioni Pasquino si addentra anche nella complicata valutazione del rendimento del sistema politico francese della Quinta Repubblica, naturalmente comparandolo più o meno esplicitamente a quello italiano. Al di là di alcuni dati oggettivi piuttosto impietosi per il nostro modello (ad esempio disastroso è quello relativo alla durata media di un esecutivo, quasi doppia quella della Francia della Quinta Repubblica) non credo sia questo il merito maggiore del volume. L’incapacità del sistema italiano di completare quella transizione avviata in maniera traumatica nel biennio 1992-93 credo sia sotto gli occhi di tutti e non necessiti di ulteriori commenti. Al di là del dato politico a lasciare ancora più perplessi è stata l’incapacità (che definirei bipartisan) di arrivare ad una complessiva e coerente riforma delle istituzioni con qualche possibilità di non essere stravolta da ogni successivo cambio di maggioranza.

L’importanza del modello francese è proprio nel mostrare come sia possibile condurre in porto una transizione di regime di fronte ad una crisi sistemica come fu quella del 1958-62. Ma il dato di ulteriore interesse del caso transalpino, oltre alla modernità del modello istituzionale della Quinta Repubblica, riguarda la declinazione del concetto di crisi. Quello che de Gaulle e gli estensori della Quinta Repubblica sembrano aver compreso oltre 50 anni fa e quello che la classe politica francese nella sua interezza (dunque anche strenui oppositori come Mitterrand e il Ps) ha mostrato di aver metabolizzato è che di fronte ad una crisi è indispensabile affrontare il più vasto problema della legittimazione (o rilegittimazione) della classe politica e delle sue istituzioni. Ad un ventennio dai primi passi della transizione italiana qualche dubbio che una riflessione simile sia stata condotta in Italia credo sia lecito avanzarlo.

 

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