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Il rating dell’Italia passa da A+ ad A

Dopo il declassamento di S&P’s è tempo di tornare a parlare di economia

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Mentre Moody’s ha rinviato a fine ottobre la valutazione se si debba o meno togliere una A dal rating del nostro debito pubblico, che ha ancora 2 A, Standard&Poor’s ha degradato il rating dell’Italia a causa della sua instabilità politica. Questo giudizio ci aiuta a capire perché nonostante una pesante manovra di finanza pubblica, che dovrebbe portare al pareggio del bilancio nel 2013, il tasso di interesse sui nostri titoli tenda a oscillare vero l’alto, anziché verso il basso. E quindi perché lo spread fra i nostri titoli e i Bund tenda a schizzare verso i 400 punti e a oltrepassarli, salvo quando la Bce ne effettua acquisti sul mercato secondario, ossia fra quelli già esistenti e non sulle nuove emissioni.

In gran parte la valutazione espressa da Standard&Poor’s era già incorporata nella valutazione dei mercati. In Italia si è scatenata una campagna da parte rilevante dei maggiori giornali collegati a Mediobanca e da parte della Confindustria e di esperti ad essi connessi nonché della intersa sinistra ex comunista ed ex sessantottina rivolta a screditare la manovra con affermazioni contraddittorie, senza soluzioni alternative credibili e strumentale all’iniziativa politica rivolta a modificare gli attuali equilibri - espressi dai risultati elettorali - con una campagna persecutoria nei confronti del premier per farlo dimettere, con argomenti di natura personale.

E’ difficile capire se le esternazioni fatte a borsa aperta hanno o meno generato variazioni nei corsi dei titoli, ma è certo che se il premier fosse costretto a dimettersi, o fosse accompagnato dai carabinieri a Napoli a testimoniare come teste reticente o fosse condannato in primo grado a Milano in un procedimento che, comunque, si estinguerebbe due mesi dopo per prescrizione, il tasso di interesse sui nostri titoli sul mercato secondario salirebbe di colpo, di parecchio, ridimensionandosi un po’ nei giorni seguenti, con notevoli guadagni per chi conosce le notizie riservate e per chi genera la dilatazione artificiosa delle loro conseguenze sulla scena politica.

Penso che a parecchi, negli ambienti giornalistici, politici e finanziari italiani, il rinvio ad ottobre di Moody’s sia dispiaciuto. Invece saranno contenti di quello di Standard&Poor’s perché volevano un verdetto negativo ora, per dare forza alla richiesta che Berlusconi “vada a casa”, come dice il leader del Pd Bersani. Ciò detto occorre chiarire che, comunque, è naturale che il cosiddetto spread sui Bund sia aumentato, rispetto al passato, perché esso riflette un aumento del tasso di interesse che deriva sia dalla maggiore inflazione attesa, sia dallo squilibrio fra domanda e offerta di risparmio. Ma in questa situazione di aumento dei tassi dovuto a fattori oggettivi, si è inserita una campagna politica denigratoria che genera un aumento del tasso, anziché un a diminuzione, rispetto al livello dei primi di agosto come sarebbe ragionevole, se ci si limitasse a considerare senza paraocchi l’effetto macro economico della manovra di finanza pubblica.

L’Italia è il paese di Maramaldo. E’ il paese ove molti sono disposti a perdere un occhio se questo serve a far si che lui, Berlusconi, ne perda due. Ora si chiama Berlusconi, una volta si chiamava Craxi, ma la storia si ripete e, con un po’ meno di capelli, e la schiena più curva, coloro che nutrono odio e invidia e ambizione, i Catilina sono gli stessi. In queste circostanze, lo spread è persino troppo basso. Mi pare però che sarebbe opportuno che si considerasse il tasso di interesse sui nostri titoli pubblici, in relazione al tasso di inflazione e al gravame fiscale, e non in relazione a quello strano termometro che è l’andamento attuale del Bund rispetto a quello passato.

Uno degli imbarbarimenti della cultura economica e finanziaria di quest’epoca è costituito dal fatto che non si considerano più i valori assoluti, la sostanza delle cose, ma le variazioni, le percentuali di mutamento. Dai valori soluti si è passati a quelli relativi, al relativismo. E quelli che praticano questa pseudo scienza sono molti e in numero crescente, in questo modo non si occupano più della sostanza delle cose di lungo e medio termine, si occupano invece di ciò che accade giorno per giorno, nel breve termine con l’orizzonte limitato al giorno dopo, al fine settimana. Questa considerazione si applica a molti aspetti della situazione e della dinamica delle economie, ma in particolare alla nuova mania, consistente nel considerare il cosiddetto spread (in italiano differenza) fra il tasso di interesse sui nostri titoli e sui Bund tedeschi, non come evento reale, ma come valutazione di borsa, delle varie ore delle varie giornate. E sulla base di questo indice, a cui si attribuiscono significati razionali straordinari, direi mitici, si giudica se una manovra economica sia giusta o sbagliata, se un governo stia gestendo o male la crisi e si fanno elucubrazioni sulla sostenibilità del nostro debito pubblico e paragoni con la situazione di quello greco. Ma di che cosa stiamo parlando? Questa variazione che cosa rappresenta e che cosa indica? 

La variazione in questione non è un vero indice, è un indizio di ciò che ci interessa. E ciò che ci interessa è la remunerazione del nostro debito pubblico, cioè il suo tasso di interesse. Il rapporto con il Bund tedesco non è come il rapporto di una grandezza con il metro, che è immutabile, in quanto il livello degli interessi sui Bund può aumentare o scendere per varie ragioni. E se il tasso dei Bund scende perché tutti li comprano lo spread può aumentare, anche se la remunerazione, cioè il tasso di interesse sui nostri titoli è scesa. Lo spread di 380 punti può voler dire che il tasso di interesse sui nostri titoli è 5% oppure che è il 5,3% a seconda di come si comportino i Bund. Reputo che uno spread attorno al 3,5-3,8 %ossia di 350-380 punti, nelle condizioni attuali, in quanto implica un tasso di interesse poco sopra il 5%, sia normale. Non patologico.

In economia i miracoli non esistono. E dato che l’inflazione in Europa supererà mediamente il 2%, un tasso di interesse su titoli a sette o dieci anni del 5,3% implica un remunerazione reale attorno al 3%. Cioè un compenso che in passato era ritenuto quello minimo per il risparmio, in un’epoca in cui la domanda di risparmio non era molto superiore alla sua offerta. Ma un investimento rischioso, a causa della scarsa solvibilità dell’Italia, a sua volta causata dal fatto che il premier Berlusconi è sotto processo o parte lesa, in prevedimenti riguardanti donne compiacenti (in inglese escort), ma a causa del fatto che il risparmio ha un suo compenso “naturale”, in mancanza del quale si riduce ed esita a trasformarsi in impiego. E allora i Bund?

La risposta è che questi titoli pubblici tedeschi, ancorché a medio lungo termine, come gli equipollenti italiani di sette e dieci anni, sono considerati un “bene rifugio” equivalente a moneta liquida o a lingotti d’oro e quindi si comprano e tengono non in vista del loro tasso di interesse ma della loro funzione di deposito sicuro di valore, comunemente accettato.

 

Ciò detto, il giudizio di Standard&Poor’s si intreccia con la scena politica italiana e ciò può costituire una miscela perfetta con la speculazione al ribasso sui nostri titoli. Il governo pertanto deve attuare le politiche strutturali che Standard&Poor’s lamenta che non vengano ancora attuate e che sono nel programma e nel DNA del PDL. Vale a dire l’innalzamento dell’età pensionabile per dimezzare strutturalmente il disavanzo pensionistico che raggiunge quasi 5 punti di Pil, un ampio programma di vendita di immobili pubblici e di privatizzazioni, con priorità a quelle delle ex municipalizzate e alle Poste, Anas e Ferrovie, un riforma fiscale diversa da quella progettata da Tremonti, che punti per l’imposta sul reddito sul quoziente familiare e dia priorità alla riduzione dei costi fiscali del lavoro e del reddito di impresa, aumentando le imposte indirette. Deregolamentazioni, l’avvio di programmi di investimento pro crescita nella banda larga, energie rinnovabili, ponte sullo stretto, TAV. Programmi in grandissima parte finanziati sul mercato. Questa è la riposta a Standard&Poor’s e all’offensiva mediatica, politica, giudiziaria.

 

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11 COMMENTS

  1. Bisogna essere ciechi e
    Bisogna essere ciechi e sordi per attribuire ai giornali di sinistra e confindustria il declassam.del ns.paese e la relativa crisi. Non dico che non ci sia chi non ci marcia sopra, ovviamente, ma siamo onesti e sinceri. Berlusconi ha disintegrato il residuo credito del ns.paese coprendosi di ridicolo e ribrezzo agli occhi dei capi di stato europei e mondiali, che ora fanno a gara per stargli lontano e non dargli nemmeno più la mano. Per non parlare dello spettacolo ridicolo sulla manovra,cambiata 15 volte in 20 giorni, offrendo un’immagine patetica al mondo economico. La Spagna era messa peggio di noi, è bastato l’annuncio di Zapatero di elezioni anticipate a novembre per farla risalire sopra di noi. Basterebbe che il governo si togliesse di mezzo, o annunciasse elezioni anticipate, e certam. le cose migliorerebbero… ma qualcuno ha paura di finire in galera e resterebbe attaccato alla poltrona ad oltranza, invocando un complotto contro di lui…

  2. Standard & Poor who?
    Le borse europee tengono, la Cina conferma fiducia nell’euro anche dopo giudizio di S&P, il Brasile investe nell’euro. Chi se ne frega di S&P?

  3. è lo stesso film della Grecia
    S&P non conta una mazza.
    In realtà anche il rating attuale è irrealistico visto che i mercati scontano già un rischio ben maggiore.
    S&P si dimostra per quello che è: dietro la curva.
    Sarebbe ora che la si smettesse di sfornare ricette socialiste a base di tasse pur di rimanere nell’euro.
    Il permanere dei differenziali fra btp-bund sancisce de facto la fine dell’euro perchè a questi termini per l’Italia non ha nessun senso economico rimanervi.
    Più tempo perdiamo nell’euro peggio è.
    In questo modo facciamo solo la fine della Grecia.

  4. Standard & Poors ha perso da tempo le tre A
    Fu S&P a giudicare affidabilissima la Lehman & Brothers! Si è visto. Sarebbe da pazzi uscire dall’euro. L’Ue non tiene neppure conto di S&P e dice che l’Italia è affidabile, la Cina conferma la sua voglia di investire nell’euro e così il Brasile. C’è una guerra monetaria, state calmi e ragionate, please.

  5. x l’europeista Daniela
    Ragionare? Forse avrebbero fatto meglio a ragionare un po’ di più chi ci ha fatto entrare nell’euro: la sinistra in primis. Ma il centro destra non ha certo fatto molte obiezioni.
    Se ci si mette a ragionare si vede subito che l’euro così com’è non sta assolutamente in piedi.
    L’euro potrebbe salvarsi solo se la Germania acconsentisse a una piena integrazione fiscale fra i paesi: questo vuol dire avere un’unica fiscalità e un unico debito pubblico.
    Senza questi preupposti lo scenario di una moneta unica che copre fiscalità differenti fa ridere i polli.
    La Germania ha avuto tutti i vantaggi dall’euro ma non vuole pagare gli svantaggi.
    E allora? E allora si fa pagare il mantenimento (temporaneo) di una struttura artificiale ai contribuenti italiani, greci, spagnoli e via dicendo.
    E ora di finirla di mettere le mani nelle tasche degli italiani.
    Se si vuole rimanere nell’euro che uno schifoso stato socialista come l’Italia fallisca.
    Meglio far fallire lo stato subito piuttosto che far fallire anche i cittadini.
    Oppure si faccia un atto di coraggio e si esca dalla melma dell’euro per riacquistare la sovranità monetaria, svalutando la lira e riequilibrando bilancia commerciale, conti statali e delle aziende.
    E’ ora di finirla di farsi prendere in giro dai tedeschi.
    Prodi-Visco e Berlusconi-Tremonti saranno ricordati come i peggiori politici che l’Italia abbia mai avuto per essersi lasciati abbindolare nell’euro.

  6. odio, invidia e ambizione?
    Non viene mai in mente che le critiche a B possano non essere dettate da “odio, invidia e ambizione” ma motivate dalla manifesta inadeguatezza del premier a governare l’Italia?

  7. S&P
    S&P è sufficiemtemente squalificata da sola e Berlusconi non avrebbe dovuto fare commenti.
    Sorprende il silenzio del compagno Tremonti, ma lui ormai è un’altra persona, opposta da quella che nel 94 scrisse e pubblicò un volumetto dal titolo “lo stato criminogeno”.
    Se ci sono stati due traditori delprogrammma elettorale del PDL essi sono il compagno Tremonti e giudi Fini.

  8. Moody’s squalifica Fiat
    perché nessun giornale degli Agnelli-Elkann lo scrive? A chi chiede le dimissioni Sergio Romano per l’abbassamento di rating di Fiat? A Berlusconi? Ma il suo presidente è Elkahnn.

  9. Le agenzie di rating sono al
    Le agenzie di rating sono al servizio degli speculatori americani e quindi se ne fregano della realtà economica di uno stato.L’UE da tempo avrebbe dovuto dotarsi di una propria agenzia di rating indipendente ma non l’ha fatto per non irritare i “padroni” dell’altra sponda dell’Atlantico.

  10. x carlo
    Concordo che il compagno socialista Tremonti abbia tradito, come pure l’amorfo ed indistinto Fini che non ha alcuna esitazione ad andare a braccietto con D’alema per chiedere più tasse.
    Ma Berlusconi dov’era e dov’è quando si decide di alzare le tasse sul risparmio del ceto medio?
    Tremonti e Fini sono sicuramente traditori e responsabili del fallimento del centro destra.
    Ma forse ancora di più lo è Berlusconi, che ha ricevuto la fiducia degli elettori e che era il primo a doverla rispettare.
    Berlusconi non avrebbe dovuto abdicare alle promesse elettorali pur di conservare il suo posto al governo. Nessun compromesso e no new taxes. In questo modo Berlusconi sembra aver tradito gli elettori per il suo unico interesse personale.
    Un centro destra serio dovrebbe essere come i repubblicani americani invece.
    Berlusconi ha tradito forse ancora più di quanto abbiano fatto Tremonti e Fini, che nessuno aveva votato e di cui nessuno stimava la coerenza politica.

  11. Anonimo si firmi almeno
    col suo nome, abbia il coraggio di mostrarsi. O uno di quel vecchio Pli, quei 4 gatti che rompono le scatole e sono sempre solo 4?

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