Dopo la batosta irlandese l’Europa ricomincia a dare segni di vita

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Dopo la batosta irlandese l’Europa ricomincia a dare segni di vita

19 Giugno 2008

A meno di una settimana dalla «bufera irlandese» dalle istituzioni europee arrivano segnali di risveglio. Non si tratta questa volta di questioni istituzionali ma, come forse direbbe il Presidente francese Sarkozy, si tratta di faire de la politique. Al rebus di come trovare una via d’uscita dal voto irlandese proverà ad applicarsi il Consiglio europeo del 19-20 giugno, per il momento il Parlamento di Strasburgo ha approvato la direttiva sui rimpatri che il 5 giugno aveva ricevuto il via libera dai Ministri degli Interni dei 27 Paesi membri.

369 voti a favore (popolari, parte dei liberali e destre), 197 «no» (praticamente tutti socialisti e sinistre critiche) e 106 astenuti (per la maggior parte liberali). Consiglio europeo e Commissione hanno tirato un sospiro di sollievo visto che, in caso di bocciatura, una seconda lettura avrebbe necessitato dei due terzi dei voti dell’emiciclo di Strasburgo.

Il voto ha un’importanza prima di tutto formale dato il ruolo importantissimo di co-legislatore assunto dal Parlamento europeo e visto che il progetto era stato proposto dalla Commissione circa tre anni fa e rischiava di perdersi nei meandri dell’euro-burocrazia.

Se dalla forma si passa la sostanza il voto di Strasburgo aumenta di rilevanza. Dietro al via libera degli eurodeputati c’è infatti una riflessione decisiva.  Posto che l’immigrazione è un elemento chiave del rilancio demografico dell’Europa e del suo dinamismo economico, l’immigrazione irregolare è il vero tarlo che erode dall’interno le politiche di immigrazione legale di ogni singolo Stato e dell’Ue nella sua totalità; è l’immigrazione clandestina, gestita in gran parte da organizzazioni malavitose, che rende più fragile la coesione sociale e porta con sé i germi dell’intolleranza e di pericolose derive xenofobe.

 

"Le cifre ufficiali, anche se complicate da reperire e non sempre affidabili, sono allarmanti: circa un milione e mezzo di arrivi irregolari nell’area Ue ogni anno e attualmente, secondo la Commissione europea, sono circa otto milioni gli irregolari nello spazio europeo. Più di 200.000 immigrati irregolari sono stati arrestati nell’Ue dall’inizio del 2007, ma solo 90.000 sono stati espulsi. 

Scorrendo i punti principali della direttiva approvata a Strasburgo si può cogliere dunque il vero messaggio: lotta dura all’immigrazione illegale, vera minaccia ad una coerente e regolata politica d’immigrazione legale.

Il punto più contrastato è quello che riguarda la possibilità di detenzione dell’immigrato clandestino in appositi centri per un massimo di sei mesi, periodo estendibile (ma in casi molto circoscritti) fino a diciotto. Chi vede solo il bicchiere mezzo vuoto, in particolare i socialisti europei, grida allo scandalo, all’Europa fortezza e agli abusi di una norma liberticida e lesiva dei diritti individuali. Posto il carattere eccezionale dell’estendibilità fino all’anno e mezzo (e dunque il valore strumentale di certe polemiche), il dato realmente interessante della direttiva è che questa fissa dei parametri comuni a tutti i Paesi membri, anche a quelli dove fino ad oggi non vi era alcun limite alla detenzione nei centri di prima accoglienza (vedi Estonia, Finlandia, Lituania, Olanda, Svezia).

Chi l’ha sostenuta con forza come il gruppo Ump a Strasburgo non accetta che la direttiva venga apostrofata come «direttiva della vergogna», dal momento che introduce una serie di garanzie per l’immigrato illegale, fino ad oggi lasciate alla discrezionalità delle singole legislazioni nazionali. Ad esempio la nuova normativa prevede l’assistenza medica e giuridica gratuita per il clandestino, innovazioni dunque interessanti per deboli ed indigenti.

Ancora nella direzione della fermezza contro l’illegalità per favorire la via legale all’immigrazione è poi la parte della direttiva che prevede l’espulsione e il divieto di reingresso nello spazio Ue per cinque anni, anche in questa occasione rivolta ad individui ritenuti pericolosi da un punto di vista sociale.

Insomma la novità del provvedimento è duplice e l’imprinting dei governi di centro-destra francese ed italiano è evidente. Da un lato l’Ue mostra di voler intervenire in uno dei dossier più delicati ma anche più sentiti dalle opinioni pubbliche, per cercare di fissare regole comuni e condivise da tutti i suoi membri. Dall’altro si inserisce il tentativo, da un punto di vista culturale di certo rivoluzionario, di coniugare accoglienza e solidarietà con il principio di legalità.

Non bisogna naturalmente cadere nell’errore dell’eccesso di entusiasmo (come bisognerebbe forse evitare eccessi di isteria, fatti propri da una certa sinistra, ma anche da ampi settori del mondo cattolico), ma affrontare il tema con realismo e freddezza. In questo senso la Commissione ha progetti più ampi sull’argomento e, sperando che il «no» irlandese non l’abbia troppo condizionato, il semestre di presidenza francese potrebbe riservare sorprese sul tema, rispolverando il principio dell’immigration choisie, così caro a Sarkozy e al suo ministro Hortefeux. Ha poi ragione Jacques Barrot, nuovo Commissario alla Giustizia e alla Sicurezza al posto del neo Ministro degli affari esteri italiano Frattini, quando ricorda che i singoli Stati membri devono mostrare più iniziativa sia nell’uniformare le condizioni offerte dai propri centri permanenti di accoglienza (ottime ad esempio in Danimarca, pessime in Grecia) che fare uno sforzo per uniformare gli standard nel concedere il diritto d’asilo per motivazioni politiche (in Svezia siamo al 90% di domande riconosciute, in Grecia al 2%).

Ripartire dall’emergenza immigrazione può essere una via per impedire all’Europa di sprofondare nuovamente nel tunnel dell’apatia e dell’inerzia; significa soprattutto lanciare un segnale di vita alla sua opinione pubblica.