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L'Orientale

Dopo la “pace” tra Hamas e Fatah per Netanyahu è arrivata l’ora delle scelte difficili

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Neppure una stretta di mano tra Mahmoud Abbas e Khaled Mashal, a sancire una riconciliazione imposta dal vento che riempie le piazze arabe e spazza le certezze del passato. Il presidente palestinese si è tolto qualche sassolino dalle scarpe, ieri, al Cairo, rifiutando la richiesta del capo politico di Hamas di sedere al suo fianco: Mashal ha dovuto accontentarsi di un posto in platea. I leader delle due anime palestinesi hanno evitato accuratamente nei loro discorsi i nodi che continuano a dividerli. Abbas ha sbeffeggiato la minaccia israeliana di interrompere un processo di pace che non c’è. Mashal ha indicato, senza sorpresa, nella ritrovata unità lo strumento per sconfiggere Israele, il nemico comune. Sulla cerimonia l’ombra della eco suscitata dalle parole incaute e rivelatrici del premier del governo di Hamas, Ismail Haniyieh, che lunedì aveva  santificato quel brav’uomo di Osama Bin Laden, chiedendo all’Onnipotente di riservargli un posto speciale in paradiso. Scandalosa difesa di un assassino, aveva sentenziato il Dipartimento di Stato.

La fine dello scisma in casa palestinese ora dovrà superare la prova del fuoco della scelta del primo ministro. Il governo di unità nazionale, derubricato a governo tecnico, per l’impossibilità di trovare un accordo politico, sarà giudicato dalla comunità internazionale dalla statura dell’uomo chiamato a guidarlo. In gioco, ci sono centinaia di milioni di dollari di aiuti europei e americani. La migliore garanzia di continuità sarebbe la riconferma di Salam Fayyad, ma il premier uscente è inviso sia ad Hamas, che lo vede come il più fiero nemico, sia da Fatah, che è stata tenuta fuori dalla gestione negli anni del suo governo.

A spingere Fatah e Hamas ad una tregua armata sono gli avvenimenti che hanno cambiato il volto del Medio Oriente. Mashal ha bisogno di trovare un nuovo porto franco, dopo che quello di Damasco è diventato a rischio. Il sostengo dato alla rivolta anti Bashar Assad dai Fratelli Musulmani, cui Hamas è affiliata, è stato il punto di svolta. Dall’Egitto del dopo Mubarak gli è venuta la ciambella di salvataggio. Il governo provvisorio di Mohammed Tantawi, in cerca di consensi, ha scelto la facile scorciatoia di cavalcare la questione palestinese, ammorbidendo le pre-condizioni per la riconciliazione e promettendo la riapertura del valico con la Striscia di Gaza. Abbas, dal canto suo, orfano di Mubarak e senza sponda in Israele, ha visto nella tregua con Hamas l’occasione per presentarsi con una parvenza di unità all’appuntamento di settembre: la richiesta all’Onu di riconoscimento dello Stato palestinese entro i confini del ’67.

La reazione di Netanyahu è stata prevedibile: un rumoroso e inefficace fuoco di sbarramento. Appena giunta la notizia del riavvicinamento tra Fatah e Hamas, il premier israeliano ha costretto il suo ministro delle Finanze Yuval Steinitz a sospendere i trasferimenti finanziari al governo di Salam Fayyad, prendendosi le bacchettate sulle dita da parte di Washington, dall’Europa e provocando la presa di distanza del suo ministro della Difesa, Ehud Barak. Ieri, dopo la cerimonia del Cairo, Netanyahu ha parlato di colpo formidabile al processo di pace, dimenticando che nulla che vi rassomigli anche solo vagamente è in atto. Quanto al viaggio In Gran Bretagna e in Francia, iniziato ieri nello sforzo di convincere gli alleati europei chiave che il riconoscimento unilaterale dello Stato palestinese allontanerebbe la soluzione del conflitto è valso a Netanyahu, almeno nella prima tappa, quella di Londra, solo pubblici silenzi di solito forieri di cattive notizie.

Si dice che il presidente Shimon Peres, che un mese fa era volato dal presidente Obama, sia impegnato in un pressing teso a convincere il premier a riprendere le redini dell’iniziativa diplomatica. A denunciare i danni procurati ad Israele dallo stallo attuale non è più solo l’opposizione guidata da Tzippi Livni e che tutti i sondaggi danno in ascesa. Sono anche membri influenti dell’establishment della sicurezza come Yuval Diskin, che ieri, appena terminato il suo servizio di direttore dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, ha chiesto al governo di battere un colpo sul fronte dei negoziati di pace. Lo stesso chiedono i 60 firmatari di una lettera al Premier Netanyahu, tra cui un altro ex direttore dello Shin Bet, Yaakov Perry, l’ex capo del Mossad, Danny Yatom, l’ex capo di Stato maggiore Amnon Lipkin-Shahak.

Netanyahu ha in programma una visita negli Stati Uniti tra due settimane. Il Congresso lo ha invitato a parlare ad una sessione a Camere riunite. Oggi dalla Casa Bianca è arrivato anche l’invito per un faccia a faccia con Obama. Dati i rapporti freddi tra Washington e Gerusalemme, il Presidente Usa deve aver ricevuto garanzie che il suo ospite non verrà a mani vuote. E Netanyahu sa di aver di fronte non un’anatra zoppa ma il comandante in capo che ha appena eliminato il terrorista più ricercato del mondo. Il tempo delle scelte difficili, per il premier israeliano, è davvero arrivato.

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2 COMMENTS

  1. Un paragone
    Bel pezzo.
    Mi è venuta in mente una cosa.
    Nonostante reputi l’attuale politica di Israele quasi suicida, ho notato un atteggiamento molto “libero” sulla politica da parte delle classi dirigenti israeliane. Gli appelli di cui si dà conto non sono “appelli di intellettuali” o di cittadini qualsiasi, ma di persone che hanno ricoperto o ricoprono ruoli chiave e che reputano loro diritto e dovere intervenire pubblicamente sul governo per sollecitare certe soluzioni.
    In Italia non sarebbe possibile, non solo con l’attuale governo, molto debole come solidarietà interna e molto fragile politicamente (e quindi molto propenso all’autoritarismo), ma con qualsiasi governo.
    In Italia i ceti cosidetti dirigenti si stupiscono se finiscono in galera per aver commesso reati e parlano di persecuzione e di magistrati comunisti.
    In Israele no.
    ciao
    r

  2. TUTTI i personaggi citati nel’articolo
    appartengono all’estrema sinistra politica in Israele, pesantemente minoritaria, che si era retta al potere grazie ai voti dei deputati arabi antisionisti, e che, anziché mettere in luce quanto siano cadute le false pretese di Fatah e dell’OLP di non essere dei terroristi, han dimostrato di esserlo, con la rinsaldata fratellanza col movimento nazislamico, jihadista, direttamente legato ai Fratelli Musulmani progenitori di Al Qaida.
    Del resto, se si tiene conto che i gruppi armati di Fatah (sí, quello del cosiddetto “moderato” Abu Mazen, il negatore della Shoah nella sua tesi di laurea!) hanno attaccato gli USA per aver eliminato OSama Bin Laden, si capisce meglio che fareste meglio a guardarvi dei documentari come “Obsession” e “Jihad in America”, per capire a che cosa vi trovate di fronte.
    Non ne avete la minima idea.

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