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C'è l'accordo sugli Ammortizzatori Sociali

Dopo le new town il Governo pensi al new welfare

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L’accordo tra Stato e Regioni sugli ammortizzatori sociali è una buona notizia annunciata. Annunciata, perché sapevamo da febbraio che Governo e governatori avrebbero stanziato 8 miliardi per il biennio 2009-2010. Buona, perché la formalizzazione dell’accordo permette di passare dalle parole ai fatti, perché buona parte di queste risorse sono il frutto di variazioni di bilancio (5,35 miliardi dalle casse dello Stato, di cui 3,95 dalla quota nazionale del Fas, e 2,65 miliardi dalle Regioni) e non di maggiore deficit pubblico. Infine, perché la formula dell’accordo Stato-Regioni irrobustisce un principio – quella della “territorializzazione” delle politiche di sostegno del reddito – che sarebbe bene tenere a mente, passata la crisi. E’ una scelta molto opportuna, perché gli ammortizzatori sociali vanno gestiti il più possibile in loco, dove meglio si capiscono le reali necessità di chi perde il lavoro.

Sarebbe auspicabile, d’altro canto, che tale spinta verso il decentramento riguardi, più in generale, le politiche del lavoro: la crisi passerà, ma i problemi di rigidità del mercato resteranno e, soprattutto, resterà in piedi l’irrazionalità di voler regolare il Nord e il Sud Italia con un unico impianto giuslavoristico. Ma ne dovremo parlare a tempo debito.

A beneficiare degli 8 miliardi sbloccati ieri, saranno i lavoratori esclusi dagli ordinari strumenti di integrazione del reddito: artigiani, apprendisti, assunti con contratti a termine, lavoratori in somministrazione e collaboratori a progetto. Ammortizzatori in “deroga”, si dice, per ampliare gli strumenti “ordinari” a coloro che ne sono “esclusi”: già solo semanticamente si coglie tanto l’importanza della misura quanto la sua logica eminentemente emergenziale.

E non si può vivere di sola emergenza. L’attualità ci investe e dall’attualità mutuiamo un esempio: si plaude all’impegno e alla solerzia con cui il Governo ha risposto al terremoto in Abruzzo, ma si pretende che – passata l’emergenza – si ponga in essere un piano di ricostruzione equo ed efficiente, una migliore gestione urbanistica, la messa in sicurezza degli edifici. E tutto ciò non solo in Abruzzo ma dovunque in Italia, rispetto al terremoto così come per le altre calamità naturali.

Idem sugli ammortizzatori sociali: il Governo, in particolare con Tremonti e Sacconi, sta rispondendo con rapidità e incisività alla crisi, senza scaricare sul debito pubblico (vale a dire, sulle prossime generazioni) il costo delle misure odierne, e “ammortizzando” alla crisi chi non aveva reti di salvataggio. Ma passata la crisi, si dovrà mettere mano all’intero impianto degli strumenti di sostegno del reddito dei disoccupati, affinché non si vada di emergenza in emergenza con misure che nel medio periodo rischiano di segmentare ulteriormente il sistema e di perpetrare una logica sbagliata: quella secondo cui gli ammortizzatori sociali siano un’arma discrezionale in mano alla politica e non uno strumento assicurativo.

Dopo l’emergenza, il compito del Governo sarà quello di presentare al Parlamento una riforma in senso universalistico degli ammortizzatori, con la previsione di un meccanismo di indennità di disoccupazione chiaro e trasparente, esteso ordinariamente – e non in deroga - a tutte le categorie di lavoratori. Inclusi le forme di lavoro flessibile introdotte negli ultimi anni.

Come ha ricordato Innocenzo Cipolletta sul Sole 24 Ore (“Ammortizzatori da riavviare”, 5 aprile 2009), la flessibilità del mercato del lavoro è stata la chiave per la difesa della competitività dell’economia italiana nell’ultimo decennio. Anzi, è stata la leva per la sua ristrutturazione verso produzioni a più alto valore aggiunto. La flessibilità – chiesta o imposta a tanti giovani - ha permesso alle aziende di sperimentare nuovi paradigmi di produzione, a volte di “inventare” nuovi profili professionali. Ciò che ha “precarizzato” il lavoro flessibile non è stata la flessibilità in sé, ma le eccessive garanzie concesse – non da oggi – al lavoro dipendente, ai lavoratori delle imprese medio-grandi, ai senior vicini alla pensione, a discapito dei giovani. Flessibili ma esclusi da qualsivoglia tutela o meccanismo assicurativo.

Appena due anni fa, si stimava in circa due o tre miliardi di euro il maggior costo, rispetto all’esistente, di un sistema di welfare-to work universalistico ed inclusivo (cioè votato al reinserimento nel mercato del lavoro dei disoccupati e non all’assistenza tout court), che sostituisse tutta la giungla di strumenti e strumenti in vigore. Pareva un costo esoso, non affrontabile, non giustificabile politicamente. Si dovrà riaprire quella partita. A differenza di ciò che pensa Cipolletta, però, non necessariamente una tale riforma andrebbe fatta a deficit. La grande iniquità di questo paese di chiama sistema previdenziale: costa troppo e manda in pensione troppo presto. Berlusconi pensa alle “new town”: ecco, nella riforma delle pensioni ci sono le risorse per il “new welfare”.

 

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2 COMMENTS

  1. Il costo troppo alto per le
    Il costo troppo alto per le pensioni non dipende dalla spesa previdenziale verso i dipendenti.
    Stiamo andando in pensione con una media ormai prossima a quella degli altri paesi dopo una vita di lavoro dove si è quadagnato pochissimo e con pensioni altrettanto basse.
    Ritenere che la precarietà dei giovani dipenda dalle eccessive garanzie verso i più anziani è ancora più incomprensibile: lo si vada a spiegare alle migliaia di dipendenti che hanno perso il lavoro (anche se in cassa integrazione per un anno a 800 euro).
    Tutto il resto sono chiacchiere da fannulloni.

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