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Dopo Saragozza il politically correct minaccia anche l’Expo di Milano

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La mala parata dell’Expo di Saragozza appena aperta, dove l’afflusso di visitatori viene registrato giorno per giorno come sensibilmente inferiore alle previsioni, ha fatto scorrere un brivido nelle schiene degli organizzatori milanesi (schiene peraltro tutte ben bene coperte di ferite di pugnalate che ci si continua a scambiare tra sindaco e governatore, tra ministro dell’economia e presidente della provincia e così via). 

Un po’ di commentatori hanno cominciato a inquadrare uno dei mali della manifestazione spagnola in corso: il politically correct. Milioni e milioni di discorsi su quanto è bella l’acqua, quanto serve al pianeta, quanto bisogna essere buoni per preservarla, e poca attenzione sulle cose da mostrare che dovrebbero attirare l’attenzione di milioni e milioni di visitatori da fra venire in Spagna. Sì, certo c’è il meraviglioso ponte di Zaha Hadid, una sorta di Ponte Vecchio di Firenze o di Ponte Rialto di Venezia ripetuto nel XXI secolo. Ma c’è anche l’edificio ecologico costruito solo con il sale che un’esondazione dell’Ebro ha subito sciolto. 

L’egoismo, l’avidità, la superficialità sono gravi mali del nostro tempo, epoca di consumismi esasperati, ma la logica del politically correct, con le sue ipocrisie, le sue astrattezze, la sua mancanza di realismo può provocare a sua volta i suoi bei guai. E a Milano qualche sentore di questo rischio lo si avverte. Ho sentito con le mie orecchie parlare un manager dell’organizzazione della prossima iniziativa di “gestione etica delle sponsorizzazioni”, concetto che è solo un passo prima delle rapine di buona volontà. 

Si punta come effetto spettacolare della manifestazione sul restauro di alcune vie d’acqua milanesi: obiettivo poco realistico perché era stato il sistema della fogne milanesi aveva portato a chiudere i navigli. E la produzione di liquami dei milanesi non s’è certo ristretta. E soprattutto questa “via d’acqua” è poco spettacolare perché comunque la si metta Milano non diventerà mai una città come Amsterdam o Copenhagen. Per non parlare di Venezia. E quindi qualsiasi intervento non sarà spettacolarmente competitivo con quel che già c’è nel mondo. 

Un altro tema in cui mi pare di individuare un eccesso di polically correct da parte degli organizzatori, è quello dell’accesso dei visitatori ai siti delle esposizioni e alle varie attività connesse che si terranno in tutta la città di Milano. Grande attenzione al traffico su ferro, grande intervento sul sistema autostradale, ma scarsissima cura sul come le auto affluiranno nella vera e propria città. Valorizzati tutti i progetti per le metropolitane già pensate dalla giunta Albertini, con l’aggiunta anche di nuove tratte. Ma dove sono finite le sue strade in sotterranea pensate alcuni anni fa e finanziabili dai privati? Non ci si rende conto che per come è strutturato il traffico milanese, non si può rinunciare a progettare anche una forma di uso delle automobili? 

Letizia Moratti con l’introduzione dell’ecopass, una moderata e selezionata forma di pagamento per l’accesso nell’ampia area centrale della città, ha fatto una scelta intelligente e coraggiosa che si è dimostrata vincente anche nel tagliare il traffico proprio per la sua non radicalità. Ora dovrebbe continuare su questa politica, di lento ridimensionamento del traffico automobilistico, ma con il necessario senso di realismo, cioè consentendo forme meno inquinanti (come è garantito dalle sotterranee) di mobilità via auto. 

Il problema sollevato è solo uno dei tanti ma è importante perché è trascurato proprio per quella crescente influenza del politically correct che si sente spirare sulla manifestazione del 2015 a Milano.

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