(Giallo)Rossi alla riscossa

Dov’è finita la “purezza grillina”? Tutti i paradossi dell’alleanza giallorossa

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Il vicepremier Luigi Di Maio durante una conferenza stampa al Mise, Roma, 27 maggio 2019. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Se in linea teorica la politica è l’arte del possibile, in linea fattuale la politica, almeno quella italiana, dimostra di essere l’arte dell’impossibile come si evince dall’annunciata alleanza tra il Movimento 5 stelle e il PD.

Sebbene tutti si ostinino a ripetere che l’operazione sia costituzionalmente legittima – osservazione tanto banale quanto inutile che dovrebbe far sorgere l’interrogativo di come potrebbe non esserlo dato che il regista è il Presidente della Repubblica come in ogni crisi di Governo –, vi sono delle questioni sostanziali che, oltrepassando la mera conformità formale delle procedure costituzionali, lasciano trasparire tutti i paradossi e le contraddizioni di una simile alleanza.

Tralasciando gli aspetti secondari, cioè da un lato le cause della crisi e i pregressi rapporti tra la Lega e il Movimento 5 stelle che per l’appunto oramai appartengono alla storia, e dall’altro lato i profili folkloristici come le passate stoccate elettorali che sono reciprocamente occorse negli ultimi mesi tra il PD e il Movimento 5 stelle, e che pur incomprensibilmente interessano gli operatori dell’informazione, occorre focalizzare l’attenzione sui tre profili fondamentali.

In primo luogo: il Movimento 5 stelle che ha costruito la propria legittimazione politica contro la cosiddetta “casta” e contro la “vecchia politica” ha dimostrato e sta dimostrando lo stesso identico cinismo, o se si preferisce una versione edulcorata, la stessa identica realpolitik che ha sempre contraddistinto la casta e la vecchia politica.

Come è esistito il Pentapartito nella prima Repubblica con l’alleanza di DC e PSI, o il “patto del Nazareno” con l’alleanza tra FI e il PD di Renzi, così per il Movimento 5 stelle è stata inevitabile l’alleanza con la Lega prima e con il PD poi.

Questa circostanza dimostra che in un sistema pluripartito le alleanze sono inevitabili, ma non solo, rivela anche, oltre l’ipocrisia di una purezza mai posseduta e francamente irraggiungibile e incredibile, il machiavellismo di fondo che informa tutta l’azione politica del Movimento 5 stelle il quale pur di mantenere il timone del Governo è disposto a scendere a patti con quelle forze politiche con cui ha sempre dichiarato che mai avrebbe stipulato accordi e patti anche al prezzo di abiurare pubblicamente alla propria verginità originaria tanto declamata per anni anche dopo il primo ingresso in Parlamento nel 2013.

In secondo luogo: il PD, quello stesso PD che dal 2016 ha perduto tutti gli incontri elettorali dimostrando quanto l’elettorato italiano sia stato nettamente chiaro nel ribadire il suo “no” al partito degli scandali bancari come quello di MPS, al partito del “colpo di Stato” tramite la peggiore riforma costituzionale mai proposta e non a caso plebiscitariamente bocciata, al partito che borghesemente ha anteposto i diritti civili dimenticandosi dei diritti sociali, al partito dell’eurocrazia imperante, pur di tornare sugli scranni del Governo è stato disposto ad allearsi con la principale di quelle forze populiste che ha sempre condannato rivelando quanto poco sia sviluppata la sua sensibilità, o forse quanto sia grande il suo altezzoso e sprezzante snobismo, nei confronti della concreta volontà elettorale degli italiani.

Con tutta evidenza, i risultati delle elezioni politiche del 2018 se non hanno ufficializzato un vincitore, nonostante la preponderanza del M5S e della Lega, hanno comunque sancito la sconfitta del PD quale partito di minoranza che, per i paradossi delle consuete manovre gestite dal Quirinale, riesce a ritornare al Governo.

Nascondere, dietro la retorica della fisiologia dei meccanismi della democrazia parlamentare, il fatto che un partito sconfitto e di netta minoranza possa governare significa forse concentrarsi troppo sulla dimensione parlamentare del sistema italiano dimenticandosi la sua reale democraticità.

In terzo luogo: l’unica reale sintonia che in prospettiva il M5S e il PD potranno raggiungere – poiché saranno in contrasto sulla politica estera, sui rapporti con l’Europa, sui rapporti con gli Stati Uniti, sui rapporti con la Russia, sulle politiche fiscali, sulle politiche industriali ecc – potrà venire alla luce con grande probabilità soltanto sui temi bioetici, cominciando dal primo in programma il prossimo settembre al fine di approvare il disegno di legge che legalizza il suicidio assistito in Italia secondo la tabella di marcia forzata che la Corte Costituzionale – esorbitando dalla propria natura e funzione – ha imposto al Parlamento con l’ordinanza del cosiddetto caso “Cappato-DJ Fabo” del 2018.

In sostanza, l’annunciato cambiamento epocale e rivoluzionario che l’avvento del Movimento 5 stelle avrebbe dovuto portare all’Italia e alla politica sembra definitivamente sepolto sotto le stesse manovre della politica di sempre a cui i grillini si sono piegati e che inesorabilmente segneranno il loro inevitabile tracollo, mentre quella democrazia per cui il PD ad ogni piè sospinto si allarma e si straccia le vesti in sua difesa è messa in ridicolo proprio dal medesimo PD che senza pudore si propone di governare pur essendo minoranza assoluta a cui gli italiani più volte hanno massivamente ritirato il proprio consenso.

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2 COMMENTS

  1. Mattarellum:
    12 anni, 3 Legislature, 7 Governi.

    Porcellum:
    12 anni, 3 Legislature, 6 Governi.

    Rosatellum:
    XX anni, Y Legislature, da 2 a Z Governi ???

    Ahh, Saperlo, Saperlo !!!

    Jaba, Daba, Lux !?
    Jaba, Daba, Lex !?!?
    Jaba, Daba, Dux !?!?!?

  2. Una analisi per me senza senso, che non centra nessuno dei punti della questione, evidentemente di parte. Mi dispiace di aver perso un paio di minuti a leggerlo. Eviterò la prossima volta.

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