Dov’è l’Italia nelle grandi questioni europee?
31 Gennaio 2008
In Italia ci si addentra in una crisi che assomiglia molto a
quelle dei peggiori momenti della cosiddetta Prima Repubblica, mentre l’Europa
guarda tra lo stupito, l’inquieto e il divertito il «solito teatrino del Bel
Paese». Non di sola Italia vive però l’Europa anzi, mentre a Roma ci si attarda,
in giro per l’Europa si affrontano, in maniera più o meno decisa, importanti
dossier. Succede allora che il direttorio a tre (Gran Bretagna, Germania e
Francia) decide di allargarsi all’Italia, pare su pressioni di Angela Merkel, e
discute della crisi economico-finanziaria che sta attraversando il Continente. Il
contributo del nostro Paese? Purtroppo un leader a mezzo servizio, in viaggio a
Londra quasi come in gita di piacere.
Succede ancora che a Bruxelles l’Unione Europea si sia
spaccata di nuovo sul nodo Serbia-Kosovo. Il 28 gennaio doveva essere la data
fatidica della firma dell’Accordo di Associazione e Stabilizzazione con
Belgrado, vero e proprio lasciapassare per un ingresso futuro nell’Unione e
merce di scambio offerta alla Serbia in vista dell’imminente indipendenza del
Kosovo. Nulla di fatto, l’Olanda si è opposta in nome della mancata consegna di
Ratko Mladic al Tribunale Penale. Il risultato finale è stato un mezzo accordo,
anzi tre quarti di accordo, e una promessa: arrivederci al dopo 3 febbraio,
quando
avrà un nuovo Presidente. Intanto Mosca può fare la voce grossa e ricordare che
la sostituzione del personale Nato (inserito ad oggi in una missione Onu) con
quello Ue, previsto in Kosovo immediatamente dopo la dichiarazione di
indipendenza, dovrà avvenire solo dopo il voto di una nuova risoluzione in
Consiglio di Sicurezza a New York. E
degli Esteri nel nostro Paese? Tutto concentrato sul discorso autoreferenziale
della sua crisi di governo, il nostro Paese è forse convinto di vivere sospeso
in una sorta di «vuoto pneumatico internazionale»? Eppure il mondo avanza e l’Italia
arranca.
Succede infine che l’Ump, il partito neo-gollista francese,
organizzi una giornata di studi sull’Europa, in vista della data chiave del 1
luglio 2008, avvio del semestre di presidenza francese e sul palco degli
invitati sieda tutto il meglio del conservatorismo continentale. A fare gli
onori di casa Sarkozy e il premier Fillon, ospiti prestigiosi Angela Merkel, lo
spagnolo Mariano Rajoy e l’italiano Gianfranco Fini. Per l’ex-ministro degli
Esteri italiano si è certamente trattato di un passaggio importante sulla
strada del lento ma oramai inevitabile ingresso nel Partito popolare europeo. Non
sono mancate le frasi di sostegno e l’augurio, da parte di Sarkozy e Fillon, di
rivedere presto Fini e il centro-destra italiano alla guida del Paese.
L’importanza della giornata, naturalmente, era però altrove
ed era soprattutto nell’incontro tra Merkel e Sarkozy, i due veri personaggi
forti di questa Unione europea di inizio XXI secolo. Accomunati da una sempre
più complessa situazione di politica interna (Merkel reduce dal mezzo
insuccesso alle elezioni in Bassa Sassonia e Sarkozy in costante calo nei
sondaggi, l’ultimo apparso su «Le Figaro Magazine» parla di un livello di
sostegno poco superiore al 40%) i due leader hanno ribadito la loro idea di
Europa, senza nascondere differenze, ma senza sottovalutare le convergenze.
In queste ultime settimane si è molto parlato dei contrasti
tra Parigi e Berlino (il 22 gennaio, tra l’altro si sono festeggiati i 45 anni
dal Patto dell’Eliseo), in particolare rispetto alle critiche di Sarkozy all’autonomia
della Bce e rispetto alla sua proposta di Unione mediterranea, penalizzante
secondo il cancelliere tedesco per il peso del suo Paese nell’Unione.
Gli amanti delle frasi ad effetto si sono subito affrettati
a parlare di fine dell’asse franco-tedesco, in realtà dimenticandosi che
l’alleanza tra Parigi e Bonn, prima, e tra Parigi e Berlino dopo il 1989,
spesso ha attraversato fasi di crisi, ma soprattutto è figlia di un’Europa
post-bellica che poco assomiglia a quella odierna. Oggi l’Europa si è
allargata, in particolare ad est. Oggi
comunità e non solo dal punto di vista economico. È dunque del tutto
antistorico fare riferimento ad un asse nel quale Parigi dettava le linee
politiche e Bonn guidava la locomotiva economica, non potendosi permettere (con
l’eredità fresca del Terzo Reich) di avanzare grandi pretese di leadership
politica.
Merkel e Sarkozy lo hanno compreso e dal palco della
convention dell’Ump hanno ribadito che, dopo il successo del Trattato
modificativo, frutto degli sforzi congiunti proprio di Francia e Germania, è
giunto il momento di passare alla fase due. E questa prevede, all
