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L'editoriale della domenica

Draghi, noi e il futuro (di G. Quagliariello)

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Dietro la cortina fumogena del dibattito sulle misure di prevenzione sanitaria, si staglia una realtà che il battibecco mediatico quotidiano relega sullo sfondo ma che è il vero primo attore di qualsiasi ragionamento sul presente e ancor di più sul futuro del sistema politico e del Paese. Questa realtà è il fatto che la ripresa è iniziata. Potente, solida. E la spinta a evitare recrudescenze della pandemia ha l’obiettivo primario di metterla in sicurezza, sicché il decisionismo vaccinale appare tanto più poderoso quanto più gli indicatori economici prospettici tendono verso l’alto.

Chiarito il contesto, talvolta offuscato da un eccesso di filosofia un tanto al chilo, veniamo alla politica. Come di consueto, senza peli sulla lingua.

La crisi dell’ultimo anno e mezzo, come una cartina di tornasole, ci ha consegnato l’evidenza di partiti privi di identità e di coalizioni sfilacciate, artificiose, “smarginate” direbbe la Lila di Elena Ferrante. Gli esempi non difettano, a destra e a manca. A sinistra il tentativo di tenere insieme i cocci sta spingendo le forze baricentriche della coalizione a fare del politicamente corretto, talvolta ai limiti del surreale, la propria cifra distintiva. A destra la smarginatura non riguarda più la sola coalizione (ad oggi un’entità astratta che spesso trova scarsi riscontri nella realtà), ma gli stessi partiti dentro i quali convive – male – tutto e il contrario di tutto. Il caso della Lega parla da sé.

Ciò che ad oggi tiene assieme gli schieramenti sono le leggi elettorali. E la dimostrazione di quanto fin qui affermato sta nel fatto che a sistemi di voto diversi corrispondono differenti risultati. Sicché nelle elezioni a turno unico il centrodestra resta favorito, mentre quando c’è il ballottaggio la coalizione che ad oggi sulla carta raccoglie la maggioranza dei consensi nel Paese rischia di essere perdente. Spero di sbagliarmi, ma questa previsione potrebbe purtroppo trovare qualche conferma nelle amministrative del prossimo ottobre. Ci batteremo perché così non sia, ma se così fosse una riflessione sarà d’obbligo.

A questa situazione, che non nasce certo col Covid ma che la pandemia ha reso conclamata, corrisponde per la prima volta un governo con una linea, una direzione, un obiettivo e la capacità autorevole di perseguirlo con una determinazione che da tempo avevamo dimenticato. E questo nonostante l’eterogeneità a tratti babelica della maggioranza che lo sostiene. Sono bastate due parole del premier, con lapidaria pacatezza, per aggirare – in maniera semplice ma non semplicistica – gli scogli che di recente la navigazione ha posto sulla rotta dell’esecutivo. E anche questa è una novità alla quale eravamo disabituati.

Il vero problema che dovrebbero dunque porsi coloro che oggi si riconoscono nel governo (diciamo pure nel premier) più che nel quadro partitico è come fare in modo che lo spirito del nuovo corso (non certo la coabitazione forzata tra forze così differenti) possa sopravvivere alla conclusione della legislatura che, se anche arriverà alla sua scadenza naturale, è comunque vicina. Tutto ciò sapendo fin dall’inizio che Mario Draghi non creerà certo un suo partito e che la sfida sarà dare continuità ai caratteri politici e istituzionali del suo operato.

La querelle che in questi giorni sembra appassionare molto i politici e i commentatori, sul pericolo di una candidatura prematura del premier al Quirinale e della conseguente fine anticipata della sua esperienza di governo, non è decisiva. Sia che la partita della presidenza della Repubblica prenda direzioni più politiche che non comportino le dimissioni dell’esecutivo, sia che si trovi il sistema per salvare capra e cavoli, il 2023 è in ogni caso dietro l’angolo.

La linea di continuità potrebbe trovare nel futuro del Colle più alto la sua chiave di volta, atteso il ruolo sempre più centrale che nel nostro sistema politico-istituzionale la presidenza della Repubblica va assumendo. Il problema di come non rinunciare alla riconquistata autorevolezza della Nazione e dello Stato sarebbe in qualche modo risolto. Ma ciò non sottrae i partiti al dovere di decidere cosa vogliono da grandi. Anzi.

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