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Due buoni motivi per dire sì al referendum

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Proviamo ad elencare, nello stretto spazio di un articolo, alcune fondamentali ragioni alla base del giudizio positivo sul referendum elettorale. Sono di due ordini: congiunturale e strutturale. Le ragioni congiunturali sono note: in sostanza i 90 giorni previsti per il raccoglimento delle firme sono un countdown che può rivelarsi letale per l’attuale esecutivo. Mastella, una volta tanto, su questo punto è stato chiarissimo, e ha dichiarato che lascerà il governo se le preliminari fasi referendarie andranno in porto. La raccolta firme si è quindi rivelata per Prodi (malgrado le intenzioni del comitato promotore) una dolorosa spina nel fianco: dovrà essere in grado di raggruppare una maggioranza parlamentare capace di approvare una nuova legge elettorale entro il 25 luglio o preparare i bagagli per un prepensionamento del suo governo. Dopo l’intesa con Bossi qualche passo avanti (indietro?) è stato fatto, ma è presto per fare pronostici.  

Va fatta subito una considerazione: è triste che le sorti del governo siano legate ad una riforma elettorale e non a temi immensamente più importanti quali la politica estera o il disastro Dico. È un monumento alla autoreferenzialità partitica e politica, uno spettacolo al quale gli italiani non dovrebbero assistere ma che nei giorni a venire saranno sempre più costretti a sorbirsi.

Ovviamente l’“antiprodismo” non basta a sostenere la scelta referendaria: non si può speculare su di essa solo per fare cadere un governo, sarebbe una scelta irresponsabile. La legge in vigore è nata con intenti simili (evitare le sinistre al governo o metterle in condizioni di ingovernabilità) ma ha fatto aumentare enormemente il tasso partitocratrico, accentuando la dittatura dei piccoli partiti e, de facto, inventando quella dei singoli parlamentari (vedi il Senato). Tra l’altro doppio errore: con il vecchio maggioritario oggi ci ritroveremmo un governo di centrodestra.

In ragione di tutto ciò bisogna considerare anche e soprattutto i motivi strutturali, cioè quelli che incidono nel lungo periodo della vita parlamentare del nostro paese. Per intenderci: quella vita parlamentare a cui, in teoria, potrebbero assistere i nostri nipoti.

L’eliminazione del collegamento tra le liste e l’assegnazione del premio di maggioranza alla lista più votata instaurerebbe in Italia il bipartitismo, distruggendo quei progetti neocentristi che, in ritardo con la storia, stimolerebbero l’immobilismo e il trasformismo come regole delle due camere. Il bipartitismo, oltre ad accelerare la nascita del partito unico del centrodestra, eliminerebbe tutti i piccoli partiti fotocopia che devono la loro esistenza esclusivamente al voto clientelare. Obbligherebbe i due schieramenti a correre sotto un unico simbolo, e li costringerebbe a trovare posizioni comuni che altrimenti per mero opportunismo si rifiuterebbero di assumere.  L’obiezione per la quale all’indomani delle elezioni ognuno andrebbe per conto suo è falsa per due ragioni: 1)il solo sospetto che ciò possa accadere indurrebbe i partiti più grandi a non imbarcare “bonsai” nelle proprie liste; 2) se anche venissero accolti, questa strategia alla lunga porterebbe alla scomparsa di quel partitino che, una volta staccatosi, si ritroverebbe paradossalmente in parlamento senza neanche un voto alle spalle. Difficile giustificare una simile situazione, anche all’elettorato più fedele.

I due grossi partiti sarebbero percorsi, è vero da tante correnti: ma queste saranno costrette a trovare sempre un punto di incontro o una soluzione a maggioranza. Ne risulta notevolmente facilitata la mediazione tra alleati, riducendo i diktat interni alle attuali coalizioni.

Un altro aspetto forse meno rivoluzionario (ma altrettanto teso alla chiarezza democratica), è l’eliminazione delle pluricandidature: si evita così che all’indomani delle elezioni il leader sia arbitro assoluto del destino di alcuni candidati, dando luogo ad una pesante distorsione sistemica. Questi correrebbe quasi alla pari di tutti gli altri capilista, “quasi” perché ovviamente sono pur sempre i vertici dei partiti a stendere gli elenchi finali.

Non esistono leggi perfette in questo campo, esistono solo leggi migliori o peggiori di altre. Se il referendum andrà a buon fine avremo un’Italia più genuinamente democratica, o quantomeno una politica più sincera nei confronti dell’elettore, che vedrebbe il suo voto gestito dall’inizio alla fine della legislatura dal partito al quale lo ha consegnato. Gli spettacoli indegni dei tradimenti folliniani saranno molto meno frequenti, così come i capricci immotivati. E di tutto questo c’è veramente bisogno nel belpaese, oggi più che mai.

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1 COMMENT

  1. A me basta…
    … che venga spazzata via tutta l’oscena sinistraccia radicale e solo per questo apporrei la firma anche su un assegno in bianco, apporrei.

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