Home News E’ il libero commercio l’antidoto contro ogni guerra

E’ il libero commercio l’antidoto contro ogni guerra

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Molte possono essere le vie della pace, la storia ci insegna che lì dove le persone possono liberamente scambiare beni servizi è dir poco improbabile che emergano ragioni di conflittualità tali al punto che la guerra si imponga come unica soluzione possibile: la storia dell’Europa del secondo dopoguerra ne è una chiara dimostrazione. D’altro canto, le ragioni che spinsero gli autori del The Federalist a promuovere la costituzione federale affondavano nella consapevolezza della superiorità morale di una Repubblica nella quale le parti fossero libere di esercitare la pratica del commercio, in quanto potente antidoto contro la tentazione autoritaria ed il rischio che la forza di uno Stato si potesse tradurre in dominio sugli Stati vicini. Per questa ragione appaiono significativi tutti quegli sforzi che procedono nella direzione di una maggiore interdipendenza globale dei mercati.

Da una simile banale constatazione, osserviamo che sin dal 1999, anno in cui il Giappone e la Corea hanno assunto la decisione strategica di adottare trattati di libero commercio e di inserirli nella loro agenda di politica commerciale, un nutrito numero di analisti e di opinionisti esperti delle dinamiche del commercio internazionale, hanno previsto una sorta di “effetto domino” che avrebbe potuto coinvolgere l’intera regione del Sud-Est asiatico. La logica che sottendeva simile previsione, afferma Claude Barfield, Resident Scholar dell’American Enterprise Institute di Washington DC, si basa sulla convinzione che, avviato il processo di interdipendenza economica tra Paesi quali il Giappone, la Corea e gli Stati Uniti, attraverso trattati di libero commercio (FTA), tutti gli altri Paesi della regione non potranno che seguire l’esempio di Giappone e Corea a causa dello loro prossimità in termini geografici e di organizzazione del sistema produttivo e distributivo, nonché per l’impatto che normalmente hanno le politiche commerciali sulle scelte degli investitori.

È invero il caso dell’accordo di libero commercio siglato tra Stati Uniti e Corea, il quale, a parere di Bafield, può essere considerato a tutti gli effetti l’innesco determinante di tale generale effetto domino. Non a caso, sottolinea l’analista statunitense, il giorno seguente la sigla dell’accordo Stati Uniti-Corea, il primo Ministro giapponese Shinzo Abe ha dichiarato di voler riprendere i negoziati per raggiungere un nuovo accordo commerciale tra il Giappone e la Corea, oltre che con gli Stati Uniti. Dunque, non è da escludere che il passo compiuto dai negoziatori statunitensi e coreani non spiani la strada ad accordi con le altre nazioni del Sud-Est e del Nord-Est asiatico. Benché non manchino osservatori piuttosto cauti, se non scettici, al riguardo.

A questo proposito, è essenziale innanzitutto comprendere quale sia l’attuale situazione e la variegata realtà politica ed economica che interessa l’intera area asiatica. Barfield ci fa notare che negli ultimi sette anni le nazioni dell’Est asiatico hanno firmato ben 70 accordi bilaterali di libero commercio, sia tra di loro sia con Paesi di altre regioni. Al primo posto troviamo Singapore, con ben dodici negoziati, seguito dal Giappone con dieci, la Corea con cinque, la Cina ha ben dieci negoziati in corso ed importanti posizioni stanno assumendo la Tailandia, la Malesia, le Filippine, l’Australia e la Nuova Zelanda.

Barfield, tuttavia, nota come a fronte di una simile espansione dei trattati bilaterali e a dispetto della previsione di un effetto domino seguito agli accordi USA-Corea, si riscontri una sostanziale fase di stallo nelle relazioni tra le più significative economie della regione: Giappone, Corea e Cina. Sebbene gli accordi esistenti possano assumere un rilevante significato, è improbabile che assurgano a ragione d’innesco di quell’effetto domino di cui dicevamo all’inizio. Le cause di tale sostanziale fase di stallo, concordano gli analisti, sono evidentemente di ordine storico-politico, pesano ancora le difficili relazioni intercorse tra questi Paesi durante tutto l’arco del XX secolo.

Per tale ragione, Barfield considera l’accordo tra Stati Uniti e Corea come un’opportunità per rendere più fluide le relazioni anche tra gli altri Paesi, una maggiore fluidità che possa rapidamente sbloccare le difficili relazioni politico-commerciali tra i Paesi dell’Est asiatico. Barfield sostiene che dei 14 accordi commerciali in vigore, ovvero in via di negoziazione, durante l’Amministrazione Bush – una politica commerciale iniziata nel 2001 denominata di “liberalizzazione competitiva” –, l’accordo stretto con la Corea è di gran lunga quello economicamente più significativo. L’economia ed il mercato più grandi del mondo incontrano l’undicesima economia mondiale.

Tale agreement è considerato dagli analisti una sorta di “Gold Standard” tra gli accordi di libero commercio, in quanto andrebbe ben oltre le regole negoziate in seno all’OMC, comprendendo tutta una serie di aspetti commerciali e di regole che interessano in primo luogo gli investitori, fino ad oggi non ancora del tutto affrontati. Ne consegue che le condizioni favorevoli negoziate dai due Paesi attraverso il nuovo accordo di libero commercio non potranno non avere affetti anche su gli altri partner commerciali. Per avere un esempio di come cambieranno le relazioni commerciali tra i due Paesi basti pensare che il 95% di tutti i beni commercializzati tra USA e Corea diventeranno duty-free nell’arco di tre anni; mentre la gran parte dei beni saranno a dazio zero nell’arco di dieci anni. Nel campo dell’agricoltura, il mercato del grano, del mais, dei semi di soia e del cotone, nei prossimi cinque anni, sarà aperto agli esportatori statunitensi, così come molti beni che richiedono un processo di trasformazione come il vino ed i succhi di frutta. Dunque, è ragionevole ritenere che le condizioni sottoscritte nell’accordo commerciale avranno un profondo impatto sui futuri flussi commerciali tra i due Paesi e i potenziali partner, il più importante dei quali è proprio il Giappone le cui aziende commerciano parimenti tanto sul mercato statunitense quanto su quello coreano.

Rispetto ad una simile situazione, la domanda che in molti tra economisti ed analisti si pongono è la seguente: quale sarà lo scenario futuro delle negoziazioni commerciali nell’Est asiatico? Questo dipenderà in gran parte dalla capacità dei singoli Paesi di superare le diffidenze e le resistenze che provengono dalle tensioni storiche e politiche relative al recente passato. Barfield individua alcune possibile opzioni: Giappone e Corea sembrerebbero abbastanza avanti nel riaprire i negoziati. Le alternative sarebbero o singoli accordi con gli Stati Uniti ovvero un accordo trilaterale stile NAFTA tra Giappone, Stati Uniti e Corea. Poiché negoziare un accordo separato che comprenda anche la Repubblica Popolare Cinese presenta notevoli difficoltà politiche sia per il governo statunitense sia per quello giapponese e coreano, sarebbe auspicabile una soluzione che coinvolga il Forum Economico dei Paesi del Pacifico Asiatico (APEC). In questo modo, Stati Uniti, Giappone e Corea potrebbero stimolare la ripresa della proposta di un Free Trade Area dell’area del Pacifico, avanzato dai membri dell’APEC già nel novembre del 2006.

Qualora un simile proposito dovesse apparire eccessivamente ambizioso, Stati Uniti, Giappone e Corea potrebbero proporre una sorta di “coalizione dei volenterosi”, coinvolgendo il maggior numero possibile di Paesi della regione, senza per questo sbarrare la strada a chi attualmente non è ancora pronto. Ultima ipotesi, probabilmente la meno probabile, ma di per sé non impossibile, le Nazioni del Sud e del Nord Est asiatico potrebbero assumere la guida di un inedito processo d’interdipendenza dei mercati. Questi Paesi hanno già negoziato un accordo con la Cina e ne stanno negoziando uno con il Giappone. Gli stessi Paesi potrebbero promuovere di inserire nei loro negoziati anche la Corea e gli Stati Uniti. Ma anche questa soluzione, sebbene possa risolvere alcuni problemi con la Cina, potrebbe aprirne altri con Taiwan. Appare evidente come allo stato attuale nessuno possa prevedere quale sarà lo scenario più probabile tra quelli ipotizzati dall’analista dell’American Enterprise Institute; consolidate ragioni di ordine politico, storico e culturale rappresentano variabili troppo complesse e delineano una realtà in febbrile movimento. L’unica cosa certa è che l’accordo raggiunto tra Corea e Stati Uniti ha messo in fibrillazione l’intera area asiatica e non possiamo escludere che le possibili relazioni commerciali che da esso potranno scaturire avranno una notevole influenza nel superamento di antichi steccati storici, politici e culturali.

Commercium et Pax era l’antico motto del porto di Amsterdam; gli orrori del secolo appena trascorso pesano ancora come macigni sulla possibilità che gli attori politici internazionali riescano nel difficile compito di far valere le ragioni della libera e pacifica contrattazione tra gli operatori economici. Il che rappresenterebbe un utile tentativo di superare le ostilità del passato. L’augurio è che imprenditori ed investitori riescano lì dove, per secoli, diplomatici e politici hanno miseramente fallito.

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