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E’ l’ora del crepuscolo anche per gli dei di cosa nostra

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Anche per i “bravi ragazzi” forse si sta voltando pagina. Lo sostiene Saverio Lodato, cronista e mafiologo de L’Unità, scrittore specializzato e di lungo corso. Il giornalista (di cui si ristampa, debitamente aggiornato, l’oramai “classico” Trent’anni di mafia. Storia di una guerra infinita, Bur), registra nelle pagine finali del libro i recenti “risultati significativi nella lotta” ai boss. Insiste su una sensazione diffusa, ma anche precisa quella che finalmente “l’intero apparato repressivo abbia” cominciato a lavorare “all’unisono, con identità di vedute, obbiettivi”. Stinte, a suo dire, le vecchie rivalità a favore di un fronte comune e di “un circolo virtuoso”, i risultati non mancano davvero. A cominciare dai vertici dell’organizzazione sotto schiaffo, dalla brusca interruzioni di latitanze che sembravano oramai leggendarie. Una lunga striscia positiva il cui ultimo botto porta il nome di  Salvatore Lo Piccolo. Il potenziale numero uno stroncato, una cosca che cominciava a dettar legge fra le famiglie praticamente messa fra parentesi e una gran massa documenti e pizzini recuperati al momento del blitz.

Per chi scrive, significa vera discontinuità. Soprattutto se si pensa a certi traccheggi del passato. Una rottura che determina clima inedito, i cui effetti benevoli si avvertono un po’ ovunque in Sicilia. Data di svolta (di non ritorno, chissà?) i primi giorni del settembre 2007, quando “la giunta della Confindustria siciliana prende una decisione storica, epocale: l’espulsione dall’associazione di tutti quegli industriali scoperti a pagare il pizzo”. Nell’occasione si stila anche un codice etico, “destinato a far notizia”. Intanto crescono le adesioni ai giovani di Addiopizzo e sempre meno rari sono i casi di concussi che si ribellano agli estorsori e che concorrono alla loro condanna.

Lodato ricorre quasi a toni lirici quando racconta del movimento del “non pago”. Un effetto a “macchia d’olio” che si traduce in “riconoscimenti dei taglieggiatori da parte delle vittime” con conseguenti condanne ad anni di detenzione. Per l’autore, è letteralmente una “sfida plateale” e soprattutto un qualcosa che “fino a poco tempo prima neanche” era “immaginabile”. Ma ogni “era nuova” degna di questo nome si porta appresso le sue belle gatte da pelare, le sue zone di imbarazzo. In concreto, le rotture esplicite con i picciotti restano, a tutt’oggi, troppo limitate. Lodato insiste sulla vischiosità ambientali, sulle debolezze del capoluogo siciliano. Esemplare in proposito le reazioni, tutto sommato tiepide o ambivalenti, registrate davanti a una mossa a sorpresa come quella di trovare la città, nella notte del 29 giugno 2004, completamente tapezzata da “mani ignote” da adesivi dal seguente laconicissimo contenuto: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”.

Lodato ha anche il suo chiodo fisso. E il chiodo fisso indica il problema dei problemi: ovvero la messa in trasparenza dei tortuosissimi rapporti fra crimine e istituzioni, fra politica e uomini d’onore. Per l’autore,  un “tabù” e insieme il buco nero su cui si infrange ogni rigorosa lotta anti-cosche. Il giornalista, residente a Palermo, ritiene infatti che l’ala militare di Cosa nostra abbia attraversato una stagione senza precedenti di vera messa in mora, ma non altrettanto sia capitato a quei “colletti bianchi – politici, consulenti finanziari, professionisti –  in passato” subalterni all’organizzazione che ora potrebbero puntare alla “rivincita”. E dunque farsi protagonisti assoluti della scena, magari nelle vesti di collettori delle “enormi ricchezze accumulate illecitamente negli ultimi decenni”: una potenziale leadership, in una certa misura, inedita.

Saverio Lodato, Trent’anni di mafia. Storia di una guerra infinita, Bur Rizzoli, pagine 840, euro 12,00.

                                                                                                         

 

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