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L'editoriale della domenica

E’ l’ora di un tagliando (di G. Quagliariello)

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Concluse le amministrative, smaltiti anche i commenti a caldo, qualche riflessione sul quadro politico – e in particolare sul centrodestra – non solo è possibile ma direi che è doverosa.

C’è innanzi tutto, come più volte osservato su questo giornale, un tema di fondo che taglia trasversalmente gli schieramenti e persino i singoli partiti. Mi riferisco a un evento epocale che si è chiamato pandemia, con tutte le sue implicazioni socio-economiche e geopolitiche, che ha sconvolto il mondo e i rapporti sociali come è sempre accaduto per ogni avvenimento di portata planetaria. Qualcuno pensava che a fronte di tutto questo la politica potesse restare ferma, come se nulla fosse successo. E invece, inevitabilmente, anche gli equilibri e le dinamiche politiche sono stati sconvolti dal Covid e dalle sue conseguenze.

C’è chi con tale dato di fatto intende fare i conti, e chi pensa di poter andare avanti senza una riflessione e un confronto con la realtà. E questa, inevitabilmente, è la prima chiave di lettura di quanto sta accadendo e anche di ciò che si è verificato nelle urne.

Insomma, c’è bisogno di un tagliando. A cominciare da un tagliando delle alleanze, perché le coalizioni politiche non possono essere considerate un dato etnico o un prodotto dello spirito. Servono innanzi tutto a portare avanti una visione e un programma di governo, e il fatto che nella fase attuale la maggioranza sia rappresentata da una compagine non omogenea ma di unità nazionale e il governo garantito – per usare una formula gollista – dal “più illustre degli italiani”, non esime dalla necessità di dotarsi di una piattaforma programmatica condivisa.

E’ evidente che l’esistenza di una coalizione non dipende da photo opportunity, da vertici più o meno esclusivi e neanche dall’apposizione di simboli uno accanto all’altro su una scheda elettorale. Solo la condivisione di idee e programmi giustifica l’attualità o meno di un’alleanza e – per esempio – se vi sono visioni discordanti per non dire antitetiche sulla priorità di lasciarsi alle spalle la pandemia per stabilizzare le prospettive di ripresa economica, forse qualcosa va rivisto. E la conseguenza di questa labirintite politica, soprattutto in una fase come quella che stiamo vivendo, è che le formazioni centrali nelle rispettive coalizioni si sentono compresse. Da qui discendono le effervescenze degli ultimi giorni, molto vistose nel centrodestra ma non certo un’esclusiva di questa parte del campo.

Di fronte a una dinamica di questo tipo, se si vuole salvare la conquista del bipolarismo è indispensabile che all’interno di ciascuno schieramento si comprenda che alle formazioni centrali va lasciato spazio: da qui l’esigenza di confronti interni per decidere cosa si vuole fare da grandi, visto che l’esame di maturità è ormai arrivato e a imporlo è la realtà. In caso contrario – se cioè questa esigenza vitale non venisse compresa – non ci si dovrebbe stupire se il passo successivo fosse un tentativo di dialogo fra le formazioni centrali delle due coalizioni, evitando accuratamente contese sulla leadership che riproporrebbero il peggio del passato anche recente.

Quando parlo di formazioni centrali non mi riferisco certo ai “centrini” più volte abortiti, o a micro-esperimenti di ingegneria politica asfittici e privi di identità: penso piuttosto a disegni ambiziosi imperniati sulla cultura di governo e che nel centrodestra, ad esempio, potrebbero riguardare anche una parte della Lega. Né bisogna correre il rischio di confondere dinamiche di portata epocale con conflitti tattici assai più che strategici o crisi contingenti di identità. In Forza Italia, ad esempio, l’apparente dialettica esterna tra due impostazioni cela da una parte lo scontro tutto interno – e già ampiamente visto in passato – tra chi si trova al governo e chi, essendone rimasto fuori, si mette di traverso, e dall’altra l’idea che un’adesione oggi al draghismo, da tradursi in scelte concrete sulla presidenza della Repubblica, possa fruttare una voce in capitolo sull’eventuale esecutivo chiamato a traghettare il Paese fino alla fine della legislatura. La Lega, dal canto suo, si trova in una situazione simile a quella vissuta negli anni dell’unità nazionale da forze come il Pci, al confine tra il sistema e l’anti-sistema: non scegliendo nessuna delle due strade corre il rischio di apparire inaffidabile agli uni e agli altri. Problema opposto è quello che riguarda Fratelli d’Italia: la linearità di Giorgia Meloni non è in discussione, ma le posizioni sulle quali tira dritto rischiano di fare di lei e del suo partito un interlocutore di successo, un alleato prezioso, ma difficilmente la guida di un’esperienza di governo.

E’ evidente che siamo solo agli inizi di un percorso ineludibile di analisi politica, che non può non partire da un confronto interno ai due schieramenti per identificare basi programmatiche condivise. Sapendo già che in ogni caso tale dialettica non può prescindere da una legge elettorale differente da quella attuale (a cominciare dal meccanismo che regola i collegi uninominali), che consenta in qualche modo di ridefinire le identità interne alle coalizioni.

Queste ultime non sono infatti somme algebriche, né perimetri geometrici. Sono veicoli per raggiungere obiettivi comuni sui temi principali dell’agenda del Paese. Sono strumenti di attuazione di programmi di governo. Programmi e obiettivi dunque devono esistere, senza cacofonie che superino il livello di guarda. E’ un dovere provarci, è un auspicio riuscirci. In caso contrario, l’effervescenza di questa fase politica dischiude prospettive molteplici, senza smarrire la propria identità. Chi ha più filo da tessere, è il momento che cominci a farlo.

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