E’ una guerra
25 Ottobre 2020
Mentre nel Paese impazza la competizione tra riduzionisti e catastrofisti, che non risparmia nessuno e tantomeno i presunti “esperti”, guardando ciò che sta accedendo nel mondo a me sembra si possa oramai fissare una certezza: nella lotta al virus, dalla battaglia siamo passati alla guerra.
Questa “seconda ondata” non è una coazione a ripetere. E’ molto differente dalla prima e avrà conseguenze assai più radicali. Nel dire questo non intendo riferirmi alla qualità del virus e al suo grado di letalità – tema rispetto al quale posso avere al più delle impressioni e sul quale, pertanto, non mi sono mai espresso – quanto agli effetti sociali che esso sta determinando.
A marzo siamo stati sorpresi da qualcosa di sconosciuto, di inimmaginabile, di sconvolgente. Pur in presenza di dati spaventosi, di pratiche disumane, di dolori immensi, in fondo si immaginava – o quantomeno si sperava – che tutto potesse finire in fretta e che quei mesi si sarebbero trasformati in un lungo incubo collettivo, da gettarsi quanto prima dietro le spalle. C’era una parte del Paese costretta a stare in trincea, o ad andarci ogni mattina, ma in tanti potevano restare al sicuro nelle proprie case, o almeno darsi dei comportamenti che potessero garantire una relativa sicurezza innanzi tutto psicologica.
A marzo, insomma, si è combattuta una guerra di eserciti, non una guerra di massa. La linea del fronte sanitario è stata quantomai tortuosa: è passata dalle Rsa, dagli ospedali, dalle fabbriche che non hanno potuto chiudere. Sempre di “fronte esterno”, però, si è trattato: allora il lockdown ha relativamente tutelato il “fronte interno”.
A marzo si sono intravisti casi insopportabili di “profitti di guerra” e, dall’altra parte, la crisi ha enucleato quella parte dell’economia che sarebbe stata colpita con più forza da quanto stava accadendo: professionisti, partite Iva, piccoli imprenditori, operatori nell’ambito dell’economia di prossimità. Allora, però, c’erano più risorse da mettere in campo; un’Europa da stimolare a prendersi le sue responsabilità; la speranza – o quantomeno l’illusione – che la parentesi si potesse chiudere presto. A marzo il disagio sociale non ha fatto in tempo a trasformarsi in rabbia, anche perché nella maggior parte dei casi è stato mitigato dalla prospettiva di un “rimbalzo” per se stessi e per il Paese e che questo “rimbalzo” potesse avvenire in tempi brevi.
A marzo, inoltre, una parte dell’Italia il virus praticamente non lo ha conosciuto. Per dire le cose come stanno, il Sud in termini sanitari ha tratto allora vantaggio dalla sua relativa arretratezza economica (dunque dal limitato numero di interscambi) e dai tempi di un lockdown intervenuto quando in quelle zone, in base ai numeri, non ve ne sarebbe stato bisogno.
A marzo si andava poi incontro alla bella stagione; le giornate si allungavano e il clima si intiepidiva. Per alcuni è stato senz’altro difficile osservare questi cambiamenti da dietro una finestra o da un balcone ma, anche per questi “alcuni”, ogni giorno c’era più luce e più calore.
Oggi le cose sono cambiate. Vi è la consapevolezza diffusa di dover convivere col virus per un tempo lungo. La fatica si sta sedimentando. Nessuno può inoltre più sentirsi personalmente al sicuro. Il virus è diventato “democratico”: minaccia tutti, senza distinzione d’età, di condizione professionale e, questa volta, senza differenze geo-politiche: è attivo a Milano come a Napoli. A meno di non fare una vita da eremiti, pur seguendo tutte le regole del famigerato “distanziamento sociale”, per ognuno di noi “il caso” assume forza per “la necessità”. Nessuno può permettersi di abolire del tutto i contatti sociali. Te lo impone la vita che, comunque, deve continuare: il contatto con un bambino che torna da scuola; con un figlio adolescente che ha visto degli amici; con un congiunto o un collega di lavoro.
Puoi stare attento ma psicologicamente non ti sentirai mai sicuro. E se dai risvolti personali si passa a considerare quelli collettivi, per tanti operatori economici che la prima volta ce l’hanno fatta stringendo i denti, la seconda tutto è enormemente più difficile. Per questo – è previsione facile – per loro diverrà presto impossibile sopportare quanti si sentono un po’ troppo garantiti e spesso ostentano questa asserita condizione. Non parliamo poi di quelli che cercano, e cercheranno, di trarre profitto da questa tragedia, magari con l’aiuto – vero o presunto – dello Stato.
C’è poi la variabile tempo da approfondire. C’è la consapevolezza di aver superato la battaglia della Marna: non sarà una guerra lampo, bisogna attrezzarsi e non farsi logorare. E la variabile tempo vale anche per quello atmosferico. Andiamo verso l’inverno; il clima peggiora e le giornate si accorciano. Non serve aver letto Hippolyte Taine; basta uno sketch di Checco Zalone per comprendere come tutto ciò inciderà sulla psicologia collettiva.
Chi ha studiato le grandi guerre ci ha insegnato che le loro conseguenze sono durature. Prima o poi – e noi speriamo prima – arrivano gli armistizi, ma le cose non tornano mai come erano in precedenza perché nel frattempo sono cambiati i modi di vivere, di reagire, è cambiata la mentalità di ognuno e di tutti.
Tutto ciò implica dei mutamenti profondi anche nella dimensione politica. Ed è per questo che, solitamente, a vincere nei dopoguerra sono coloro i quali riescono a comprendere meglio degli altri cosa sia accaduto e a mettersi in sintonia con le trasformazioni profonde che si sono determinate. Per farlo, nella fase più critica c’è bisogno di dimostrare equilibrio, sensibilità, capacità di governo. C’è bisogno di mettersi in gioco con intelligenza. In politica la guerra non dà profitto a chi resta fermo, sperando di trarre vantaggio delle difficoltà altrui: almeno in questo la politica è giusta.
