E’ venuto il momento di parlare di Michela Brambilla…

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E’ venuto il momento di parlare di Michela Brambilla…

22 Maggio 2007

Non conosco Michela
Vittoria Brambilla se non per averla osservata di sfuggita in televisione. Non
ho, dunque, nei suoi confronti alcun giudizio e nessun pregiudizio. Mi sono
fatto, invece, qualche idea sulle conseguenze che la sua inarrestabile ascesa –
un vero e proprio raz de marée,
direbbero i francesista provocando
dentro Forza Italia. E credo giunto
il momento di parlarne con serenità e senza reticenza.

Parlare di Michela
Vittoria Brambilla, però, vuol dire parlare di come si presenta il quadro politico
un anno dopo l’inizio della XV legislatura. La politica non se la passa bene.
In giro si sente e si palpa una irritazione che sempre più spesso assume come
bersaglio polemico la classe politica, senza distinzioni di uomini, partiti o
schieramenti. Questo sentimento ha radici forti e profonde. I frutti oggi
maturi erano sull’albero dell’anti-politica già quando è andata in scena l’ultima campagna elettorale. A costo di
passare per adulatore, affermerò che Berlusconi se ne era accorto per tempo. E aggiungerò
che Michela Vittoria Brambilla rappresenta anche la sua risposta a questa
percezione.

Un ricordo preciso
motiva le mie affermazioni. Si rifà a Gubbio, al termine di quest’estate. Fu la
prima volta nella quale pubblicamente Berlusconi parlò di una struttura diversa
e più ampia, che avrebbe dovuto edificarsi parallelamente a Forza Italia per recuperare ciò che un
partito, per sua natura, non avrebbe potuto trattenere. Allora Vittoria Michela
Brambilla non era ancora all’orizzonte. Ero seduto accanto a don Gianni Baget
Bozzo. Ci guardammo e non capimmo. Oggi tutto è più chiaro. Ma sono anche più
evidenti le precauzioni da assumere. Perché una cosa è rilevare la crisi della
politica e tenerne conto, altro è dar credito a chi fa di tutto per portare la
situazione sull’orlo del precipizio per poter poi gridare al pericolo. Potrò essere
smentito dai fatti ma io non credo che “il rischio 1992” evocato da
D’Alema sia fondato. Il 1992 aveva alle spalle la caduta del Muro e le sue
conseguenze sul sistema politico italiano. La crisi attuale, più modestamente,
le difficoltà del bipolarismo e il fallimento di alcune prove di governo della
sinistra, Bassolino in testa. Quella di D’Alema, perciò, è una tesi moralistica
ovvero, conoscendolo, la proiezione dello stato d’animo di chi “si sente
stretto”: una sorta d’imprecazione post-moderna contro il destino cinico e
baro così consona alla nostra tradizione socialdemocratica. Perché D’Alema, per
la prima volta nel corso di questa lunga transizione, non vede vie d’uscita per
il suo progetto né in prospettiva interna né in proiezione esterna. Il suo
grido d’allarme, dunque, può essere classificato come uno dei sintomi delle
difficoltà della sinistra.

Dopo un anno di
governo Prodi, d’altra parte, il bilancio è terrificante. Si è verificato
“il paradosso di Montanelli”: non è stato il governo Berlusconi a
vaccinare gli italiani contro il centro-destra come aveva previsto il
giornalista, ma il governo del centro-sinistra a legittimare definitivamente
Berlusconi e il suo esecutivo. E il partito democratico – risorsa immaginata
per invertire questo trend – al
momento non ha raggiunto lo scopo. Pensato per ricompattare uno schieramento
troppo frammentato, ha invece aumentato frammentazione e risse. A iniziare
dall’ambito parlamentare, dove la nascita di nuovi gruppi, derivati dalla
scissione dei ds e da micro-scissioni più o meno carsiche della Margherita,
rende il passaggio più frastagliato e l’ipotesi di scivoloni letali – specie in
Senato – più probabile di ieri. Alla sinistra resta la risorsa della disperazione
che, com’è noto, è eccellente collante. Ma oltre un certo limite nemmeno la
disperazione può niente. Quel limite è già prossimo. Potrebbe divenirlo ancora
di più se le elezioni amministrative sul continente dovessero confermare la
tendenza dell’isola.

In questa
situazione, logica e buon senso vorrebbero che il centro-destra si tenga pronto
a sfruttare ogni occasione la contingenza gli offra. Tradotto in comportamenti
concreti, ciò vuol dire due cose: non smarrire i suoi punti di forza e
prepararsi fattivamente alle fatiche del governo prossimo venturo. E a questo
punto il discorso su Berlusconi, la successione e Vittoria Michela Brambilla si
fa, per forza di cose, più stringente.

Se oggi c’è
un’evidenza nella politica italiana è che l’unica risorsa carismatica
disponibile risiede in Silvio Berlusconi. Non lo negano i suoi avversari,
sarebbe paradossale non lo ammettessero i suoi alleati. Il suo potere
carismatico sta offrendo rappresentazioni persino visive. Raccontano quanti hanno
assistito alle sue comparsate al congresso dei ds, a quello della Margherita,
al family day che l’apparizione del leader ha avuto l’effetto di catalizzare
l’attenzione maggioritaria dei presenti, producendo l’effetto di rendere
marginale la presenza di ogni altro uomo politico presente. Sarebbe impensabile
che nella situazione data il centro-destra si privi volontariamente di questo
vantaggio. Ma, si obbietta, Berlusconi ha una certa età e l’anagrafe rivendica
i suoi diritti: impossibile non iniziare a porsi il problema della successione.
Il ragionamento non fa una grinza. Ma chi ci deve pensare? E in quali tempi?
Max Weber ci ha spiegato da lunga pezza che col carisma si possono fare diverse
cose. Lo si può utilizzare bene e male; per dar vita a processi autoritari o
per allargare la democrazia. L’unica cosa che non è consentito al leader è di
trasferire il suo carisma per successione. Quella magica forza magnetica che
porta la gente ad affidarsi oltrepassando il razionale non si trasmette da
padre a figlio né attraverso i geni né attraverso la cooptazione. Oggi, forse,
i mezzi di comunicazione di massa possono dare un’impressione diversa. Ma
sempre d’impressione si tratta. La politica resta essenzialmente durata: è nel
tempo che si vincono o si perdono le battaglie e maturano i giudizi.

Il carisma, invece,
si può istituzionalizzare. E ciò può avvenire solo attraverso due strade tra
loro complementari: le “regole” ufficiali dello Stato e il
consolidamento del corpo collettivo suscitato dall’apparizione e dall’azione
del leader. Oggi è di moda, a sinistra e a destra, guardare a Sarkozy con un
misto d’ammirazione e d’invidia. Sarkozy non sarebbe esistito se la V
Repubblica non avesse istituzionalizzato il carisma del Generale: se de Gaulle
nel 1962 non avesse imposto l’elezione a suffragio diretto del Presidente e se
contemporaneamente Pompidou, forzando la mano al fondatore, non avesse
edificato su basi solide il partito gollista.

Ignorare queste
regole potrebbe essere letale per Forza
Italia
e per il centro-destra nel suo complesso. La sinistra lo ha compreso
assai bene e, per questo, soffia sul fuoco di Vittoria Michela Brambilla. La
lettura di un pezzullo di Barbara Palombelli a lei dedicato qualche giorno fa
chiarisce, in tal senso, molte cose. La sinistra spera che da quel fuoco possa
divamparne un incendio che distrugga gli acquartieramenti del nemico. Chi
rischia di esserne danneggiata, in primo luogo, è lei, la nuova venuta. Alla
quale sempre più spesso c’è chi cuce addosso il vestito dell’usurpatrice laddove
i circoli che anima, per la funzione pre-politica che svolgono, possono portare
un contributo decisivo alla causa comune. Ma i danni potrebbero aumentare. Se
questo gioco va avanti non è difficile prevedere una nuova stagione di liti
furibonde tra alleati, in vece di quel processo di progressivo accostamento che
sembrava essersi messo in moto. Si riaprirà una sfida aperta alla leadership in
luogo di uno sforzo comune per istituzionalizzarne la sostanza. E anche se in Forza Italia nessuno s’iscriverà al
concorso (ipotesi tutt’altro che probabile), sarà difficile sfuggire a un
effetto paralisi, in realtà già attivo da un po’ di tempo, per il quale il
partito si trasformerà presto in un grande circolo di commento permanente delle
“lenzuolate” a Lei dedicate e delle di Lei performances
televisive.

Non è un quadro
edificante, alla vigilia di una possibile vittoria storica. Per allontanarlo,
basterebbe poco. Innanzi tutto dire chiaro e forte che oggi le prospettive di
governo del centro-destra passano ancora da Silvio Berlusconi. E poi a ciascuno
il suo. Il leader carismatico faccia il leader carismatico di tutti. Michela
Vittoria Brambilla faccia i circoli evitando, per il possibile, invasioni di
campo. E il partito faccia il partito. C’è un programma d’alternanza da
predisporre fatto di disegni di legge e d’iniziative da diffondere nel Paese.
Con quel che accade, dalla sicurezza all’immigrazione, dall’attacco alla
famiglia al conflitto d’interessi lo spazio politico è enorme. Il partito lo
occupi, dimostrando di possedere classe dirigente. E se non è in grado, eviti
di prendersela con l’usurpatrice.