Diario afghano/ 2

Ecco come gli italiani hanno rimesso in sicurezza Bala Morghab

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Bala Morghab, 180 chilometri a nordest di Herat, al confine con il Turkmenistan, all’interno della provincia di Badghis, una delle cinque che compongono l’area sotto responsabilità italiana. Fino a tre mesi fa era uno dei punti più caldi di tutto l’Afghanistan. Oggi la situazione è completamente cambiata. La valle è una lingua di terra verde incastonata tra catene montuose e deserto. In mezzo scorre il fiume, fonte di vita e fertilità. Tanti piccoli villaggi sparsi nella valle e, al centro, da un lato il villaggio di Morghab. Dall’altro, la Fob Camp Todd, la base operativa avanzata che ospita militari afghani, italiani, spagnoli e americani.

Una zona a lungo contesa tra insurgents e militari afghani che, con il supporto delle truppe Isaf, in questa valle hanno combattuto, attaccato e subito attacchi e perdite. Il fine era quello di riconquistare il controllo della valle, punto strategico perché di frontiera, ma soprattutto perché da qui passa una tratto della Ring Road, l’anello di asfalto che circonda tutto l’Afghanistan collegando tra loro le città principali. Per garantire la sicurezza all’interno di tutto il Paese, il primo obiettivo deve essere quello della libertà di circolazione e del controllo delle principali vie di comunicazione.

E poi, a pochi chilometri, sempre nella stessa provincia, c’è Gormach, tradizionale roccaforte talebana. Infine, la Nato sta cercando di espandersi verso nordest anche per ricongiungere Herat a Mazar-i-Sharif, area a responsabilità tedesca. Gli insurgents della zona, invece, proprio non ne volevano sapere: troppo importante mantenere il controllo di quel tratto della Highway 1, la Ring Road, appunto, per continuare a svolgere indisturbati i traffici illeciti con il Turkmenistan. Fino a tre mesi fa, la valle è stata teatro di scontri durissimi.

29 maggio: i militari afghani escono alle 5 del mattino dalla Fob per occupare delle postazioni a circa due chilometri. Vengono attaccati, provano a rispondere al fuoco, ma sono costretti a chiamare in soccorso i Paracadutisti del 183° reggimento “Nembo”, pronti a intervenire su richiesta dei militari afghani. I combattimenti proseguono per ore.

All’interno della base l’atmosfera è frenetica. Si sentono chiaramente le raffiche di armi leggere e i colpi di mortaio sparati là dove si sta combattendo. Convogli di  blindati Lince continuano a entrare e uscire dalla Fob: quelli che escono trasportano militari pronti ai combattimenti. Da quelli che rientrano scendono ragazzi dal volto trasfigurato, sfiancati dalla fatica, gli occhi rossi e gonfi per la polvere. Sporchi, sudati e con le scariche di adrenalina che ancora non accennano a fermarsi.

Mentre un caposquadra sta dando indicazioni ai suoi prima di uscire, da lontano si vede una nuvola di polvere che si avvicina. Sono sei ragazzi che corrono disperatamente verso l’infermeria: trasportano uno dei loro compagni rimasto ferito in battaglia. Alla fine, anche grazie all’impiego dei mortai, su obiettivi segnalati dai ragazzi del 185° “Acquisitori obiettivi”, la minaccia, come si dice in gergo, “è neutralizzata”. Ingenti le perdite: uccisi 25 miliziani insurgents e 3 militari afghani. Tre parà italiani restano feriti. Una giornata qualunque tra quelle che si vivevano qui, a Bala Morghab, almeno fino a tre mesi fa.

25 agosto, la situazione è completamente cambiata. Non è necessario correre per scendere dall’elicottero e raggiungere, nel più breve tempo possibile, l’ingresso della base. All’interno l’atmosfera è più tranquilla. Nessun segno di concitazione, nessuno sparo o raffica in sottofondo. Un convoglio di Lince è pronto per uscire: oggi i militari italiani faranno una donazione di materiale scolastico al piccolo istituto del villaggio di Morghab.

Prima di uscire non si accertano neppure che i passeggeri abbiano allacciato tutte le cinque cinture di sicurezza, né che siano stati attivati i “mine lock”, una speciale sicura di cui è dotato il Lince, che impedisce la possibilità di aprire il portello dall’esterno. Ed eventualmente gettare una bomba all’interno dell’abitacolo. “Sembra di stare in un altro posto - commenta il conducente del Lince che era qui anche in quella giornata di combattimenti, tre mesi fa - la tregua regge, ora possiamo anche uscire e andare fino al villaggio. Chissà, però quanto durerà”.

Tregua: è stata questa la chiave di volta. In vista delle elezioni, ai primi di agosto, il governo centrale, rappresentato da un emissario del presidente Karzai, è riuscito a mediare, tramite i capivillaggio, un “cessate il fuoco” con gli insurgents della zona. Gli accordi erano questi: i militari dell’Ana, l’Afghan National Army, avrebbero lasciato le postazioni ritirandosi e gli insurgents avrebbero retrocesso fin dietro le montagne. Ma, soprattutto, avrebbero smesso di sparare.

Ciò che non si dice, non si racconta e, forse, non si sa, è che la tregua è stata preparata da una chirurgica operazione di rastrellamento condotta dai militari afghani supportati dai paracadutisti italiani. Un’accelerata nelle operazioni di riconquista del controllo del territorio: gli insorti sono stati circondati e chiusi all’interno di un’area ben delimitata, da cui non hanno avuto possibilità di fuga.

Un’operazione scattata nei primi giorni di luglio, proprio mentre al sud, gli americani, con roboanti comunicati stampa in cui snocciolavano cifre e numeri dell’operazione, sferravano l’attacco nella valle di Helmand. Secondo le previsioni il rastrellamento sarebbe dovuto durare circa tre settimane. Ma è stato interrotto dall’inizio della mediazione per giungere alla tregua.

Ora, all’interno della valle di Bala Morghab, è rimasto solo il piccolo villaggio a essere definito  “area problematica”. Una piccola zona non sotto pieno controllo che ospita ancora un nucleo di insurgents. Ecco perché, all’interno della base, dove sono custoditi i Lince danneggiati dai combattimenti passati, ci si chiede quando e chi metterà fine alla tregua. Ecco perché comunque non si può abbassare la guardia e bisogna sempre essere pronti a entrare in azione.

Quello stesso 25 agosto, nel pomeriggio, arriva una richiesta d’aiuto da Mur-e-Chack, località al confine con il Turkmenistan: un check point della polizia afghana di frontiera è stato attaccato da un gruppo di insurgents che ora, dopo aver ucciso due poliziotti e averne rapito altri, stanno saccheggiando il piccolo villaggio vicino. Immediatamente dalla Fob Todd parte un plotone di Paracadutisti a bordo di un Chinook. Insieme, si alzano in volo due Mangusta armati. Torna, per un pomeriggio, l’atmosfera concitata e l’ambientazione da film di guerra. Nessuno, però, parla di fine della tregua.

“Tutto questo non ha niente a che vedere con gli accordi ancora in vigore. Quel territorio - spiega il gen. Rosario Castellano, Comandante dell’area regionale ovest - è fuori dall’area interessata dal cessate il fuoco”. Il comandante era presente oggi qui a Bala Morghab per assistere alla cerimonia di consegna di aiuti umanitari. E da qui, invece, si è trovato a dirigere e coordinare le operazioni di soccorso alla polizia di frontiera afghana, lassù a venti chilometri, al confine con il Turkmenistan.

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1 COMMENT

  1. riflettiamo
    Se non erro i sovietici rimasero in Afghanistan dal 1979 al 1989 e a me sembra tanto che li stiamo raggiungendo…
    Quanti anni sono passati dall’arrivo dei contingenti stranieri in Afghanistan? Le nostre “forze del bene”? E i risultati CONCRETI quali sono stati?
    Le elezioni-farsa?

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