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Ecco cosa pensano i neocon del capitalismo

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Perché mai le persone non si assumerebbero il rischio di intraprendere nuove iniziative imprenditoriali? Recentemente, Vladimir Putin ha affermato che “Il governo e le autorità regionali russe non sono riuscite a creare le condizioni affinché le imprese di piccola e di media dimensione potessero fiorire. Chiunque inizi una nuova intrapresa economica e registri la propria impresa dovrebbe ricevere una medaglia al coraggio”.

Sono numerosi gli autori che, sulla scia dell’economista austriaco J. Schumpeter, hanno evidenziato la difficoltà per le società economicamente avanzate di mantenere un elevato grado di accettazione del rischio imprenditoriale. C’è stato chi come l’intellettuale statunitense Irving Kristol ha sostenuto l’inevitabilità che sistemi economi capitalistici determinino una forma di cultura antagonista ed autodistruttiva. Per ragioni e con argomenti diversi, la ricca tradizione dei sostenitori della scienza economica come scienza triste sembrerebbe arricchirsi ogni giorni di nuovi adepti. Che si tratti di logiche malthusiane, ricardiane o marxiane sembrerebbe che siano veramente pochi coloro che ripongono fiducia nella capacità del sistema economico capitalistico di sopravvivere ai suoi stessi successi. Eppure, è lecito pensare che lo sviluppo economico non sia di per sé foriero di catastrofi, e che se oggi sono in molti (purtroppo non ancora abbastanza) a potersi permettere il lusso di avere del tempo libero da dedicare alla famiglia, al volontariato o a qualsiasi degli innumerevoli hobby è perché la rivoluzione capitalistica ha liberato il genere umano dalla trappola dell’economia di sussistenza. Ciò non è accaduto casualmente, certo le condizioni sono evolute per lo più spontaneamente ed in maniera irriflessa, ma mai fatalmente.

Al centro dello sviluppo storico del capitalismo troviamo la figura dell’imprenditore creativo, di colui che guida i processi innovativi verso la soluzione di nuove aspettative ovvero di vecchie mediante nuove strumenti. La chiave della crescita economica non è di natura redistributiva, bensì moltiplicativa. L’intrapresa economica, in un sistema capitalistico, consente l’uso creativo delle risorse, attraverso l’opera imprenditoriale che consiste nel rispondere alle aspettative – tanto quelle registrate dal mercato quanto quelle che sfuggono ad esso -, ponendo in essere un’organizzazione del lavoro produttivo, in considerazione delle condizioni incerte di un futuro ignoto. Ossia, si tratta dell’attitudine, sottoposta a vincoli, a gestire (oggi) i flussi produttivi presenti sul territorio, facendoli interagire con il principale fattore di produzione: il capitale umano, per la realizzazione di beni e servizi da destinare al mercato (domani).

Mentre negli Stati Uniti la parola capitalismo è un termine percepito in modo abbastanza positivo ed è generalmente rispettato, gli europei hanno solitamente una diversa percezione dello stesso termine. Come ha fatto notare l’economista tedesco W. Röpke (uno dei padri del cosiddetto “ordo liberalismus”) il termine “capitalismo” (come categoria storica e non logica) può assumere differenti significati. Nei Paesi anglosassoni – piuttosto che nei Paesi dell’Europa continentale – la libera economia di mercato (come categoria logica e non storica) ha conosciuto uno sviluppo organico. Al contrario, in Europa, la rivoluzione industriale è stata spesso il risultato dell’azione di piccoli gruppi, organizzati e guidati da banchieri piuttosto che da imprenditori, i quali potettero contare sul significativo aiuto statale. Ciò ha fatto sì che la libertà d’impresa sia stata limitata a un gruppo sociale privilegiato, e che il capitalismo, sin dai suoi albori, sia stato un capitalismo di monopolio. Ancor peggiore è la situazione in alcuni paesi del terzo mondo, dove il controllo su tutte le risorse del paese è stato concentrato nelle mani delle compagnie straniere e delle corrotte élite al potere.

Dopo aver intravisto il problema del diffuso sentimento anticapitalistico che caratterizzava tanto la cultura progressista quanto quella conservatrice, evidenzierei il tentativo di alcuni autori statunitensi, normalmente catalogati tra gli esponenti di spicco del filone neoconservatore, di rispondere a tali critiche con argomenti che non fossero convenzionalmente né di destra né di sinistra. Si è trattato del tentativo di approdare ad un’analisi più dinamica dei processi economici, dalla quale, sul finire degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta, ha ricevuto nuova forza la filosofia economica che sottende la cosiddetta supply-side economics. Gli autori sono il già citato Irving Kristol – il godfather del neoconservatorismo americano –, George Gilder – lo studioso che più di altri ha evidenziato il carattere morale del capitalismo –, Michael Novak  - il teologo e politologo cattolico, teorico del “capitalismo democratico”.

Kristol mette in evidenza come l’anticapitalismo, sebbene non individui alcuna alternativa praticabile all’attuale sistema di libero mercato, mette in luce un problema autentico: il capitalismo non ha saputo mantenere fede alle sue promesse. Se da un lato è indubbio che le sue istituzioni hanno consentito un’effettiva crescita economica ed una diffusa libertà politica, esse hanno fallito sul versante culturale. La cultura del capitalismo alla lunga finisce per far degenerare il sistema economico in forme di corruzione che privano le istituzioni politiche ed economiche del necessario sostrato morale.

M. Novak reagisce alla critica dell’amico e collega dell’AEI, affermando che il capitalismo rappresenta solo un aspetto del complesso sistema sociale e che accanto ad esso dovremmo considerare un sistema politico per la promozione e la difesa della democrazia ed un sistema culturale le cui istituzioni diffondano un’idea di uomo incentrata sulla dignità, sulla libertà e sulla responsabilità. Per questa ragione, seppure fosse vero che il capitalismo non si meriterebbe il terzo dei fatidici tre applausi di Kristol (il primo per la ricchezza, il secondo per la libertà il terzo per la virtù), per Novak il plauso morale non sarebbe di per sé necessario, in quanto l’ideale del capitalismo democratico e pluralistico è come un triangolo in cui ciascun lato è necessario alla costruzione della figura. Il paradigma del capitalismo democratico, secondo la prospettiva della supply-side economics di matrice neoconservatrice, è rappresentato da una triade: capitalismo, democrazia e pluralismo, e ciascuna voce di tale paradigma politico-sociale è necessaria per l’edificazione di una società libera e virtuosa.

Se Kristol riconosce la parziale efficacia del sistema capitalistico, pur criticandone l’inadeguatezza morale, e Novak ne evidenzia la complessità e la necessaria complementarietà con la democrazia ed il pluralismo, Gilder radicalizza la discussione, sostenendo che il capitalismo conterrebbe in sé i germi dell’altruismo. Gilder rifiuta l’opinione largamente diffusa che il motore del capitalismo sarebbe il self-interest, mentre afferma che alla base del moderno sistema di libera impresa ci sarebbe una “cultura del dono”. Comprendere le esigenze degli altri, rispondere ai loro bisogni e farlo in modo creativo e sempre più soddisfacente sono i caratteri che determinano la spinta originaria dalla quale si sviluppa il sistema capitalistico (in fondo si tratta della smithiana sympathy). La dinamica economica, allora, scaturisce dalla libera e consapevole decisione di “offrire” la propria competenza, i propri doni, la propria creatività nella speranza, che non sarà mai certezza, di un vantaggioso ritorno. Lo strumento che gli uomini e le donne si sono dati per rispondere reciprocamente alle necessità della vita quotidiana è l’impresa, un ente complesso per la realizzazione del quale concorrono elementi materiali e spirituali. Tali elementi costituiscono il capitale, ossia, le risorse finanziarie, le conoscenze, la creatività, la responsabilità, la capacità di organizzare un lavoro produttivo e la disponibilità ad assumersi il ragionevole rischio imprenditoriale. Impedire l’attività economica privata o rendere la vita difficile agli imprenditori con politiche fiscali predatorie ed impedimenti burocratici significa, nella prospettiva dell’economia dell’offerta, privare la persona umana della sua dimensione altruistica e condannare il mondo all’inedia.

L’economia dell’offerta, così concepita da Kristol, Novak e Gilder, si propone come una prospettiva economica dal basso, che aggredisce i problemi dal punto di vista del singolo operatore, l’imprenditore e l’investitore, intesi come il motore del processo economico. In contrasto con il sistema keynesiano, per il quale il governo finisce per assumere le sembianze quasi magiche di un “deus ex machina%3C/em>” onnisciente che, intervenendo, preserva o ristabilisce “un’armoniosa economia universale”, l’economia dell’offerta rappresenta, per usare le parole dello stesso I. Kristol, una “rivolta umanistica” contro una metodologia di analisi economica tutta incentrata sulla formalizzazione matematica. Un meccanicismo matematico nel quale gli aggregati economici si relazionerebbero l’un l’altro rappresentando all’analista una serie di istantanee le quali, messe in sequenza, dovrebbero mostrare l’autentica fisionomia dell’universo economico nel quale abitiamo.

È evidente, dunque, che l’economia dell’offerta sposi le ragioni del libero mercato e che sostenga la tesi che una libera economia d’impresa garantisca meglio di ogni alternativa praticabile un’economia di sviluppo e di continua innovazione. Tuttavia, sebbene Kristol e la prospettiva neocon in generale abbiano sposato le ragioni del capitalismo, in quanto sistema che promuove la libertà in ambito economico-imprenditoriale, non si può certo dire di Kristol, Novak e Gilder che siano degli “entusiasti” del capitalismo senza aggettivi. Kristol, in modo particolare, si è sempre ritenuto insoddisfatto di una certa difesa del capitalismo, molto diffusa soprattutto in ambienti libertari, incentrata sul dato che quest’ultimo produrrebbe maggiore ricchezza del socialismo. Pur non negandolo, egli ha posto l’accento sull’esigenza che il capitalismo sia supportato dall’etica borghese che non può fare a meno del dato religioso e che, in ultima analisi, la sopravvivenza stessa del capitalismo dipenda più da argomenti religiosi relativi alla tradizione ebraico-cristiana che dalle fredde modalità di produzione di beni e servizi.

 

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