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Ecco perché gli spagnoli sono entrati in Italia

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“Capitalismo senza capitale”. Così si intitolava un bel libro dei primi anni novanta di Napoleone Colajanni: una ricostruzione assai interessante delle vicende del nostro sistema di imprese e del ruolo che la sua creatura più originale, Mediobanca, vi ha storicamente giocato. Il giudizio di Colajanni è complesso, perché da un lato evidenzia le debolezze strutturali del nostro sistema capitalistico ed il ruolo compensativo e di riequilibrio che Mediobanca ha giocato, e dall’altro segnala come la presenza di Mediobanca abbia storicamente rappresentato un tappo nei processi di crescita e di innovazione imprenditoriale.

Da allora molta acqua è corsa sotto i ponti: la privatizzazione delle imprese pubbliche, la riforma del sistema bancario, l’apertura del mercato finanziario, l’integrazione economica e valutaria. E qualcuno fra noi si era illuso che il nostro fosse finalmente diventato un Paese normale! Gli ultimi sviluppi della vicenda Telecom ci hanno bruscamente svegliato e riportato con i piedi per terra: siamo ancora un capitalismo senza capitale se non addirittura un capitalismo senza capitalisti. Apparentemente si tratta di una storia a lieto fine che, come ha immediatamente suggerito il fondatore di Repubblica, rappresenta un successo per Prodi, il quale nel breve volgere di un mese è riuscito ad impedire l’arrivo di capitalisti avventurosi ed aggressivi (e per di più americani) nel nome della difesa dell’italianità delle grandi imprese e a costruire a tempo di record una soluzione alternativa che mantiene una forte impronta nazionale pur prevedendo l’ingresso di un partner europeo di grande peso nel settore TLC. Ed il Presidente del Consiglio ha anche sottolineato il comportamento corretto e neutrale (sic!) tenuto durante l’intera vicenda. Certo sarebbe stato preferibile che il Presidente delle Generali, Antoine Bernheim non avesse rilasciato le dichiarazioni riportate dai quotidiani, sull’intervento dal Ministro Padoa Schioppa, e sulle richieste di tutela dell’ “italianità” della Compagnia del Leone di Trieste.

Le cose sono naturalmente assai più complesse ed in parte ancora da conoscere con precisione (si sa, il diavolo, spesso è nei dettagli). Certo anche sulla base delle notizie diffuse ufficialmente ci sono alcuni aspetti dell’operazione che non convincono. Vi è in primo luogo l’anomalia dell’alleanza che rileverà Olimpia e quindi il pacchetto di controllo: si tratta di soggetti finanziari (Benetton, Mediobanca, Sanpaolo Intesa, Generali), in alcuni caso già presenti in misura significativa nella compagine azionaria del gruppo, e di un importante operatore industriale (la spagnola Telefonica), il quale acquista un pacchetto di azioni assai consistente (il 43 %) senza per garantirsi il controllo della società. Ed è proprio tale aspetto a risultare particolarmente oscuro. Non è infatti chiaro quali ragioni di carattere industriale possano spingere un big player del mercato delle TLC a un’immobilizzazione così rilevante in assenza di un’adeguata contropartita in termini di gestione dell’impresa.

Che la partecipazione di Telefonica sia e debba restare una partecipazione di minoranza è del resto confermato in modo netto dal contenuto degli accordi parasociali che accompagnano l’operazione. Patti che prevedono, fra l’altro, un vincolo assai stringente in materia di governance: gli spagnoli infatti non potranno nominare che due componenti del consiglio di amministrazione di Telecom. Il Sole 24 ore curiosamente ha definito tale accordo “proporzionale alla partecipazione economica” degli spagnoli; non è chiaro il fondamento di tale giudizio. Se vogliamo applicare un modello puramente proporzionale alla governance societaria risulterà comunque del tutto sproporzionata la posizione dei soci bancari italiani che con una partecipazione complessiva di poco superiore a quella degli spagnoli nomineranno 13 consiglieri di amministrazione ed in ogni caso presidente, vicepresidente e amministratore delegato. Anche l’ingresso di nuovi soci è ricondotto ad un rigido controllo della componente bancaria che vanta un diritto di prelazione nel caso che uno dei soci italiani decidesse di dimettere la propria partecipazione. Sarà poi Intesa SanPaolo a scegliere i soci che potranno sottoscrivere il programmato aumento di capitale per 900 milioni. Anche le condizioni puramente economiche dell’operazione fanno nascere alcuni dubbi: come è possibile che Telefonica paghi 3 euro per azione mentre le banche verseranno unicamente 2,6? Certo, in gioventù abbiamo studiato e anche sognato la teoria e la prassi anglosassone del “market for corporate control”, la regola “one share one vote”, la contendibilità societaria e la public company. Certo forse abbiamo esagerato e siamo stati forviati da un approccio tutto teorico ed anche un po’ romantico. Ma francamente non riusciamo a comprendere le ragioni di questo singolare caso di sovraprezzo per il “noncontrollo”.

Di fronte a tali peculiarità potrebbe venire il dubbio che Telefonica sia rimasta invischiata in una trattativa gestita da controparti assai abili oltre che dotate di una straordinaria forza di attrazione politica. In realtà, le dimensioni il ruolo e l’impetuosa recente crescita di Telefonica fanno svanire ogni dubbio. E poiché, come insegnava il maestro Friedman, “no free lunch” occorre domandarsi quale sia il prezzo del pasto che Telefonica ha cortesemente servito alle banche ed al Governo di Roma. Probabilmente la contropartita per gli spagnoli non è in Telecom in quanto tale, ma in una controllata di Telecom particolarmente appetibile per loro. E’ noto l’interesse della compagnia iberica per il mercato brasiliano dove è presente in forza con Vivo, operatore mobile brasiliano controllato al 50% con Portugal Telecom. Ebbene Vivo attraversa una fase difficile: i rapporti con i portoghesi non sono buoni e di recente la compagnia è stata sorpassata nel mercato brasiliano (assai importante per gli spagnoli che vi traggono il 35% dei propri utili operativi) proprio da Tim Brasile: L’ingresso in Telecom potrebbe servire agli spagnoli proprio per mettere una seria ipoteca su Tim Brasile, scongiurando al contempo le mire annessioniste di America Movil (la compagnia messicana che, guarda caso, aveva lanciato con AT&T la prima offerta per Telecom). Si tratta di una motivazione del tutto razionale dal punto di vista spagnolo, che forse intacca il nostro amor patrio (non siamo noi la preda ma il Brasile!) e che soprattutto non è foriera di buone nuove per i consumatori italiani (che potevano sperare nell’ingresso di un operatore industriale forte in grado di rilanciare l’azienda), così come per gli azionisti di minoranza di Telecom (che da una valorizzazione ed eventualmente da una cessione di Tim Brasil avrebbero tutto da guadagnare).

E’ il vecchio modello Mediobanca che ritorna? In realtà, a ben vedere, siamo in presenza di qualcosa di affatto differente, quasi speculare. E’ noto l’adagio di Enrico Cuccia che, per giustificare il patto di sindacato di Mediobanca che attribuiva ai soci privati voti pari a quelli delle banche pubbliche (le BIN ricordate?), che pure disponevano della maggioranza del capitale, ammoniva “le azioni non si contano, si pesano”. Si trattava evidentemente della strategia difensiva del capitalismo italiano (familistico finché si vuole, ma comunque capitalismo), che cercava di sopravvivere all’accerchiamento dello statalismo industriale e finanziario imperante. Applicato oggi quel metodo sortisce effetti opposti: non è più la strada per garantire la tenuta e favorire se possibile la crescita dei gruppi industriali privati. E’ piuttosto un modo per mantenere settori industriali di primaria importanza sotto l’ala prottettiva dello Stato, attraverso la longa manus di quegli ircocervi (come ha definito le fondazioni bancarie il suo creatore, Giuliano Amato) che non sono più aziende pubbliche ma non sono nemmeno imprese private. Appunto, un capitalismo senza capitalisti.

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