Ecco perché il suicidio di Monicelli è stato davvero esemplare
05 Dicembre 2010
Penso del suicidio quel che ne pensava David Hume – tra tutti i filosofi del passato quello, a mio avviso, più vicino allo spirito del liberalismo – e cioè che «nessuno abbia mai fatto getto della vita, finché valeva la pena di conservarla. Perché è tale il nostro orrore naturale per la morte, che motivi troppo lievi non potranno mai riconciliarci con essa; e se anche le condizioni di salute o fortuna di un uomo non sembrano richiedere tale rimedio, possiamo per lo meno esser certi che chi vi abbia fatto ricorso senza ragioni apparenti era affetto da un’incurabile depravazione o tristezza di carattere, che gli avvelenava ogni gioia e lo rendeva infelice come se avesse subito le più gravi disgrazie». Per il ‘bon David’, «la vita umana può essere infelice, e la mia esistenza, prolungata più a lungo, può divenire insopportabile. Ma ringrazio la provvidenza sia del bene che ho già goduto, sia della facoltà di fuggire il male che mi minaccia. Lagnarsi della provvidenza è affar vostro, se ritenete stoltamente di non avere tale potere, e di dover ancora prolungare una vita odiosa, piena di pene e infermità, vergogne e miserie».
Queste parole mi son tornate in mente nel leggere, sui giornali di più diversa tendenza, i commenti al suicidio di Mario Monicelli, un maestro indiscusso del cinema italiano elevato post mortem, forse con troppa fretta, a «maitre-à-penser», a uomo e intellettuale esemplare. «Monicelli, ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, se n’è andato con un’ultima manifestazione forte della sua personalità, un estremo scatto di volontà che bisogna rispettare». E Paolo Villaggio, ha rincarato la dose: «La scelta di Mario Monicelli l’ho trovata straordinaria, eroica, magnifica.|..| Ha deciso che la sua vita finiva, che non voleva vivere altri tre anni come un vegetale, vorrei avere il suo coraggio».
Non ho le certezze etiche e metafisiche per valutare la plateale uscita di scena di Monicelli ché «plateale» è stata oggettivamente: poteva anche andarsene in modi più ‘classici’ e discreti, ha preferito il coup de théâtre. Stanchezza della vita? Senso della propria dignità umiliata da una corporeità segnata dal tumore alla prostata? Incapacità di sopportare oltre la nequizia dei tempi? Rispetto e discrezione dovrebbero tradursi nel non fare domande, nel ricordarsi di quel «nolite iudicare» che rappresenta il momento più alto della morale evangelica. E invece, come capita sempre più spesso nel nostro paese, complesse questioni di etica diventano oggetto di un dibattito politico, nel quale riaffiora, puntualmente, la lontananza abissale dalla ‘società aperta’. Le due amazzoni del fondamentalismo di segno opposto che si sono affrontate in Parlamento, Rita Bernardini e Paola Binetti, hanno mostrato, a leggere tra le righe i loro appassionati interventi, che al di là delle loro divisioni insanabili, ad accomunarle era qualcosa di inconcepibile in un’ottica liberale, ovvero, il diritto della ‘sfera pubblica’ al controllo e alla regolamentazione dell’agire privato. L’ideale dell’esponente radicale, infatti, pare l’istituzione di una unità eutanasia, in ogni ospedale, alla quale si possa far ricorso, premendo un pulsante accanto al letto, quello della neo-sanfedista l’istituzione di una ‘unità di soccorso’ che dia affetto e solidarietà a chi è stanco della vita e lo dissuada dal compiere gesti estremi. Quanto un tempo era lasciato (discretamente) alla ‘società civile’ vien fatto rientrare, in entrambi i casi, nelle competenza dello Stato e delle sue leggi: lo Stato è chiamato a indossare il camice bianco del Dottor Morte o quello azzurro delle associazioni votate a «consolare gli afflitti». E’ una vergogna che Monicelli abbia dovuto provvedere da sé a farla finita, ha denunciato Maria Antonietta Farina Coscioni, (la mutua, quindi, dovrebbe riconoscere anche questo diritto!)! E’ una vergogna che il regista si sia ritrovato solo e disperato, senza che nessuno potesse mostrargli che «la vita è bella» sempre e dovunque! In una società ‘pluralista e democratica all’italiana’, non resterebbe che mettere a concorso pubblico sia il ruolo di ‘tanatista’ che quello di ‘antitanatista’ e istituire, all’uopo, due diversi corsi di laurea, gli uni affidati ad atenei rigorosamente laici, gli altri a università cattoliche o anche, per essere generosi, protestanti (in Italia ce ne sono due riconosciute dallo Stato ma che non danno diplomi di laurea validi per l’insegnamento di Religione…). Dubito, però, che una proposta ultra-statalista del genere, che preannuncia tempi bui per le libertà degli individui uti singuli, venga accettata dalle due parti contendenti giacché il pluralismo antiliberale, da che mondo è mondo, è sempre stato un’arma per mortificare costumi e valori degli avversari (se Vladimir Luxuria potesse avere carta bianca, assieme ai radicali ‘liberali/liberisti/libertari’ e agli ‘atei razionalisti’, organizzerebbe défilées trans davanti al Vaticano!) non per imporre il reciproco riconoscimento.
Tornando a Monicelli, un paese serio dovrebbe rinunciare a farne un simbolo di questo o di quello ma ricordarlo unicamente attraverso la sua opera (come fanno certi canali televisivi mandando in onda i suoi vecchi film), memore di quanto scriveva Benedetto Croce in Etica e politica che «neppure l’opera di poesia è riferibile all’individuo di cui porta il nome |…| all’individuo empirico che quel nome designa, ma all’individuo in efficacia di poeta», «ossia alla persona ideale che è in esso, nel fondo di esso o al di là da esso, e la persona ideale non è poi altro, se ben si consideri, che l’opera stessa, la duplicazione fantastica che si compie dell’opera, dividendo l’opera dall’autore, il prodotto dal produrre».
Per molto tempo il lavoro del ‘toscanaccio’ venne considerato un «buon artigianato», tant’è vero che ci si lamentava che Totò non fosse mai stato preso in considerazione da un «grande regista», evidentemente non ritenendo tale Monicelli, che il Principe della risata aveva diretto in film memorabili da Guardie e ladri a Totò e Carolina, senza dimenticare il cammeo de I soliti ignoti’.
No, il «buon artigiano» ci ha lasciato, assieme a film non riusciti come I picari, capolavori che hanno contribuito a fare del nostro cinema, negli anni del secondo dopoguerra, uno dei nostri più prestigiosi prodotti culturali d’esportazione. Lo sguardo sull’ Italia che essi proponevano all’attenzione dello spettatore non era «a tutto campo», come è stato detto, ma illuminava dall’interno ambienti, per lo più, piccolo-borghesi, alle prese con i problemi elementari della sopravvivenza e tuttavia non ancora spogli di un’antica umanità contadina che la vita urbana non aveva del tutto spento. Con Monicelli si ride forte ma si ride amaro: la condizione dei vinti, la miseria, il dolore, la morte diventano oggetti e pretesti di comicità – è la quintessenza della ‘commedia all’italiana’– e in questa trasfigurazione finisce per affiorare il retaggio ‘classico’ e toscano del regista ovvero la capacità di ricondurre il dramma e la tragedia al naturale fluire degli eventi dove il male è vinto dall’accettazione, sia pure non sempre rassegnata, del destino. E’ una poetica che avrà modo di proiettarsi anche oltre la storia del nostro tempo, nel Medioevo di fantasia e di linguaggi inventati del ciclo Brancaleone.
Con questo, l’opera di Monicelli può considerarsi il nostro equivalente cinematografico della Commédie humaine di Balzac? Per carità, non ripetiamo, anche nel suo caso, il ribaltamento di giudizio su Totò che da disprezzata maschera qualunquistica è stato definito da qualche suo antico detrattore:«persino più grande di Charlie Chaplin!». No, Monicelli non è Balzac per la semplice ragione che mentre il romanziere francese, di destra e legittimista, interpreta e comprende così a fondo la società del suo tempo da venir preferito da Karl Marx ai suoi colleghi democratici e progressisti, come Eugene Sue, i suoi film e la sua poetica fanno luce soltanto su uno spaccato dell’Italia repubblicana che si arresta sostanzialmente alle campagne, ai paesi, alle periferie. Piacciano o no, gli Antonioni, i Fellini, i Visconti descrivono una nazione profondamente diversa che, nel bene e nel male, si è fatta europea, ha reinventato il surrealismo, ha portato sullo schermo l’alienazione e il disagio di una società che ha perso le antiche certezze ma stenta a rifarsene di nuove. Una modernità – penso ai film del grandissimo Fellini – che si staglia tanto più netta quanto più è vista in contrasto con la provincia profonda che si lascia alle spalle.
Con questi richiami ad autori tanto diversi da lui non voglio certo ridimensionare il genio poetico di Monicelli: la realtà sociale che egli ci presenta nella sua opera cinematografica è una faccia del pianeta Italia che non solo non può essere rimossa ma che, per molti aspetti, fornisce ancora oggi elementi irrinunciabili del nostro (declinante) ethos comunitario. E nondimeno, come tutte le comunità che si rispettino, essa fa pagare il calore umano che procura con un progressivo impoverimento dell’orizzonte intellettuale. E qui veniamo all’aspetto più grottesco delle celebrazioni monicelliane: il seguito di interviste– rilasciate dal Maestro a varie riviste e rotocalchi televisivi–presentate come espressioni di lungimiranza, di saggezza antica, di un ‘disincanto’che quasi richiama la sociologia francofortese, la dialettica dell’illuminismo, l’industria culturale. Laddove, invece, ci si trova dinanzi a solenni banalità sulla crisi del nostro tempo, sulla perversione dei costumi, sulla degenerazione morale degli italiani ‘brava gente’.
Monicelli parla come un ex fascista( che non è mai stato) che delle due bestie nere del ‘regime’ – la società liberale di mercato e il comunismo collettivista – ha conservato un odio inestinguibile soltanto per la prima, non riuscendo neppure a immaginare, non avendo alcuna dimestichezza col materialismo storico, il rapporto dialettico che lega l’una all’altra, il consolidamento di una solida società industriale borghese all’estinzione delle classi. In tal modo, è potuto diventare , naturaliter, il santo patrono di una sinistra antioccidentale e anti-industrialista, la cui cultura sempre più mediterranea e terzomondista testimonia in modo inequivocabile – assai più del declino elettorale del vecchio PCI e dei suoi eredi–la fine di un’epoca: l’epoca dell’ascesa irresistibile del proletariato e delle sue avanguardie politiche protese alla ‘conquista dello Stato’.
«Parliamo del presente – dirà a uno dei tanti intervistatori – di questo liberismo: diamo libertà ai cittadini perché lo Stato non dev’essere troppo presente. Tutti sono liberi di fare: viva il privato, viva il mercato, tutti sono nemici di tutti, non c’è più solidarietà verso nessuno, la vita sociale va a rotoli quindi la Nazione va a rotoli e vince il peggiore. E stanno emergendo solo i peggiori, in tutti i campo. |…| Chi è fuori dal mercato, via. Vadano al diavolo quelli che muoiono di fame e di stenti. E’ una legge talmente spietata che manda alla rovina tutti».
Sono parole che mandano in visibilio i guerriglieri dell’etere come Michele Santoro, che ripropone, in ‘Anno Zero’, l’intervista di ‘Rai per una notte’ dove un Monicelli, più esacerbato che mai, assimila il berlusconismo al fascismo–«eravamo tutti contenti che c’era uno che guidava e pensava a tutto»–constata che gli italiani hanno «perso la dignità e il rispetto per la persona», lamenta che «tutti sono pronti a chinare il capo, a tenere il posto, a guadagnare, a sopraffare, a intrallazzare» e, in un crescendo di rabbia impotente, incita pateticamente alla rivolta:«la generazione è corrotta e malata e va spazzata via». Contro la speranza «inventata dai padroni» per ammansire e ammaestrare le folle, ci sarebbe voluta «una bella botta. Una rivoluzione che non c’è mai stata in Italia: c’è stata in Inghilterra, in Francia, in Russia, in Germania, dappertutto meno che in Italia. Ci vuole qualche cosa che riscatti questo popolo che è sempre stato ‘sottoposto’ da 300 anni schiavo di tutti». Per Serena Dandini è musica celestiale: nel programma ‘Parla con me’, il vecchio regista ripete, a beneficio dell’audience della Dandini e di Vergassola, «Non vedremo più film perché si taglia tutto quello che può favorire la cultura dell’Italia non rimane nulla se non un’immagine di affarismo, di cricca, di gente che cerca di arrangiarsi e di barare».
Non meraviglia che a quanti si sono radunati, al quartiere Monti, per rendere l’estremo omaggio a Monicelli si siano fatte sentire le note di ‘Bella ciao’ (ma quale film egli dedicò alla Resistenza e all’antifascismo?) e che non poche tv si siano compiaciute a intervistare giovani che promettevano al Grande Vecchio il loro impegno rivoluzionario.
Per chi ha amato davvero – anche negli anni lontani in cui veniva snobbato dai critici radical chic – l’autore della Grande Guerra, lo scopritore del Gassman comico e il cineasta di serie A consapevole della straordinaria professionalità di Totò e di Alberto Sordi, lo spettacolo offerto dal ‘popolo della sinistra’ è stato, più che pietoso, malinconico ma, in compenso, senza volerlo, ne ha reso davvero emblematica la tragica fine. Espressione ideale di un’antropologia toscana in via di estinzione, alla base del non conformismo prezzoliniano e papiniano degli anni dieci e, in seguito, del fascismo giovanilistico dei ‘selvaggi’ e di ‘Strapaese’, ne conservò le strutture mentali più profonde: l’azzeramento della complessità della società moderna, la divisione del mondo in lavoratori onesti e in faccendieri lestofanti, la speranza nell’indignazione del ‘popolo bue’ e nel suo risveglio etico, la contrapposizione del ‘sangue’ all’oro, la fiducia nel ‘buon governo’ – che, come il Pisto di Romano Bilenchi, rimette le cose a posto – e nel l’onnipotenza (fascistica e totalitaria) della politica compensata, però, dal primato dell’etica (antifascistica e antropofila), l’economia concepita come morbida creta su cui si possono modellare le più diverse figure partorite dalla ragion pratica, la messa in riga dei ‘preti’(ma solo di quelli che vivono negli agi dei vescovati e dei ricchi conventi), il tendenziale anti-intellettualismo portato ad apprezzare solo quel sapere che fa stare meglio la ‘povera gente’. E’ il basso continuo dell’«ideologia italiana» che lega la Colle Val d’Elsa di Mino Maccari alla Barbiana di don Milani e che echeggia nei discorsi che si sentono nelle trattorie di San Frediano dove il Sor Ceccio spiega al Sor Gostino «cosa farei io s’i fossi ar posto der Kruscioffo…» e il Sor Gostino ricambia rivelando «senti un po’ cosa ‘un si dice ad Arezzo dell’ Amintore ..».
Nessuno vuol bocciare agli esami di maturità artistica Monicelli per queste antiche radici sentimentali e intellettuali–ci mancherebbe altro!– anche perché esse gli hanno fornito, nel corso di una lunga carriera, non pochi materiali destinati a trasfondersi in autentiche opere d’arte.
E tuttavia, a una tardissima età ,quei materiali, inevitabilmente diventano all’improvviso cortine fumogene che gli impediscono di guardare il mondo e le sue trasformazioni profonde – certo non tutte esaltanti e decifrabili– con occhi realistici, lo murano nei suoi ricordi, nutrono i suoi risentimenti (peraltro naturali per chi ha doppiato il capo dei novant’anni). Monicelli avvertiva bene che il paese non era più quello che aveva conosciuto ancora al tempo della ‘Grande Guerra’ ma non riusciva affatto a metterne a fuoco i caratteri inediti né aveva più la capacità intellettuale per farlo–anche per la ricordata acculturazione fascista/antifascista toscana–e forse avvertiva oscuramente che il «giudizio di valore» che ne dava–«oggi tutto si basa sulla legge del mercato nel suo aspetto più turpe e violento»–attestava più che la lucidità del saggio l’incomprensione di chi è rimasto fuori della storia e se ne consola pensando che quel che è accaduto senza di lui sia « tutto da rifare!».
Monicelli fu un grande artista e, in quanto tale, un grande intellettuale. Mi piacerebbe pensare che, gettandosi dalla finestra dell’ospedale romano, non avesse detto a se stesso «questo mondo è diventato una cloaca morale e quindi esco di scena» (in fondo, nella linea retorica del grande Scipione: «ingrata patria, non avrai le mie ossa») ma «questo mondo non riesco più a capirlo, non potrei più raccontarlo nei miei film e, pertanto, non avendo più nulla da fare e da dare su questa terra, l’ abbandono senza rimpianti».
