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La risposta a Vittorio Macioce

Ecco perché Norcia resta un appuntamento prezioso per la politica

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Vittorio Macioce pone un problema reale rispetto al convegno organizzato lo scorso weekend a Norcia dalla fondazione Magna Carta, e all’intervento qui tenuto da Angelino Alfano: il rischio di “ritorni” alla Dc, invece di fare i conti con le evidenti esigenze di liberalizzazione dell’Italia. Non è un pericolo inesistente: Pierferdinando Casini lasciato a se stesso porta in questa direzione. E c’è un forte radicamento di nomenklature tese solo alla sopravvivenza che potrebbero favorire simili catastrofici esiti restauratori.

Però Gaetano Quagliariello, Eugenia Roccella e Maurizio Sacconi ispiratori dell’iniziativa di Norcia non c’entrano con questa prospettiva. La loro idea è dare radici a una svolta che sia insieme di conservazione nei valori e di innovazione liberale nelle riforme. Se proprio vogliono restaurare qualcosa è il tentativo di Giovanni Giolitti di consentire ai cattolici guidati da Luigi Sturzo di diventare liberali ed entrare nello Stato, e ai liberali al governo dal 1861 di uscire dall’elitismo, dal protezionismo dei grandi interessi (agrari e industriali) e dal corporativismo sabaudeggiante di settori dello Stato, dalla separazione da ampie aree del popolo determinata dall’aver fatto l’unità d’Italia (il che fu un grande bene) contro il Vaticano (il che fu un male).

E’ quel passaggio nel primo ‘900 che segna la storia d’Italia con la successiva terribile Grande guerra, il fascismo e la surroga che la Chiesa si assunse nello scontro con il più forte partito comunista d’Occidente. Dare una prospettiva a una grande forza di centrodestra che come in tutto il mondo tenga insieme settori più liberali e più conservatori richiede il tornare a quel tentativo (così come il centrosinistra farebbe bene a riprendere in pieno la lezione di Filippo Turati ancor più di quella degli hedge fund) per darsi fondamenta profonde. E il favoloso movimentismo berlusconiano del 1994? Certo non va disperso come ha ricordato Alfano ma non basta più da solo: in quella stagione Berlino, Parigi e Washington lasciarono reali margini di manovra alla sovranità italiana. Silvio Berlusconi in molti scenari diede contributi notevoli. Le difficoltà degli Stati (in parte impropriamente) leader europei e della Casa Bianca dopo il 2008 (e la crisi da debiti sovrani del 2011) tendono oggi a imporre governance semplificate anche a grandi Stati come il nostro.

Per riacquisire sovranità non basta più movimentismo anche di qualità, ma serve cultura capace di riformare lo Stato e di farlo sotto il bombardamento di “influenze” naturalmente non da rigettare in toto ma da selezionare secondo gli interessi nazionali. Lo sforzo di Magna Carta di combinare la ricerca di senso per l’Occidente avviata da Joseph Ratzinger (e qui ci sarebbe il capitolo della nuova competizione con antropologie non cristiane ancora prive di un’adeguata base morale per la difesa dei diritti della persona) con politiche concrete di liberalizzazione (e paradossalmente tra alcune delle scelte più efficaci ci sono quelle compiute da Gerhard Schroeder con evidenti effetti per la Volkswagen) a me sembra prezioso, valorizzato dallo splendido rigorosamente liberista intervento dell’economista Dominick Salvatore.

Tratto da Il Giornale

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