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Effetto Babele. La folla confusa e il coronavirus

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C’è una poesia di Ezra Pound, Francesca, piuttosto bella, che a un certo punto dice “Now you will come out of a confusion of people, Out of a turmoil of speech about you/Ora uscirai fuori da una folla confusa, Da un tumulto di parole attorno a te”. E che c’entra col coronavirus? Secondo me c’entra, perché sono le parole più calzanti che mi siano venute alla mente dopo un robusto trattamento di flusso informativo – e soprattutto commentativo – attorno all’epidemia.

Dalle teorie sanitarie alle osservazioni sulla società, sull’economia e sulla geopolitica, tutti i discorsi suggeriscono l’ipotesi che il virus abbia avuto come conseguenza indesiderata una sorta di ritorno della biblica Torre di Babele, quando le lingue impazzirono e gli uomini non s’intesero più l’uno con l’altro.

Così, mentre a livello predicatorio domina la narrazione consolatoria che questa vicenda ci sta cambiando, che diventeremo riflessivi, che (un’altra volta?) ci attende il mondo nuovo, insomma che l’epidemia ci insegnerà molto, ho l’impressione che in pratica nessuno di noi abbia voglia di imparare, di ascoltare, di osservare, di mettere in discussione qualcuna delle sue certezze, ma tutti quanti vogliamo continuare a dire la nostra, dopo un fuggevole omaggio retorico allo scenario inedito in cui siamo entrati, e bla bla bla. E a usare la diffusione del detestato virus come una scusa a cui appoggiare disinvoltamente l’inamovibilità delle nostre convinzioni: chi i confini, chi i muri da abbattere, chi l’indisciplina degli italiani, chi l’ambiente guasto e l’inquinamento, chi l’emigrazione; e ancora, chi dice che le nazioni torneranno protagoniste, chi che invece la mondializzazione sarà più spinta, chi che la dissoluzione dell’Europa ci salverà, chi che senza una ”fortezza Europa” siamo destinati a soccombere, chi che la globalizzazione è finita, chi che sarà anche peggio con il tecno-dominio universale. Esattamente tutto quello che pensavamo prima. E soprattutto, abbiamo peggiorato l’abituale incomprensione, perché con la concitazione e la paura finisce che non solo parliamo ciascuno la propria lingua, ma lo facciamo tutti contemporaneamente e a volume alto: ecco la maledizione di Babele, ecco l’immagine della folla confusa e del tumulto di parole, rubata a una grande poesia d’amore.

 

E dunque, prima o dopo i flash mob con le canzoni, e magari anche senza, forse bisognerebbe lanciare l’idea di almeno mezzora di silenzio e di ascolto, per vedere cosa veramente hanno da dirci gli anziani che muoiono soli a grappoli, o le file di camion con le bare che escono da Bergamo. Ma non solo: anche meditare su come reagiscono i ceti dirigenti e come rispondono le popolazioni. Soprattutto – prima di parlare – osservare, osservare, osservare. Facendo tesoro della massima di Alexis Carrel, premio Nobel per la medicina nel 1912, scienziato, umanista e credente: “Molto ragionamento e poca osservazione conducono all’errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità”. Che vale sempre, ma ora anche di più.

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