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Elogio dei nuovi lavori per spazzar via l’incubo del “precarismo”

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In un paese come l’Italia in cui sono anni che va in scena la retorica contro il precariato, un Elogio della precarietà sembra essere quasi una bestemmia. Ed invece è il titolo dell’ultimo libro, edito da Rubbettino, di Enzo Mattina, giornalista pubblicista, a lungo sindacalista nella UIL, dal 1994 al 1996 europarlamentare, socialista di lungo corso mai tenero con Bettino Craxi e che nel 2008 ha aderito al Partito Socialista Italiano (PSI). Ma Enzo Mattina è soprattutto autore, insieme a Gino Giugni, della prima proposta di legge sull’introduzione del lavoro temporaneo nell’ordinamento italiano.

Il titolo del libro è, ovviamente, provocatorio e, tra l’altro, solo una parte è un vero e proprio “elogio della precarietà”. L’altra, ben più ampia, è un’attenta, dettagliata e lucida analisi del fenomeno del lavoro temporaneo. Enzo Mattina non vuole difendere la precarietà in sé, ma intende prima di tutto interpretare e “leggere” questo fenomeno per cercare di mettere in evidenza i numerosi elementi positivi, in quanto la precarietà può diventare (ed in alcuni casi lo è già) una grande occasione per moltissimi giovani.

Il libro si apre subito con un’affermazione che farà arrabbiare i tanti interpreti della retorica del precariato: «un singolare strabismo politico fa percepire il lavoro precario più negativo del lavoro nero. Questo è, infatti, un male, ma per qualche verso è tollerato, perché riconducibile al gusto della trasgressione che abbonda nel dna nazionale e che ci fa trovare sempre una giustificazione al mancato rispetto delle regole. Il lavoro precario è visibile, quantificabile, legale [...] evoca sensi di colpa per il solo fatto di essere stato consentito» (p. 1).

Enzo Mattina non si ferma qui e dimostra come non sia vero che il precariato sia un fenomeno solo recente, è sempre esistito. Negli ultimi quindici o vent’anni si è accentuato perchè è cambiato il sistema economico e le attività non sono programmabili a lungo termine ma a cicli brevi. La differenza rispetto al passato è che oggi è accompagnato dal pessimismo e dalla sfiducia, ieri dall’ottimismo ed dalla fiducia. In passato c’era, in Italia, una generale sensazione di rinascita che oggi, forse, manca.

Enzo Mattina non rinuncia a qualche critica all’atteggiamento pessimista di molti giovani precari che non si sforzano di dare sfogo alla propria creatività e di trovare soluzioni lavorative diverse dal passato. Se la prende anche con chi alimenta nei giovani la paura nei confronti del futuro, con chi ha creato una nuova forma di ideologia anticapitalista che Mario Unnia ha definito precarismo (M. Unnia, La sinistra sforna il precarismo, in Libero Mercato, 6 Maggio 2008), secondo il quale, come sostiene Enzo Mattina, «nel lavoro dipendente debba esserci identità tra lavoro e posto ed ancora che il raggiungimento della maggiore età implicherebbe automaticamente la maturazione del diritto al lavoro/posto in forza di una lettura piuttosto semplificata dell’art. 1 della nostra Costituzione.

In realtà la Costituzione parla di diritto al lavoro, ma non aggiunge alcun aggettivo, sottintendendo, in tal modo, che la sua esigibilità è dipendente sia da fattori oggettivi, quali i tassi di crescita dell’economia, le azioni di promozioni degli investimenti ecc., sia dalla capacità di ogni individuo di mettersi in gioco e costruirsi attraverso lo studio e l’esperienza le competenze necessarie» (p. 15-16). I giovani precari, invece di piangersi addosso, dovrebbero guardare con ottimismo al futuro.

Il lavoro precario o flessibile (chiamatelo come volete, la sostanza non cambia) è sinonimo di possibilità, di occasioni, di creatività e di crescita professionale. Come ricorda lo stesso Enzo Mattina «le nuove generazioni mano a mano che migliorano le loro competenze, si considerano permanentemente sul mercato alla ricerca di maggiori gratificazioni professionali, di remunerazioni più alte, di benefit, di posizioni di potere, di ruoli a più marcata visibilità sociale» (p. 11). Il lavoro precario, infatti, ha aperto un’infinità di strade e di possibilità che al giovane del passato erano precluse perchè era destinato ad un unico e solo lavoro per tutta la vita e che mortificava la sua fantasia e creatività.

L’oggetto del contendere e di discussione non può dunque essere l’alternativa tra lavoro stabile e lavoro flessibile, bensì la qualità del lavoro, l’estensione ed unificazione delle tutele sociali, il livello di coinvolgimento del lavoro nello sviluppo economico e la condivisione dei suoi risultati. Non si può pensare di trasformare per legge i contratti a tempo determinato in lavoro indeterminato perchè nessuna azienda potrà sostenere il peso economico di questa modifica, ma, è ragionevole pensare che preferirà assumerli in nero se non proprio di licenziarli, che è ovviamente peggio.

Bisogna dunque avere il coraggio di osservare le cose per quello che realmente sono ed avere il coraggio di dire la verità. In un recente articolo su Il Messaggero (20.12.2010) a margine delle manifestazioni di ricercatori precari e studenti contro la riforma dell’Università di Mariastella Gelmini, Paolo Pombeni ha affermato che «al disagio dei giovani, incerti circa il loro futuro e privati di un rapporto sicuro di lavoro, bisogna far capire che la società del futuro non prevede la restaurazione di un mondo mitico in cui tutti erano garantiti, lo Stato dava gratis tutto a tutti, c’erano solo diritti e i doveri non si sapevano dove fossero... Illudersi di “fermare il mondo” è un’ingenuità storica».

Il lavoro a tempo determinato, sebbene possa e debba essere migliorato (soprattutto in Italia, dove la società è ancora troppo statica socialmente e poco dinamica dal punto di vista economico), è sinonimo di progresso e di sviluppo perchè adatta il sistema produttivo alle sfide di un mondo che è già cambiato radicalmente e che è destinato a cambiare ancora molto velocemente. La sfida del futuro è non solo «ragionare sul lavoro che manca ma anche sul lavoro che cambia» (p. 176). E’ per questo motivo che le battaglie in nome del posto fisso contro il precariato molto spesso non sono altro che battaglie conservatrici e reazionarie per la difesa dello status quo e di privilegi acquisiti.

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