Elogio della scienza fatto da un credente in nome della ragione

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Elogio della scienza fatto da un credente in nome della ragione

13 Ottobre 2007

1. Di quanta etica ha bisogno lo scienziato? Quanta
etica dovremmo introdurre nel percorso formativo delle facoltà
scientifiche? Ma del massimo possibile e immaginabile, risponderanno
alcuni (soprattutto i bioeticisti!), giustamente consapevoli di quali e
quanti siano i dilemmi sollevati dalla scienza nel suo progredire. Di
nessuna etica, risponderanno invece altri (soprattutto gli scienziati):
il miglior scienziato è quello più bravo, non quello più buono! E
magari cercheranno di rinverdire il paradosso di Mandeville, sostenendo
che più lo scienziato penserà esclusivamente a se stesso e a farsi
strada nel mercato del sapere dimostrandosi più competente e quindi più
meritevole di finanziamenti rispetto ai suoi colleghi più farà -anche
contro la propria intenzione- l’interesse del genere umano, che è
interesse a che il progresso del sapere non conosca soste. Tra questi
due estremi -come ben si può comprendere- si colloca un articolatissimo
ventaglio di ulteriori risposte, tutte tese a mediare eticità e
competenza scientifica, tutte riducibili alla logica dell’et-et,
ad evitare che l’etica sia espulsa dalle facoltà scientifiche e nello
stesso tempo che alla scienza non venga riconosciuto il primato (almeno
formativo) che in tutte le sedi preposte alla formazione scientifica
essa pretende di avere sull’etica. E allora si dirà, moltiplicando gli
intenti conciliatori, che senza etica non si può fare un’autentica
scienza, perché il ruolo sociale proprio dello scienziato gli impone
una probità che sia al di sopra di ogni sospetto; ma si aggiungerà
subito che se è fuor di dubbio che uno scienziato cinico può essere
eticamente spregevole e socialmente riprovevole, questo però non gli
impedirà eventualmente di possedere un grande intuito euristico, grazie
al quale molto gli verrà inevitabilmente perdonato (soprattutto se si
tratti di uno scienziato che molto operi per il progresso della
medicina e della farmacologia…).

2. Siamo partiti da una domanda estremamente semplice, nel
presupposto (evidentemente ingenuo) di poter subito giungere a una
risposta altrettanto semplice, o almeno lineare, e facilmente
condivisibile. Sembra proprio che così non possa essere; sembra che si
debba invece scegliere tra una dura contrapposizione dialettica
(probabilmente sterile) o da ancor più sterili mediazioni. La via della
contrapposizione, infatti, sembra perdente, se non altro perché anti-intuitiva:
pretendere, contro il senso comune, di negare che tra etica e scienza
esista un forte nesso sembra davvero improponibile, almeno in un’epoca
come la nostra che tanta legittimazione sta dando alle preoccupazioni
bioetiche. Rispetto ad essa, alla via della mediazione proprio non può
negarsi un maggior fascino, soprattutto per gli spiriti irenici, se non
altro perché ogni buona mediazione possiede in genere un alto grado di
ragionevolezza. Il fatto è che se bisogna dir di no alle mediazioni
-del che sono profondamente convinto-, non è perché siano
irragionevoli; ma perché lo sono fin troppo, e di quella
ragionevolezza che tende inevitabilmente, sia pur con le migliori
intenzioni, ad alterare l’autentico rilievo dei problemi in discussione
e ce ne fa prima o poi addirittura perdere la corretta percezione
concettuale.     Il  punto è che la vera questione che ci siamo posti
va colta esattamente per la sua esatta portata, che è strettamente epistemologica.
Infatti, per quanto possa sembrare strano, l’interrogarsi sulla morale
nella e della scienza, se dischiude questioni specificamente morali,
non dischiude questioni interne alla riflessione morale:
l’etica dello scienziato (quell’etica che lo qualifica proprio in
quanto scienziato, e non in quanto buon cittadino) non è propriamente
problema da moralisti, non è un capitolo di quella disciplina che
chiamiamo filosofia morale. Quando ci chiediamo di
quanta etica avrà bisogno nel suo percorso formativo il futuro
scienziato problematizziamo certamente questioni assiologiche, ma ci
poniamo altresì una questione tutta interna a quello ambito del sapere
che denominiamo come scienza.

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3. Nella scienza, infatti, come peraltro in ogni altra
dimensione del sapere, la conoscenza dipende non solo da dinamiche
strettamente cognitive e da successive elaborazioni intellettuali, ma
da un orientamento assiologico fondamentale, in assenza del quale la
conoscenza stessa della realtà si altera, si perde o addirittura non
riesce a decollare. Questo orientamento lo si può condensare
nell’espressione rispetto per la realtà (per quella specifica
dimensione della realtà, che costituisce lo specifico oggetto di ogni
singola disciplina). In altre parole, per conoscere la realtà bisogna
rispettarla, ma ciò che ci induce a rispettare la realtà non è altro
che il desiderio autentico di conoscerla. Come formula riassuntiva, quella del rispetto per la realtà
ha naturalmente la valenza che possiedono tutte le formule che vogliono
esprimere in modo icastico problematiche complesse. Ma non è una
formula vuota o generica. Essa si struttura almeno in tre specifiche
dimensioni.

In primo luogo rispetto per la realtà implica rispetto per i dati empirici, sui quali si costruisce ogni scienza della natura e per la correttezza dei relativi calcoli
che a partire da essi si pongono in essere. Se i dati contraddicono le
aspettative di chi interroga la realtà o se i calcoli non le
confermano, nel nome del rispetto per la realtà si dovranno abbandonare
le ipotesi di lavoro di partenza o riformularle radicalmente.
Comportarsi diversamente implica la violazione di un principio
fondamentale, che è nello stesso tempo etico e metodologico.

In secondo luogo rispetto per la realtà implica rispetto
per il carattere necessariamente molteplice dei diversi usi linguistici
che è possibile adottare per denominare il reale. Non si tratta solo di
prendere atto che la formalizzazione del linguaggio, se potenzia la
comunicazione scientifica, impoverisce per altro verso altre dimensioni
di comunicazione (ad es. quella amicale, quella poetica o quella
esperienziale); si tratta di riconoscere che nessuna dimensione del
linguaggio è assoluta e che il rispetto per la realtà implica saper
riconoscere il limite intrinseco di ogni strumento denominativo (come
peraltro emerge dall”antica sapienza del Salmista: Una parola ha detto Dio, due ne ho udite –Ps. 61 (62).12).
Rispetto ad ogni altro scienziato, il medico dovrà avere una
sensibilità particolare per questo problema; il suo corretto
rapportarsi ad un fenomeno epistemologicamente multidimensionale come
quello della malattia non può non tradursi in una vigile attenzione nei
confronti di ogni tentazione di assolutizzare in modo linguisticamente
univoco la comunicazione con il malato. Quello che viene comunemente
qualificato e stigmatizzato come paternalismo medico non
implica solo la pretesa del medico di essere il solo interprete del
miglior interesse del paziente, ma anche e soprattutto la pretesa del
medico di imporre al paziente di soggiacere al linguaggio della
medicina, come linguaggio di cui il medico soltanto è gestore
qualificato e riconosciuto e di rinunciare ad altre dimensioni di
linguaggio, attraverso le quali il paziente meglio potrebbe (o
riuscirebbe) ad esprimere il senso autentico della sua sofferenza e
quindi a meglio formulare la richiesta di aiuto che rivolge al
terapeuta. Non è in questione, in ciò che stiamo dicendo, la
legittimità del ricorso al linguaggio scientifico, ma la sua capacità
di descrivere sempre e comunque nel modo adeguato alla sua complessità
la realtà.

In terzo luogo, infine, rispetto per la realtà implica
rispetto per le dinamiche relazionali attraverso le quali percepisco il
reale e i suoi vincoli. Questo è forse il punto più delicato, perché la
propensione tipicamente moderna alla formalizzazione del sapere sembra
che tenda ad espungere da esso la dimensione della relazionalità, come
cognitivamente irrilevante. Eppure è lo stesso sapere scientifico
moderno a veicolare, almeno sotto un profilo essenziale, questa
istanza. Alludo a quella dinamica, tipica della scienza moderna,
secondo la quale ogni ipotesi, ogni proposizione, ogni pretesa “legge”
scientifica, per essere qualificata come tale, deve poter essere non
solo ulteriormente verificabile, ma più propriamente falsificabile:
deve cioè poter essere offerta al controllo non solo della comunità
scientifica, ma ancor più in generale di tutti gli uomini, nel
presupposto che nel sapere scientifico non esistono verità esoteriche,
degne solo di alcuni (e pochi) iniziati, ma solo verità a disposizione
di tutti, perché offerte a tutti e rilevanti per tutti. Ciò implica che
ciò che è vero scientificamente per me, qui ed ora, deve essere
analogamente vero per chiunque si trovasse al mio posto, qui ed ora,
perché la verità non ha e non fa preferenze; in altre parole che -per
quel che concerne la cognizione del reale- in linea di principio
l’altro è esattamente come me. E questo, che è evidentemente un limpido
principio epistemologico, è nello stesso tempo un principio etico,
altrettanto limpido

L’insistenza sull’esigenza di rispettare la realtà non
toglie evidentemente che in concreto questa esigenza possa essere
tradita e che il nostro approccio alla realtà possa ben rivelarsi come irrispettoso.
Quali però le conseguenze? Evidentemente negative, sia sotto il profilo
etico che sotto il profilo scientifico. C’è un termine che riassume,
nel modo migliore, questa duplice negatività: ideologia. L’
ideologia è intrinsecamente non etica e contraddice nello stesso tempo
e nel suo principio la logica del sapere scientifico: essa non solo è falsa conoscenza, ma è anche falsa coscienza.
L’ideologo falsifica il reale, perché non lo rispetta e questo suo
mancato rispetto per il reale riattiva continuamente e dà nuova lena
alle sue falsificazioni. Alla lunga la stessa percezione della realtà
diviene per lui evanescente e quando viene posto di fronte alle sue
responsabilità, difficilmente egli sarà in grado di ammetterle, perché
avrà da tempo perduto la capacità di conoscere il reale nella sua
obiettività. Poche esperienze sono più tragiche -e non solo sul piano
politico, dove peraltro sono sotto gli occhi di tutti- di quelle
riconducibili alla logica dell’ideologia, per la capacità di questa di
accecare colui che ne è divenuto preda. Ecco il perché delle dure
parole che Gesù, nel celebre episodio del cieco nato, da lui guarito,
rivolge ai Farisei, che invece di prendere atto di ciò che è successo
-un miracolo e sotto i loro occhi!- si ostinano ideologicamente a
negarlo: “Se foste ciechi non avreste alcun peccato; ma siccome dite:
noi vediamo, il vostro peccato rimane” (Gv, 9.41).

 

4. Nelle considerazioni precedenti ci siamo limitati a portare
l’attenzione sul rilievo che la precomprensione etica possiede per
l’acquisizione di cognizioni epistemologicamente corrette. Le
osservazioni fatte, però, ci consentono di ampliare ulteriormente il
discorso e di mettere a fuoco un più adeguato concetto della morale in
generale, da cui potremo trarre qualche considerazione utile per il
tema che ci sta a cuore.

Dalle nostre precedenti riflessioni ben emerge, infatti,
un’immagine dell’etica che è ben diversa da quella estremamente
semplice -e a volte infantile- che è ancora condivisa da tanti. Si
continua a pensare la morale come ad un sistema, o ad una costellazione
che dir si voglia, di comandi, di imperativi, di norme o di precetti
(possiamo chiamarli come vogliamo), insomma come ad un insieme di
proposizioni precettive, come ad un vero e proprio codice che attende
solo l’intervento di uomini di buona volontà per essere tradotto nella
prassi. Un’ etica pensata in siffatta maniera dà soddisfazione alle
ansie logicistiche e giuridicistiche di tanti spiriti e di altrettanti
eticisti, ma non coincide con l’etica che vive nei cuori, che crea
drammatiche conflittualità, che attiva dubbi angosciosi e casi di
coscienza. Il fatto è che prima ancora che codice o sistema di norme,
l’etica è piuttosto piena esperienza di vita; è la nostra casa, il
luogo in cui abitiamo, il compito che ci sentiamo chiamati a svolgere,
lo spazio che ci costruisce nella nostra identità e che noi dobbiamo
difendere se vogliamo difendere il nostro io, se non vogliamo smarrire
noi stessi. Possiamo anche (e a volte addirittura dobbiamo) tradurre
questo spazio nelle forme di un discorso strutturato normativamente,
dargli la veste delle tavole di una legge e riconoscerci vincolati da
dieci comandamenti (o anche naturalmente da cento, da mille, da uno
soltanto: ama et fac quod vis…, o da un intero codice, come
quello deontologico): la realtà è che quando riduciamo l’etica a norma
ipostatizziamo e cristallizziamo noi stessi, la complessità
irriducibile delle nostre esperienze e quelle esigenze profonde di
identità alle quali non possiamo rinunciare senza rinunciare al nostro
io.

Ecco perché chi si dedica al sapere, e in particolare al
sapere scientifico (e la nobiltà della medicina sta nell’essere parte
essenziale di questo sapere) deve essere consapevole che tale sapere
possiede un’irriducibile dimensione etica, perché per l’uomo il sapere
deve diventare parte integrante di lui stesso. Un sapere autentico,
infatti, non è un insieme astratto di cognizioni, ma sempre e comunque
capacità individuale e originale di assorbirle e di personalizzarle. Il
che è come dire che non c’è sapere che non sia saputo, che non
appartenga cioè intrinsecamente a quel singolo uomo che sa. Non esiste la sapienza, esistono i sapienti;
e l’uomo che è sapiente perché sa, sa perché vuole sapere, perché ama
il sapere, perché rispetta il sapere; sa perché, in quanto sapiente,
non rinuncerebbe mai al proprio sapere, delegandone pigramente la
gestione, l’approfondimento e la trasmissione ad altri. La coincidenza
tra etica e scienza, sotto questo profilo, è totale.

 Ma che cosa propriamente uno scienziato è chiamato a
sapere, particolarmente negli anni della sua formazione? Deve
naturalmente apprendere le nozioni che gli vengono insegnate o che
riesce ad acquisire con la sua personale volontà di aggiornamento. Ma
ciò che così acquisisce, per quanto prezioso e imprescindibile, non è
un sapere propriamente scientifico: è un sapere astratto, che potrebbe
essere acquisito anche da un dilettante di genio, che però non
intendesse affatto operare, per qualunque ragione, da scienziato.
Certamente si tratta comunque di un sapere che nel giovane in
formazione opera come un presupposto necessario, per quando poi voglia
agire come operatore scientifico. Ma per consentirgli di agire in
questa veste, il sapere astratto da lui acquisito deve sapersi
focalizzare sul caso concreto sottoposto alla sua attenzione. Il
discorso dottrinale astratto -che ha il suo luogo nei libri- diviene
quindi e inevitabilmente presa di posizione esistenziale e concreta,
attraverso una mediazione che spetta esclusivamente all’ethos (e che può essere più o meno calibrata, ma che non può mai mancare). E’
per questa ragione -secondo un’antica intuizione. che già troviamo in
Aristotele- che nessuna abilità tecnica è totalmente priva di una
qualche virtù; è per questo che nei confronti degli scienziati (e dei
medici in particolare) spontaneamente si tende ad assumere un
atteggiamento di gratitudine.

Questa parola, gratitudine, può essere utile come
cifra conclusiva di questo breve discorso. Sappiamo bene quanto sia
logoro oggi questo termine: molti lo confondono col ringraziamento
formale e quasi sempre meccanico che è imposto dall’etichetta, altri lo
demitizzano ricorrendo a vuoti psicologismi di vario tipo. Ma, presa in
se stessa, la gratitudine ha una valenza rivelativa: chi è in grado di
nutrire un’autentica gratitudine, fornisce -al di là di ogni sua
intenzione soggettiva- un’autentica testimonianza ontologica, rivela
l’unità intrinseca nella realtà del vero e del bene. Chi sente in cuor
suo il dovere di ringraziare gli scienziati, per quanto costoro hanno
fatto per il bene dell’umanità, si riferisce insieme alla loro scienza
e alla loro coscienza, ringrazia contestualmente gli scienziati e gli
uomini. E colui che viene ringraziato, e che percepisce l’autenticità
del ringraziamento, avvertirà che non solo per il suo sapere dottrinale
viene lodato, ma per il modo personale con cui ha saputo dargli vita
nel caso concreto. Anche sotto questo profilo dunque, l’etica sembra
entrare di necessità nella logica del sapere scientifico, non come
dimensione esterna o integrativa di questo, ma come sua esigenza
interna.