Emozioni e speranze di un maratoneta a New York

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Emozioni e speranze di un maratoneta a New York

09 Novembre 2009

Anche quest’anno la prima domenica di novembre ho avuto il privilegio di essere parte della gigantesca liturgia americana denominata New York City Marathon, un vero e proprio rito popolare con cui milioni di persone – cittadini di New York, americani, stranieri – celebrano i valori più alti della cultura americana: l’ospitalità, la beneficenza, la capacità organizzativa.

Il coinvolgimento di tutta la popolazione è straordinario.

Arrivo negli Stati Uniti e l’arcigna guardia di frontiera che esamina i documenti formula la domanda di rito: “Scopo della sua visita?”. Rispondo: “ Sono qui per correre la Maratona “. Il suo viso si illumina e scatta l’immancabile incoraggiamento: “ Good luck on your race!”.  

Seduta di allenamento a Central Park all’alba del venerdì. Anziana signora della Upper East Side a passeggio con il cane si avvicina alla panchina su cui sono impegnato in esercizi di ginnastica. Come se ti avesse visto crescere nel quartiere alza lo sguardo e sussurra: “Good luck on your race!”.

Cattedrale di S. Patrick, S. Messa festiva del sabato sera. Al rito di commiato il celebrante invita tutti i fedeli giunti da ogni parte del mondo per correre la maratona ad avvicinarsi all’altare per una speciale benedizione. Il celebrante stende le mani su diverse centinaia di persone in piedi nella navata. Cita la  lettera di S. Paolo a Timoteo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho finito la corsa, ho conservato la fede. Che Dio vi benedica. Good luck on your race!”.

E non è finita qui perché il giorno della gara saranno oltre due milioni gli spettatori che ti inciteranno quasi ininterrottamente lungo i 42 chilometri del tracciato non solo nella turistica area di Manhattan, ma soprattutto nei quartieri popolari di Queens, Brooklyn, Bronx. Tutto il percorso è presidiato da associazioni locali – la scuola, la stazione dei pompieri, il centro ricreativo del quartiere – che diffondono musica, incitano, “offrono il cinque”. Gli atleti che hanno l’accortezza di scrivere il proprio nome e il paese di provenienza ben visibile sulla maglia vengono apostrofati per nome. Go Giovanni!. Looking good  Nicola!. E correndo scopri di essere in compagnia di Gaston from France, Pedro Mexico e di Anthony Running for my Mum.

La beneficenza è un importante motivazione di tanti corridori e spettatori. Quest’anno in 6.800 circa hanno corso per raccogliere fondi, spesso in proporzione alla distanza coperta. Per ogni chilometro percorso dal runner, generosi benefattori – amici, parenti, le aziende – contribuiscono un importo prestabilito all’iniziativa benefica prescelta. A queste condizioni chi si ferma prima dell’arrivo?!. Si costituiscono delle vere e proprie associazioni di corridori che esibiscono maglie inneggianti a ospedali, programmi di assistenza, ospizi. Lungo il percorso membri della stessa associazione stazionano ben visibili in punti chiave per sostenere il povero corridore nel suo sforzo a fin di bene, con bevande, applausi, vessilli. Insomma anche se non corro faccio la mia parte per la buona causa. Risultato di questa mobilitazione?. In questa edizione della corsa oltre 21 milioni di dollari destinati a varie iniziative benefiche.  

L’organizzazione è affidata a migliaia di volontari. Sono giovani, anziani e anche disabili. Per tutti la parola d’ordine è cortesia e spirito di servizio. Ti accolgono nei giorni precedenti la gara presso il centro maratona per controllare le credenziali e consegnarti il pacco gara. Sul cappellino di ordinanza portano un cartoncino che indica le lingue che parlano. Da quel momento non ti lasciano più per tutto l’evento. Nell’alba gelida del giorno di gara quando il pullman ti deposita sul piazzale del ponte di Verrazzano sorridenti salutano e battono le mani. Poi ti rifocillano nelle due ore di attesa prima della partenza. Bevande calde, snack, massaggi, esercizi di riscaldamento, informazioni. Consegni loro il pacco con gli indumenti superflui che ti faranno ritrovare ordinati per numero di pettorale all’arrivo. Ti guidano con cortesia, ma con fermezza, verso una delle tre piste di partenza e la  ”gabbia” che ti è stata assegnata a seconda del tuo pettorale. In poco meno di un’ora, con il loro aiuto, 43.000 corridori si dispongono ordinatamente sulle rampe a due piani del ponte. Saluti del sindaco, del comitato organizzatore, inno nazionale e lo sparo di avvio. Al ritmo di “New York, New York” ,diffuso dagli altoparlanti, il serpentone scalpitante si dipana sull’arcata del ponte lunga più due chilometri.

Dall’altro lato della baia la strada corre diritta attraverso il quartiere di Brooklyn. I volontari in camice arancione presidiano i posti di ristoro e assistenza disposti ogni miglio. Offrono bevande, servizi di pronto soccorso, alimenti energetici. Ripuliscono il manto stradale dei bicchieri di carta lasciati dai corridori dopo il rifornimento. Nei chilometri finali, sui saliscendi di Central Park quando lo sguardo è appannato e le gambe non girano più sono lì per indicarti le curve e incitarti per l’ultimo sforzo. Ce l’hai fatta, gridano, non mollare ora!

Poi finalmente il traguardo. Il tempo di passare sotto il tabellone, fermare il cronometro da polso e sei avvolto da un caloroso abbraccio. “Congratulations, you did it!”. Per prima cosa ti mettono al collo la medaglia, poi ti fanno indossare il telo termico di alluminio. Adesso non ti devi fermare. Devi camminare per non intasare l’arrivo e per smaltire le tossine accumulate nei muscoli. I volontari disposti sui due lati ti offrono da bere, ti interrogano sullo stato di salute, si congratulano e garbatamente ti invitano a procedere. Un lungo corteo surreale di atleti esausti coperti dal telo di alluminio si snoda per molti chilometri nel parco. Ogni centinaio di metri una torretta di osservazione ospita un volontario con un radio telefono che scruta la folla per individuare coloro che avessero bisogno di assistenza. Al termine di questo lungo percorso di defaticamento ritiri i tuoi indumenti e esci sulla strada dove aspettano amici e parenti. Accalcati intorno all’uscita penserete voi? No di certo. Lungo tutto il viale che costeggia il parco sono posizionati in progressione cartelli relativi al numero del pettorale, sotto cui ordinatamente sostano gli amici in attesa. Mentre ritorni in albergo chiunque incontri ti saluta. Congratulations, you did it!.

La festa prosegue la sera nei bar e nei ristoranti. I runner indossano fieri la medaglia sulla giacca o il maglione. Si cammina a fatica, fare le scale è una sofferenza. Mentre attraversi il ristorante per sederti al tavolo l’immancabile Congratulations!. Qualche commensale ammirato azzarda la domanda fatale: “Ritornerà il prossimo anno?”. “Se Dio vuole, sì”.