Englaro risarcito e la Lombardia punita per essersi rifiutata di far morire Eluana

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Englaro risarcito e la Lombardia punita per essersi rifiutata di far morire Eluana

22 Giugno 2017

Strano paese, il nostro. Dove centinaia di famiglie, che hanno visto dissolversi i propri risparmi dalla sera alla mattina, non saranno pienamente risarcite, mentre i grandi debitori, quelli che non saldando i propri debiti hanno contribuito al crac delle banche, ne escono indenni; vedi De Benedetti e la sua Sorgenia. Strano paese, il nostro, dove non si sa se la malata il cui letto era coperto di formiche chiederà e otterrà un risarcimento dalla Regione Campania, mentre l’ha chiesto e ottenuto Beppino Englaro dalla Lombardia: ben 132.965,78 euro. Il Consiglio di stato ha stabilito che ne ha diritto, perché sua figlia non è stata fatta morire nella stessa regione dove è stata accudita, senza alcuna spesa per la famiglia, per ben 17 anni, dalle suore Misericordine di Lecco.

Avete letto bene: un risarcimento non perché Eluana non sia stata curata amorevolmente e bene, ma, al contrario perché chi l’ha assistita avrebbe dovuto farla morire. La Regione Lombardia avrebbe dovuto trovare una struttura dove toglierle la vita, sulla base di una sentenza della Cassazione, sospendendo idratazione e alimentazione, cioè nel modo che il padre di Terri Schiavo ha definito “crudele e barbarico”. Nella lettera inviata a Beppino Englaro il papà di Terri (morta nell’identico modo negli Usa) aggiungeva: “I sostenitori dell’eutanasia le diranno che far morire di fame e di sete una persona con danni cerebrali non causa dolore. Sono stato testimone di questo tipo di esecuzione e posso dire che è falso. È di gran lunga la morte più dolorosa che un essere umano possa sperimentare. Questa è la ragione per cui accade sempre nella più stretta riservatezza, al riparo di testimoni e cineprese.” Ed è stato così (persino le finestre della stanza erano sbarrate) anche per Eluana.

Ma Beppino Englaro non lo sa, perché lui non era al capezzale della figlia in quei terribili ultimi giorni. Tutta la questione era stata affidata ad avvocati, politici locali, e a un gruppo di volontari che ha preso persino le ferie per applicare a Eluana il protocollo di “sospensione delle cure” stilato dalla Corte d’Appello di Milano, quello in cui si invitava anche ad “umettare le mucose” della donna per non farla soffrire eccessivamente. La Lombardia, governata da Roberto Formigoni, non volle ottemperare alla richiesta di trovare una struttura pubblica per far morire Eluana, ma in realtà anche altre regioni, tra cui la rossa Toscana, evitarono di farlo, e l’allora presidente del Piemonte, Mercedes Bresso, che si era lanciata in dichiarazioni di disponibilità, dovette tornare indietro. Accogliere la Englaro in un ospedale per farla morire si rivelò una procedura impraticabile, e anche il Piemonte alla fine si sfilò. Il perché è presto detto: il nostro sistema sanitario è strutturato e organizzato sul principio della cura e del favor vitae, e tutte le procedure sono regolate su questa finalità.

Effettuare un ricovero per sospendere idratazione  e alimentazione non è possibile, se si agisce nel rispetto delle regole e della legalità. Il diritto a rifiutare le cure non c’entra: chi abbandona le cure abbandona anche l’ospedale, e non esiste un “dovere” delle strutture sanitarie di condurre i pazienti alla morte, se non sono già in fase terminale (in questo caso si tratta di cure palliative, per cui esistono rigorosi protocolli medici). Per essere chiari, un conto è se si stacca un macchinario, o più semplicemente si sospende una terapia, e si torna a casa, un conto è chiedere che dopo la sospensione delle cure la struttura sanitaria organizzi attivamente anche il percorso di morte. Con questa sentenza, il Consiglio di Stato cancella (sorge il dubbio che quei rapporti non siano nemmeno stati esaminati) quello che è stato appurato dagli ispettori del Ministero e dai Nas, circa le molte violazioni di regole, autorizzazioni e procedure effettuate ad Udine, a partire dal ricovero, che, con buona pace del Consiglio di Stato, è stato fatto “con specifiche finalità di recupero”, cioè per fornire nuove terapie ad Eluana, e non per attuare la sentenza.

Per far morire Eluana, insomma, sono servite bugie, complicità, la complicata costruzione giuridica e fisica di un luogo che fosse in qualche modo fuori dal servizio sanitario, e privo di specifiche autorizzazioni, perché (ancora oggi) non esiste in Italia una modalità di ricovero con finalità di morte. Il Consiglio di stato invece ha ritenuto che la famiglia Englaro (che pure non era lì) sia stata danneggiata addirittura dalla veglia che si svolgeva, con le candele accese, sotto la casa di riposo. Come ha sottolineato la Bussola, siamo tutti colpevoli, tutti noi che abbiamo pregato per Eluana, che abbiamo detto una parola, tenuto una fiaccola, testimoniato a favore della vita. Strano paese, il nostro.