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L'Europa inconsapevole

Erdogan, Macron e noi

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Poco oltre la metà del XX secolo André Malraux – premio Nobel della letteratura con un passato comunista alle spalle, convertitosi in età matura al gollismo fino a divenire l’oracolo ufficiale del Generale – aveva preconizzato che le ideologie sarebbero morte e che il XXI sarebbe stato il secolo delle religioni. In quelle temperie il secolarismo sembrava dilagare. Si celebrava la morte di Dio, mentre Marx godeva ancora di eccellente salute. Malraux corse il rischio di essere incompreso: ancor di più, di risultare incomprensibile.

Oggi bisogna inchinarsi alla sua preveggenza. La parabola della secolarizzazione non è stata così ineluttabile come s’immaginava ma, fra le dinamiche che hanno inverato la profezia, c’è il guanto di sfida che l’islamismo radicale ha ufficialmente lanciato dall’11 settembre del 2001 all’indirizzo dell’Occidente cristiano. Da allora sono cambiati più volte le leadership, le strategie, i punti d’attacco. Ma quest’ultimo – l’attacco – non è mai venuto meno.

Che questa sfida avrebbe rappresentato una delle matrici del secolo che andava a inaugurarsi lo si è capito immediatamente. Ma con tutto ciò non si è mai voluto fare seriamente i conti. Dalle Torri Gemelle alla stazione madrilena di Atocha, dalla metropolitana di Londra all’aeroporto di Bruxelles, dal Bataclan al Boulevard des Italiens: ogni volta, trascorsi i primi momenti di emozione, si è preferito infilare la testa sotto la sabbia, voltarsi dall’altra parte, convincersi inconsciamente ogni volta che quella sarebbe stata l’ultima volta, che la notte sarebbe passata, che alla fine anche il più estremo dei radicalismi si sarebbe integrato o, quanto meno, avrebbe spuntato i suoi artigli. Il massimo dell’approfondimento sembra essersi concentrato in vignette satiriche: evviva la libertà di espressione (ci mancherebbe!), ma se l’analisi dello scontro con una cultura differente si riduce a questo, si ottiene il solo risultato di banalizzare, anche in maniera inutilmente insultante, un problema che invece è serissimo. Un altro passo verso la secolarizzazione, un altro segnale dell’incapacità a comprendere il nostro tempo.

Così, di sottovalutazione in sottovalutazione, si è arrivati alle decapitazioni per strada e poi addirittura nelle chiese. Nel civilissimo Occidente hanno fatto capolino pratiche che avrebbero fatto impallidire persino il più selvaggio West.

Questa inconsapevolezza può essere deplorata, ma è troppo poco. Bisognerebbe sforzarsi di comprendere le cause di tale atteggiamento che, in fondo, accomuna classi dirigenti e opinioni pubbliche. Sul versante di queste ultime, io credo che una delle principali ragioni risieda nell’intreccio perverso tra il bisogno di senso resuscitato dopo la fine delle ideologie e le pratiche del secolarismo. Il fatto è che una sfida così radicale e pervasiva abbisognerebbe di una revisione profonda dei propri convincimenti, della propria cultura politica, persino dei propri stili di vita. Per sostenere una battaglia – o anche solo un confronto – è infatti necessario possedere dei convincimenti “aggiornati” e soprattutto metterli in pratica: tutte cose che costano un po’, anche a livello personale, e che contrastano con quell’edonismo di massa che è divenuto una sorta di metadone per chi deve fare a meno delle droghe delle ideologie novecentesche sconfitte e che neppure la pandemia, in realtà, è riuscita a scalfire.

Questa caparbietà nel non riflettere per non crearsi problemi, dalla sfera delle abitudini private inevitabilmente deborda nell’ambito delle politiche pubbliche. E così, di fronte ad attacchi di matrice islamica sempre più mirati nei confronti della Francia, al più ci si limita a ricostruire i tragitti degli attentatori ma non ci si chiede perché è lì, e non altrove, che essi colpiscono. E, soprattutto, non ci si chiede se questi atti così reiterati abbiano qualcosa a che fare con lo scontro sempre più duro che il presidente Macron sta sostenendo con Erdogan.

E già, perché anche sul rapporto con la Turchia l’uomo europeo preferisce la dissimulazione all’esame di coscienza.

Che le radici dell’Europa fossero incompatibili con un allargamento al cuore dell’ex impero ottomano è da sempre evidente. Nonostante ciò, anziché puntare su un leale ma non compromettente “partenariato” strategico ed economico, agli inizi del secolo si è fatto credere a Erdogan che l’ingresso fosse possibile. Gli sono state chieste garanzie. Lo si è indotto persino ad alcune modifiche della Costituzione. Per poi non farne niente, determinare una reazione di rigetto e portare una società in bilico tra laicizzazione e islamizzazione a inclinare sempre più pericolosamente verso quest’ultimo esito.

In tal modo, un fenomeno fondamentalista che al tempo della “guerra asimmetrica” ha puntato sull’a-statualità per poi convertirsi al califfato universale, trova oggi un riferimento geopolitico ben più solido e un modello imperiale che viene da lontano – quello ottomano – che nei Balcani non incontra neppure più l’ostacolo e il contrappeso di un altro modello imperiale – quello austro-ungarico – fondato su una differente architettura istituzionale e su un diverso rapporto con le confessioni religiose.

Di fronte a questo scenario, forse varrebbe la pena che l’Europa si chieda se convenga lasciare sola la Francia o aprire una riflessione sul rapporto con la Turchia per giungere a un atteggiamento univoco che, anche in termini di contrasto al terrorismo, conta assai di più che scoprire dove sia sbarcato questo o quel terrorista. Non certo per sminuire le implicazioni di un fenomeno migratorio incontrollato, ma per attribuire al problema la dimensione che merita. La questione turca sta assumendo proporzioni enormi, e – come già detto – è il caso di interrogarsi sulla “casualità” della nuova ondata terroristica. E, al cospetto di queste dinamiche, bisogna capire quanto sia ancora sostenibile un continente che – a cominciare da due pesi massimi come Francia e Germania – nel rapporto col sultano di Istanbul viaggi in direzioni opposte e incompatibili, finanche al cospetto dell’offensiva del radicalismo.

Il fatto che l’attentatore di Nizza sia entrato in Europa da Lampedusa è certamente importante, ma è l’epifenomeno di qualcosa di dannatamente più grande e più complesso. Rivediamo dunque certamente le nostre politiche migratorie, ma ancor prima cerchiamo di capire cosa il Vecchio Continente intenda fare del rapporto con Erdogan e con il suo sogno di un nuovo califfato. Solo se ciò avverrà, Lampedusa potrà essere percepita come frontiera europea e finalmente difesa da tutti e per il bene di tutti.

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