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S'inverte il rapporto tra militari e politica

Erdogan piega i generali ma non è detto che ora la Turchia sia al sicuro

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Per molti analisti la "vittoria" del premier Erdogan è un ulteriore passo della Turchia verso la democrazia piena; salvo derive autoritarie e il pericolo di una maggiore islamizzazione della società da parte dell’AKP. RecepTayyipErdogan, il cinquantasettenne ex sindaco di Istanbul e  dal 2003 premier della Repubblica di Turchia, è emerso negli ultimi anni come una brillante stella politica da diverse generazioni a questa parte. Figura di rilievo della politica turca fin dagli anni Settanta, durante il suo cursur honorum ha confermato il suo temperamento e carisma in numerose occasioni.

Nel 1998, fu condannato alla pena di un anno di reclusione per incitamento all’odio religioso dopo aver declamato pubblicamente i versi del poeta Ziya Gökalp. In tempi più recenti, in occasione del Forum Economico di Davos nel 2009,  negli stessi giorni dell’operazione militare israeliana a Gaza “Piombo Fuso”, durante un meeting trasmesso in diretta da media internazionali disertò la discussione fra i leader mondiali, tra la quale figurava proprio il presidente israeliano Shimon Peres, accusando Tel Aviv di stare utilizzando indiscriminatamente la forza militare contro i civili palestinesi e diventando idolo delle piazze arabe.

Dalla vittoria nelle elezioni legislative del 2003 Erdogan è riuscito insieme al suo partito islamico-conservatore, l'AKP, ad ottenere un vasto consenso popolare. Tale indubbio successo è stato sicuramente possibile anche grazie alla particolare figura carismatica del leader turco considerato come un politico vicino alla gente e capace di coniugare una identità musulmana con un'efficienza statale di tipo Occidentale. Dopo tutto, l’avvicinamento all’UE e il forte consenso internazionale nei confronti del governo di Ankara, sono frutto di una impostazione filo-europeista propria del partito dell’attuale premier.

Le recenti elezioni legislative hanno confermato per la terza volta l’Akp come partito di governo con circa ventuno milioni di voti all’attivo, quasi il 50% del totale. Tra gli obiettivi del suo ultimo programma di governo figurano piani di revisione della Costituzione, con maggiore potere al Presidente della Repubblica nei confronti del Primo Ministro, e la limitazione del potere di alcuni organi giudiziari nonché il ridimensionamento del potere dei militari.

Il 29 Luglio 2011 è stato per la Turchia un giorno memorabile per tutta la nazione. La dimissione in blocco del Capo di Stato maggiore delle forze armate e quelli di Esercito, Aereonautica e Marina a seguito dell’arresto di più di 250 militari accusati di cospirare contro il governo, sono riusciti a scioccare un intero paese che da decenni ha considerato l’esercito come unico e inamovibile punto di riferimento dello Stato.

Le forze armate turche hanno giocato infatti, un ruolo centrale nella storia moderna della Turchia arrivando fino ad elevarsi come supremo difensore dei principi di laicità e dei valori occidentali dello Stato, anche bloccando le attività politiche con tre colpi di stato nel 1960, 1971, 1980.

E’ un momento storico per il paese che si trova per la prima volta nella situazione in cui dei militari devono sottostare a delle regole di controllo stabilite dei funzionari civili. Cosi spiega Mehmet Barlas in un suo editoriale: “Nel passato, quando i militari e i politici non potevano andare d’accordo, di solito i militari davano un preavviso ai politici o sarebbero stati costretti a dimettersi. Ora, sta accadendo il contrario e non è facile abituarsi al cambiamento”.

Inequivocabilmente, le dimissioni di Venerdì consegnano al primo ministroErdogan la definitiva possibilità di rimodellare il potere militare vincolandolo ad un potere civile. Il primo obiettivo istituzionale del premier, eliminare il pericolo di un esercito capace di agire al di sopra della legge, sembra già essere archiviato e, incoraggiato dalla schiacciante vittoria del suo partito conservatore e populista nelle elezioni di Giugno, potrebbe non essere l’ultimo cambiamento dell’assetto istituzionale turco.

Tuttavia, dopo l’iniziale shock e il successivo terremoto istituzionale, è stato già raggiunto in settimana  un accordo sulle nuove nomine dopo le dimissioni dei verticimilitari. L’intesa, raggiunta grazie ad una delicata mediazione portata avanti dallo stesso Erdogan e dal capo di stato maggiore ad interim Necdet Ozel, si è conclusa dopo diverse riunioni fiume ed è frutto di un “ampio consenso” tra le parti secondo la stampa turca.

Ozel, di fronte un esecutivo tutt’altro che favorevole all’establishment militare, ha saputo senza dubbio gestire un evento storico per la nazione affrontando con responsabilità il suo ruolo istituzionale alla luce della crisi politica attuale. Erdogan dal canto suo ha ottenuto maggiore potere per il suo governo, ma nello stesso tempo dovrà dimostrare capacità diplomatiche e abilità politiche per continuare su nuovi binari i rapporti con le forze armate, che restano pur sempre un soggetto politico molto influente nel paese.

Certo, molti dei detrattori avvertono dello strisciante autoritarismo della politica del primo ministro Erdogan e della possibilità che l’AKP sfrutti le strutture istituzionali per allargare maggiormente il proprio consenso all’interno del paese. L’accusa principale è quella di aver fomentato un clima di sospetto verso i militari per motivazioni politiche e aver gettato discredito sul loro operato nei confronti del problema curdo e del partito separatista PKK.

Ma ad essere maggiormente allarmati dal precipitare degli eventi sono soprattutto i laici che temono una maggiore islamizzazione della società, e puntano il dito verso il crescente ruolo che la politica estera neo-ottomanadi Erdogan persegue nei confronti del mondo arabo e contro Israele.

Certo, ci sono segnali contrastanti su come potrebbe evolversi la situazione politica della Turchia e come questi eventi si ripercuoteranno sulla stabilità della nazione. Questo brusco punto di svolta nelle relazioni tra istituzioni militari e civili sicuramente contribuirà ad una maggiore qualità della democrazia in Turchia ma potrebbe anche consegnare le chiavi del potere ad un unico partito dichiaratamente islamico-conservatore.
 

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1 COMMENT

  1. Preferivo i militari.
    Qualunque rafforzamento dei filo islamici in un Paese è per l’Europa, negativo.
    Se consideriamo che la Turchia vorrebbe entrare nella UE ,portandoci in casa decine di milioni di islamici, l’esercito più potente in Europa, dopo quello russo, e una economia che cresce rapidamente,
    quale sarebbe il suo peso politico ?
    Enorme, visto il continuo calarsi le brache dei governi europei di fronte alla invasione islamica.
    Si diceva: mamma li turchi ! Era vero.

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