Home News Essere cristiani al tempo del coronavirus: scalpitare oppure obbedire?

“Talvolta abbiamo  bisogno della fame per capire di nuovo i doni del Signore”

Essere cristiani al tempo del coronavirus: scalpitare oppure obbedire?

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Negli ultimi giorni si sono sollevate continue polemiche sulle misure adottate dalla chiesa per fronteggiare l’emergenza in atto. Il culmine è stato raggiunto quando è arrivato lo stop alle celebrazioni eucaristiche aperte ai fedeli. Si sono levati gli scudi e sguainate le spade a suon di “vaticano ateo” e indignati “vergogna!”.

A questo puntare i piedi c’è un’alternativa e si potrebbe riassumere con una espressione romana: stacce! 

Sì, fermarsi e stare in questa notte perché “la ribellione non salva, ma distrugge l’amore”. Così scriveva Benedetto XVI. Ed è tanto vero nelle relazioni umane (le dialettiche polemiche soffocano e inquinano i sentimenti più belli!) quanto nella relazione con Dio.

Si potrebbe partire col valutare l’opzione di obbedire, abbandonando quegli slanci impetuosi – spesso nutriti da dosi massicce d’amor proprio e dalla convinzione di perfezione –  che illudono di essere vicini ai moti passionali e santi di Giovanna d’Arco o Caterina da Siena.

Insomma, accettare la solitudine imposta, fidarsi delle misure adottate, attraversare la propria vulnerabilità e piccolezza di fronte agli eventi in corso per tornare a se stessi. Già Sant’Agostino invitava a non uscire fuori di sé (e in questi tempi, chi si muove!) ma a tornare a sé. Perché è nell’intimo dell’uomo, nel cuore, che abita la Verità. Quale tempo più propizio della quarantena?

Il progresso spirituale può passare da strade inesplorate e inedite che, a volte, il legalismo di chi pensa a un Dio lontano, nell’ “alto dei cieli” (a contare banalmente gli appuntamenti mancati a messa e a giudicare, con l’indice puntato, la coerenza della nostra condotta) può non immaginare.

Questo passaggio scuro della nostra storia potrebbe rappresentare l’occasione per scegliere di vivere il “qui ed ora”, con speranza. Con quella “fiducia lieta” suggerita da Chesterton. Che non consiste nel pianificare il futuro o nel chiedere conferme perché le cose vadano secondo i propri piani e desideri, ma coincide con la libertà di attraversare il buio dell’incertezza e della paura, accompagnati dal Padre. Tornare ad essere figli. E così, aggiungeva lo scrittore e giornalista inglese, qualunque cosa accada, Lui, che ha sconfitto la morte per sempre, è con noi.

È un’ora dura ma, sarebbe sciocco sprecarla, non trarvi nulla. 

“Talvolta abbiamo bisogno di una medicina contro la caduta nella semplice abitudine. Talvolta abbiamo bisogno della fame per capire di nuovo i doni del Signore”, scriveva il Papa Emerito.

Stacce!

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