Risorse sprecate

Europa: la cultura per uscire dal guado

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In un lungo articolo del 1984 sul Corriere della Sera il celebre storico francese Fernand Braudel lamentava come, a quasi trent’anni (all’epoca) dalla firma dei trattati comunitari, stentasse a emergere e ad essere valorizzata la concezione di una “cultura comune europea”. Eppure, sosteneva Braudel, agli albori della globalizzazione, al cospetto di una prossima radicale ridefinizione della mappa geopolitica del mondo, la cultura era la carta vincente dell’Europa.

Se il primato politico ed economico del continente era ormai un lontano ricordo e i limiti dell’integrazione mettevano in forse la stessa capacità di competere sul mercato globale, l’Europa poteva ancora contare su un indiscutibile, per quanto vago, primato culturale. Il Vecchio Continente era il punto di irradiazione di un sistema di valori capace di attecchire in tutti gli angoli del mondo, all’interno di soggetti politici dai caratteri assai diversi: dalla superpotenza americana ai Moloc sbreccati d’oltrecortina, dall’America Latina all’Oceania, dall’Estremo Oriente alle immense sabbie della “Umma”.

In nessun altro ambito come in quello culturale, sosteneva Braudel, “l’Europa è esplosa sul mondo”. Con l’effetto che “l’Europa culturale si stende, come una veste immensa, sopra l’Europa geografica”. Figure come Dante e Cervantes, Shakespeare e Mozart, Goethe e Rabelais hanno inciso sul Vecchio Continente, e su ogni angolo del pianeta, assai più di quanto non siano riusciti a fare, anche solo lontanamente, Carlo V o il Re Sole, Cromwell o Garibaldi, Bismarck o Napoleone. E allora perché mai, si chiedeva Braudel nell’Europa “adolescente” degli anni ’80, “la cultura non è all’ordine del giorno con il massimo rilievo possibile?”.

Oggi, a trent’anni di distanza da quell’articolo, la situazione è perfino peggiore. L’Europa ha compiuto l’unione monetaria e ha moltiplicato la sua burocrazia, ma sembra aver perduto lo slancio vitale che l’ha accompagnata attraverso i secoli: appare invecchiata, sciupata dalla crisi, dalla stanchezza, da un’idea politica che doveva essere “giovane” e “grandiosa” e si è provata “vizza”, “cervellotica”, “vacua”. La parabola dell’integrazione pare ricondotta, per ironia, all’essenza del mito classico: come la fanciulla irretita da Zeus e derubata della verginità con l’inganno, il progetto politico più ambizioso del XX secolo è stato scippato dai governi (e dai burocrati) ai popoli.

Oggi il pallido fantasma di quel progetto è sospeso a metà del guado, tra la tentazione di regredire allo storico canovaccio di rivalità nazionali e lo sforzo immaginoso di proiettarsi verso il futuro globale; vacilla, resta esposto alle correnti e a tutto il turbinio di vortici che può definitivamente travolgerlo. Di un’autentica, consapevole integrazione culturale ancora neanche l’ombra… Ticchi e ubbie, pregiudizi e idiosincrasie governano i rapporti tra le nazioni molto più della coscienza di un’identità comune. Al punto di aver innescato un progressivo decadimento dello spirito europeista negli stessi cittadini europei.

Altro che lenta ma crescente affezione verso la causa (e la casa) comune! Tutte le più recenti intese comunitarie sottoposte al voto popolare, a cominciare dalla cosiddetta “costituzione europea”, sono state malamente rigettate o accolte freddamente, per non dire controvoglia, con margini risicati e un certo disagio. La crisi economica e la risposta, timida e tardiva, dell’Unione hanno chiaramente esasperato questa tendenza fino a portare, per la prima volta, al centro della ribalta movimenti che apertamente contestano la moneta unica e l’impalcatura comunitaria. Come mai nel recente passato, l’idea di Europa rischia di diventare “fuori moda”. Irrealistica e perfino impopolare.

Per scongiurare la iattura le ricette sono arcinote. Alla dittatura dei numeri, si dice, dovrebbe sostituirsi una strategia più flessibile e un programma di vera politica economica; l’unione monetaria dovrebbe trasformarsi in una concreta aggregazione politica. Ma forse l’antidoto va cercato più a fondo, nella cultura come fonte e cemento essenziale dell’unità europea.

Recuperare e ricostruire un’identità comune del Vecchio Continente è la via maestra per orientare la bussola del processo di integrazione, il passaggio indispensabile per far emergere un senso di solidarietà e fratellanza tra i popoli. Non solo: riaffermare e rinnovare la sua identità culturale è il modo, per l’Europa, di conquistare nuova dignità sulla scena internazionale, di comprendere e magari di dirigere i processi che governano l’evoluzione della società globale. E’ l’unica maniera di tenere gli occhi aperti, a un tempo, su se stessa e sul mondo, sulle “altre Europe” che popolano il mondo.
 

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