Europa: la decadenza s’insegna sui libri
24 Febbraio 2008
Gli energumeni della Sapienza a Roma, ma non solo. “La
filosofia europea del fallimento”, Europe’s
Philosophy of Failure, è il titolo di un saggio che il giornalista tedesco
Stefan Theil, corrispondente economico dall’Europa per Newsweek, ha appena pubblicato per Foreign Policy: il bimestrale fondato nel 1970 da Samuel Huntington
e edito dal Carnegie Endowment for
International Peace di Washington. Se ne deduce che non solo in Italia, ma
in tutta l’Europa i giovani sono formati da scuola e università in base a
valori assolutamente antitetici a quelli di democrazia, mercato e efficienza su
cui le loro società sostengono di basarsi. Come scrive Theil, “in Francia e
Germania gli studenti sono costretti a sottoporsi a un’indottrinamento
pericoloso. Convinti che principi economici come il capitalismo, i liberi
mercati e l’imprenditoria siano barbari, insani e immorali, questi ragazzi sono
cresciuti a una dieta di pregiudizio e faziosità. Riuscire a scalzarla può
determinare se le economie d’Europa prospereranno o continueranno a rimanere
indietro”.
Il bello è che Theil non ha letto i libri di testo italiani,
ma si è limitato a dare una scorsa a quelli appunto francesi e tedeschi. Ma gli
è bastato per comparare l’anti-occidentalismo che ne stilla fuori con quello che
si potrebbe apprendere “nelle madrasse del Pakistan o nelle scuole statali
dell’Arabia Saudita”. Una “Storia del XX secolo” in tre volumi diffusissima
nella scuola media superiore francese spiega ad esempio che “la crescita
economica impone una forma di vita agitata, che produce superlavoro, stress,
depressione nervosa, infermità cardiovascolari e, secondo alcuni, anche lo
sviluppo del cancro”. Il giudizio dello stesso testo sugli ultimi 20 anni di
storia mondiale è che “è raddoppiata la ricchezza, sono raddoppiate
disoccupazione, povertà e esclusione, i cui cattivi effetti costituiscono il
retroscena di un malanno sociale profondo”. Perché il XXI secolo inizi con “una
consapevolezza dei limiti alla crescita e dei rischi posti all’umanità dalla
crescita economica”, l’auspicio è dunque “l’imbrigliamento del capitalismo su
scala planetaria”. Un “capitalismo” costantemente accompagnato dagli aggettivi
“brutale”, “selvaggio” “neoliberale”, “americano”, considerati evidentemente
sinonimi. Il testo è del 2005. C’è poi un corso di un anno sempre alla scuola
superiore francese che si chiama Scienze Economiche e Sociali, tra i cui
capitoli ci sono: “Contrasti Sociali e Ineguaglianza”, “Mobilitazione Sociale e
Conflitto”, “Povertà ed Esclusione”, “Globalizzazione e Regolazione”. Solo un
terzo del corso è dedicato a imprese e mercati, e anche lì con ampi riferimenti
a sindacati, politiche di intervento del governo, limiti del mercato e pericoli
della crescita. Conclude Theil che i francesi “quando si laureano possono non
sapere molto su offerta e domanda, o su come funziona un’impresa. Ma in
compenso saranno ferratissimi sul rischio di McDonaldizzazione del mondo e sui
benefici della Tobin Tax”.
In Germania le cose sono un po’ diverse rispetto alla
giacobina e centralizzata Francia, perché in regime federale ognuno dei 16
länder ha un sistema scolastico per conto proprio. Ma pressoché tutti nei loro
corsi di Economia insistono comunque sul conflitto tra datori di lavoro e
dipendenti, descrivendo con pignoleria appunto tipicamente teutonica le minuzie
di relazioni industriali, conflitti sui luoghi di lavoro, contrattazione
collettiva, sindacati, sciopero e protezione del lavoratore. “Anche una rapida
occhiata ai libri di testo mostra che molti sono scritti secondo la prospettiva
di un futuro lavoratore dipendente con contratto sindacale”. L’imprenditore è
visto con stereotipi caricaturali, e un testo di studi sociali della decima
classe a un capitolo su “Cosa fare contro la disoccupazione” non parla di
politica economica o di auto-impiego, ma di come i disoccupati possono
organizzarsi per fare manifestazioni. D’altronde l’analisi sulla ragione della
disoccupazione stessa è di tipo strettamente luddista: colpa di computer, robot
e Internet!
Il risultato? Stando ai sondaggi, tre americani su cinque
sognano di diventare gli imprenditori di sé stessi, ma solo due tedeschi o
francesi su cinque. Mentre l’8% degli americani sta facendo partire un business
e il 28% ci sta pensando, le cifre corrispondenti sono del 2 e 18% tra i tedeschi;
dell’1 e 11% tra i francesi. D’altronde nel 2005 solo il 36% dei francesi si
dichiarava favorevole alla libera impresa, mentre l’appoggio dei tedeschi
all’ideale del socialismo è cresciuto dal 36% del 1991 al 47% del 2007.
