Europee e Amministrative: c’è ancora qualcosa da dire sul voto al Nord

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Europee e Amministrative: c’è ancora qualcosa da dire sul voto al Nord

15 Giugno 2009

Qualche osservazione sul voto del Nord. Un fenomeno da considerare con attenzione è l’affermazione degli ex missini settentrionali: non solo conquistano – con un numero considerevole di preferenze – due eletti (Ignazio La Russa e Carlo Fidanza) nel Parlamento europeo (scartando la veterana Cristiana Muscardini – ma sarà recuperata – che si era opposta per conto di Gianfranco Fini, qualche anno fa, a La Russa) ma sono anche eletti sindaci a Bergamo Franco Tentorio, e a Verbania Marco Zacchera, e Daniele Nava presidente della provincia a Lecco.

Al Nord, per lungo tempo, gli ex missini riuscivano solo raramente e con enormi difficoltà a diventare “numeri uno”. Al massimo erano (pur assai popolari) “numeri due” come Riccardo De Corato, vicesindaco di Milano. La caduta di questa barriera costituirà un potente elemento di accelerazione per la costituzione di un vero partito di centrodestra. E porrà anche un qualche problema alla tattica di Fini di differenziarsi nel modo più visibile dall’asse Berlusconi (Tremonti)-Bossi: per il futuro nelle sue mosse il presidente della Camera potrà contare molto meno su un riflesso “nazionalista” dei suoi vecchi commilitoni, che ben bene integrati nei meccanismi locali saranno particolarmente attenti alle comunità che devono – ora anche in prima persona – amministrare. Chi si appiattirà su Fini correrà il rischio di contare molto (ma veramente molto) meno.

Largo ai giovani: finalmente dalle parole si passa a qualche fatto. E non ci sono solo i sindaci leghisti spesso trentenni. Anche il Pd ha i suoi risultati migliori quando punta su giovanotti trenta-quarantenni (come a Cormano dove arriva al 66 per cento con Roberto Cornelli) o come a Settimo Milanese (con Massimo Sacchi) dove arriva al 59 per cento. Giovani e culturalmente capaci: ecco il mix che riesce a contrastare a sinistra l’ondata di declino. Ma funziona anche nel Popolo delle libertà dove a Pavia un giovane ventinovenne (Alessandro Cattaneo) sbaraglia la precedente maggioranza di sinistra.

Negli scorsi giorni avevo scritto sul Foglio che per contrastare qualche suo recente scatto di arroganza, Silvio Berlusconi avrebbe dovuto ascoltare di più ex dc maestri nell’arte di porgersi con soavità agli elettori e avevo fatto anche il none di Gian Carlo Abelli: indicazione che mi è costata una serie di tefonate ora di cittadini pavesi ora di vecchi dc che mi hanno spiegato come in realtà Abelli sia un duro. Sarà anche un duro ma poi c’ha trovatine come quelle di selezionare un giovane dalla bella faccia (e dalla mente fresca) che conquista il municipio della città bagnata dal Ticino. A proposito ancora di Pavia va osservato come la scelta del Pd di ripresentare come candidato il predecessore (Andrea Albergati) dell’ultimo sindaco (o sindaca: Piera Capitelli) della sinistra – che ha fatto per sua incapacità un solo mandato – non è servita a vincere. Si ha l’impressione (così è successo con Francesco Rutelli, Enzo Bianco, Leoluca Orlando e altri) che mentre un sindaco che si ripresenta subito è fortissimo, se lo fa – costretto peraltro dalla legge – dopo una pausa, diventa una minestra riscaldata.

E’ questa una brutta notizia per Gabriele Albertini? L’ex sindaco di Milano ha fatto capire a mezza voce che se servisse tornerebbe a Palazzo Marino, dove sono forti le indiscrezioni secondo le quali Letizia Moratti non correrebbe per un secondo turno. Anche il voto europeo dimostra qualche problemino per l’attuale guida dell’amministrazione ambrosiana. Guido Podestà candidato del centrodestra ha preso poco più del 48 per cento dei voti, prendendo poco più del 47 per cento nella città capoluogo e più del 49 per cento nell’intorno di Milano. Al di là di tutti i sofismi sparsi dopo l’evento (è colpa della Lega, il Pdl va meglio del 2006 e così via), è la prima volta che succede che il centrodestra prende meno voti in città che in un intorno dalle vaste zone rosseggianti. Non è certamente un fatto incoraggiante per Palazzo Marino.

Comunque al di là di tutto, è strepitoso il voto raccolto ancora da Albertini alle europee. Certo, meno che nel 2004, ma questa volta correva senza l’appoggio della strepitosa macchina da voti ciellina di Mario Mauro, impegnata su altri candidati. Si ha la sensazione che molti milanesi (e forse milanisti) abbiano votato Albertini perché pensano che averlo scambiato con la Moratti sia come far giocare invece di Kakà (a proposito una leggenda metropolitana dice che gli scrutatori avrebbero trovato migliaia di schede con su scritto: non si vende Kakà) Luca Toni.