Eutanasia, nei prometeici Stati Uniti la morte sarà una pratica burocratica?

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Eutanasia, nei prometeici Stati Uniti la morte sarà una pratica burocratica?

Eutanasia, nei prometeici Stati Uniti la morte sarà una pratica burocratica?

16 Settembre 2009

Come se non ci fossero già abbastanza polemiche sulla sanità, la Corte suprema del Montana ha scelto proprio questo mese per decidere se quello stato dovrà uniformarsi ai limitrofi Oregon e Washington nell’adottare il suicidio sotto controllo medico.

Quel che è in ballo è il diritto all’eutanasia volontaria, non la sorta di “stacco della spina” forzato che alcuni repubblicani hanno detto si nasconderebbe tra le righe della riforma sanitaria attualmente in discussione. Ma non c’è bisogno di condividere gli allarmi lanciati da una Sarah Palin per scorgere i pericoli insiti nell’incontro tra suicidio assistito e riforma sanitaria.

Si considerino le parole di un eminente oncologo, nonché riconosciuta autorità morale in bioetica e sostenitore della riforma sanitaria, che nel 1997, proprio mentre la Corte suprema stava esaminando il tema, così criticava il suicidio assistito: “Una volta legalizzato – avvertiva il nostro sulle pagine di The Atlantic – l’eutanasia diventerebbe routine. Col tempo, i dottori prenderebbero confidenza con le iniezioni letali e gli americani si abituerebbero a considerare l’eutanasia come una possibilità”. E da qui, sarebbe facile scivolare in una situazione dove si darebbe la morte anche quando non sarebbe il caso. “Il nostro benessere potrebbe portarci a volere estendere questa scelta ad altri che, secondo il punto di vista della società, soffrono e conducono vite prive di scopo”.

C’è il benessere, e ci sono anche le ristrettezze di bilancio. L’eutanasia, continua il “bio-eticista”, potrebbe trasformarsi da scelta eccezionale a qualcosa di molto vicino a un obbligo “nel contesto di una pressione demografica e finanziaria su Social Security (previdenza sociale, ndt) e Medicare (assistenza sanitaria a carico dello Stato per gli over 65, ndt) nel momento in cui la generazione del Baby Boom inizierà a congedarsi, verso il 2010”.

Nel grande dibattito del 2009 sulla riforma sanitaria, sembrerebbe di avere a che fare con quel genere di argomenti che uno si aspetterebbe di ascoltare da un esponente repubblicano. Quelle parole, però, sono state scritte da Ezekiel Emanuel, uno dei consiglieri della riforma sanitaria presso l’Office of Management and Budget, nonché fratello di Rahm Emanuel, il capo dello staff della Casa Bianca.

Ironia della sorte, adesso il dottor Emanuel è tra coloro che vengono accusati di volere una sorta di protocollo della morte, in parte a causa di un testo al quale ha collaborato, in cui si sostiene che le risorse mediche limitate (per esempio vaccini di emergenza, o organi da trapiantare) dovrebbero andare prioritariamente a pazienti più giovani e più sani rispetto a pazienti più anziani o cagionevoli. I suoi critici si sono avvalsi di quel saggio per insinuare che Emanuel – e, per estensione, l’amministrazione Obama – potrebbe sostenere un razionamento dell’assistenza sanitaria basato su considerazioni di età e di salute pregressa.

Eppure i conservatori che lo bollano, ingiustamente, come “dottor morte”, potrebbero altrettanto bene citarlo. Dodici anni dopo, il saggio di Emanuel apparso su The Atlantic resta una lucida esposizione di quella china scivolosa, sempre possibile, che potrebbe portare, soprattutto in un contesto di sanità gestita dal governo, a una sorta di morte-per-burocrazia.

In ogni caso, il solo fatto che Ezekiel Emanuel e Sarah Palin concordino sull’esistenza di una tale, pericolosa china, non vuol dire che gli Stati Uniti dovranno scivolarci sopra.

Da un punto di vista che privilegi il problema dei costi, non c’è dubbio che il suicidio assistito potrebbe portare a qualche sinistra forma di razionamento. L’esperienza europea, del resto, offre numerosi avvertimenti al riguardo, dal diffondersi di eutanasie non così volontarie in un’Olanda che ha accettato il suicidio assistito, alla recente controversia sorta in Gran Bretagna attorno al “Liverpool Care Pathway”, in cui il protocollo di cura per i malati terminali apre la possibilità di sospendere la terapia prima che la morte del paziente sia certa al di là di ogni dubbio.  

Ma la via americana alla morte è differente. Il nostro muovere verso il suicidio assistito sorge dalla stessa ricerca di dominio sulla mortalità che ci porta a spendere quasi il doppio, per la salute, di ogni altra nazione evoluta. E i nostri istinti sono inclinati tanto marcatamente verso una spesa illimitata che è più facile immaginarsi un governo che va in bancarotta pur di garantire cure salvavita, piuttosto che una burocrazia preoccupata dei costi che spinga i dottori a somministrare overdose letali.

Suona paradossale associare il desiderio di un’assistenza medica illimitata a quello per l’introduzione del suicidio assistito. Ma l’idea che esista un diritto alla più costosa assistenza sanitaria quando si vuole vivere non è poi così diverso dall’idea che esista il diritto di morire dolcemente una volta che la vita non appaia più degna di essere vissuta.

In entrambi i casi, l’obiettivo è l’autonomia perfetta, il controllo perfetto, e la libertà di scelta assoluta. E in entrambi i casi, un approccio diverso, che sottolinei i limiti delle possibilità umane e l’importanza dell’umiltà di fronte al mistero della morte, non sarebbe consono al Dna dell’America.

Ci sono molte buone ragioni per opporsi al suicidio assistito. Questa pratica trasforma una professione salvifica in un lavoro che uccide. Porta le famiglie a considerare la lenta morte di un loro caro come un problema da risolvere, piuttosto che come una prova da sostenere. E, come notava Emanuel nel suo scritto del ’97, i suoi “beneficiari” sono assai più soggetti a soffrire di un gravissimo disagio psicologico, piuttosto che di una pena fisica insopportabile.

Ma nei dissoluti, prometeici Stati Uniti, il suicidio assistito probabilmente non porterebbe a una eutanasia da razionamento. Diventerebbe piuttosto una “prestazione” in più da pretendere all’atto di sottoscrivere una polizza sanitaria – lungo la strada, magari, di un appuntamento con il suicidio fiscale.

Tratto da The New York Times

Traduzione di Enrico De Simone