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Ex azionisti e post-fascisti: anime in pena nel limbo delle ideologie forti

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L’articolo in forma di lettera pubblicato su ‘Repubblica’ il 9 febbraio u.s., a firma di Walter Veltroni, ‘Forse è tempo di riscoprire la parabola dell’azionismo’, deve essere stato, per Luciano Lanna, un’autentica folgorazione sulla via di Damasco. Una serie di idee, di dubbi, di ipotesi ardite che da tempo gli frullavano nella testa, grazie al più eminente teorico del PD, si sono di colpo ordinate concettualmente in un nucleo di pensiero forte che consente di proiettare nuova luce e di scoprire affinità elettive tra momenti e personaggi della storia del Novecento italiano che la retorica demoliberale e resistenziale aveva isolato in chiusi e incomunicabili universi mentali. Grazie a Veltroni e al suo commento della lettera di Beniamino Placido alla figlia  – una lettera in cui si parla di azionismo e che sta assumendo un valore epocale non inferiore alle ‘Lettere a Lucilio’ di Seneca o a quelle di Paolo di Tarso ai Corinzi – nell’animo di Lanna si è fatta chiarezza. L’ex postfascista ne è uscito rigenerato e con la tranquilla coscienza di chi, finalmente, può recuperare e riscattare la sua passata militanza e conferirle un senso e un significato che, senza quel magistrale articolo su ‘Repubblica’, sarebbero ancora per tanto tempo rimasti in ombra.

C’è qualche piccolo, trascurabile, dettaglio, tuttavia, che vorremmo umilmente segnalare al ‘redimito di fior purpurei’ ideologo del ‘Secolo d’Italia’. Placido , ricordando lo zio Valentino, fondatore della sezione di Rionero del Partito d’Azione, scriveva che gli “azionisti erano fermamente avversi alla Russia di Stalin. Mai neppure per un momento cedettero alle fiabesche sciocchezze che sulla Russia comunista i comunisti italiani allora dicevano”. Beh, andiamoci piano. Fautori della terza via tra collettivismo e capitalismo, gli intellettuali del Partito, soprattutto in Piemonte e in Toscana, non erano così equidistanti. Scriveva, ad esempio, Emilio Lussu : “chi ha avuto contatti con la Repubblica sovietica dove immensi sacrifici sono stati affrontati per realizzare, come era possibile in quel clima, il socialismo sa quanti milioni di giovani sono morti tubercolotici nel lavoro di 10/14 ore al giorno, lieti di aver dato col sacrificio una vita luminosa alla loro Patria”.( La gioia di quei pionieri del socialismo sarebbe stata ancora maggiore se avessero potuto cantare l’inno dei minatori composto da Umberto Eco, con sferzante ironia anticapitalistica, “quando scendo giù in miniera/ tengo sempre in bocca un fiore!”). Un altro gramsciazionista, Augusto Monti, avvertiva che “il Partito d’Azione è liberale: esso quindi vuole il comunismo per motivi liberali, vuol attuare il comunismo con metodi liberali” e, qualche tempo dopo, vedeva nella ‘lunga marcia’ di Mao Tse Tung l’espressione più alta del liberalismo del XX secolo!

Si dirà che Lussu, Monti, Ada Gobetti etc. erano azionisti anomali e che accanto ad essi v’erano un centro e una destra azionista – si pensi solo allo ‘Stato moderno’ di Mario Paggi – che avevano idee opposte sul “socialismo reale”. E’ vero ma se il partito era così lacerato dinanzi a una questione cruciale come il soviet communism dove va a finire la sua ‘esemplarità’? chi si fiderebbe di due guide alpine che indicano sentieri opposti al riparo dalle valanghe? Evidentemente c’era un filo rosso che univa tutte le anime dell’azionismo e che – come si disse poi per il fascismo –  consisteva in uno ‘stato d’animo’più che in una dottrina politica coerente e strutturata: in un’Erlebnis che ognuno poteva pensare di condividere e porre a fondamento del suo impegno etico-politico.

Lanna, che grazie a Veltroni pensa anche lui di esserci ‘entrato dentro’, si lancia in strabilianti sillogismi: preti (DC) e comunisti hanno stretto la nazione in una morsa conservatrice; gli azionisti, con la loro sensibilità morale e le loro altissime idealità civiche, furono le vittime e gli osservatori più acuti di quel compromesso storico; anche “un certo fascismo laico, libertario e repubblicano” trovò la sua ragion d’essere nell’opposizione alla dittatura rossonera e non esitò a rischiare la vita, sia pure dalla parte sbagliata;il “miglior azionismo” e il fascismo della “Repubblica del Nord”, avendo comuni nemici, debbono finalmente prender atto che tale comunanza rinvia a una identica ‘razza dello spirito’, per dirla col vecchio Evola.

In questa prospettiva, incontri ed episodi vissuti anni fa da Lanna rivelano tutta la loro emblematicità. “Beniamino Placido nell'unica conversazione che ebbe con chi scrive – eravamo nell'autunno del '91 – disse che, proprio con quello stato d'animo || quello che il grande Ennio Flaiano compendiava nel malinconico rilievo: “La nostra generazione l'ha preso in culo: i preti da una parte, i comunisti dall'altra”|| , lui giovanissimo riuscì a comprendere anche le ragioni dei suoi coetanei che nel '44 avevano scelto di andare nella Repubblica del Nord, confermando quella stessa concordia discors che esistenzialmente e anche filosoficamente si poneva tra il miglior azionismo e un certo fascismo laico, libertario e repubblicano che, nonostante tutto, è storicamente esistito, quantomeno nella mente di tanti giovani in buona fede”. Che gli azionisti fossero così ‘comprensivi’nei confronti dei loro nemici, per la verità, non se n’era accorto nessuno: in ogni caso fecero di tutto per dare un’impressione opposta. Il loro fanatico antifascismo, la loro cocente delusione per la mancata epurazione, la loro critica feroce del revisionismo storiografico defeliciano (fu un comunista doc, Giorgio Amendola, a invitare la sinistra a confrontarsi con lo storico del duce, in anni in cui il radicalismo azionista borghese sparava a zero contro il docente romano), evidentemente, erano fumo negli occhi per nascondere inconfessabili passioni segrete!

Ma la rimozione non è ancora l’aspetto che più sconcerta in questo inaspettato encomio di Veltroni. Assai più grave è l’utilizzo strumentale delle tesi ‘revisioniste’ svuotate della loro portata storica e teorica. Augusto Del Noce, come scrive Lanna, è stato, sì, il filosofo cattolico che ha evidenziato” la comune genesi nell'interventismo rivoluzionario della prima guerra mondiale dei due fenomeni fascista e azionista” ma all’interno di un’analisi ‘metapolitica’ del fascismo riguardato come “peccato della cultura” – e non contro la cultura – e come versione ‘realistica’ di un attivismo dissolutore della tradizione, in concorrenza con la versione ‘moralistica’(gramsciazionista), entro uno scontro di civiltà tanto più cruento quanto più “fratricida”. La storiografia liberale, che le accolse in parte, vide nelle tesi di Del Noce la spiegazione del ritardo italiano ovvero della mancata secolarizzazione di un sistema politico bisognoso di Satana – in camicia nera o rossa, poco importa – per predicare la parola di Dio.

Del tutto estraneo ai valori della società aperta, Lanna affida la sua ricetta salvifica all’incontro di due (finora opposte) negazioni della democrazia liberale, quella del fascismo-movimento, riemerso nella Repubblica Sociale,e quella del giacobinismo azionista, col suo disegno (intimamente totalitario) di ‘rifare l’anima della nazione’. A suo dire, il patto della nuova alleanza sarebbe stato scritto, fin dal 1990, nel libro del parlamentare missino Franco Franchi “Caro nemico, la Costituzione scomoda di Duccio Galimberti” (Settimo Sigillo), in cui “i modelli costituzionali dell'azionista eroe nazionale della Resistenza venivano intrecciati e in buona parte assimilati a quelli della destra democratica presidenzialista e antipartitocratica”. Sennonché il Progetto politico elaborato da Galimberti, poco prima di venir ammazzato dai nazisti, e tanto apprezzato da Franchi, non era “antipartitocratico”ma, tout court, “antipartitico”!L’articolo 56 dettava: “E’ garantita la libertà di pensiero ma è vietata la costituzione di partiti politici”. Nel riproporlo, a cosa pensa Lanna? al ritorno alle corporazioni – democraticamente rette, beninteso – e alla fine della concezione moderna della rappresentanza politica?

Fa uno strano effetto leggere sul ‘Secolo d’Italia’ che l’azionismo fu una grande occasione perduta giacché i suoi uomini non riuscirono a riformare l’Italia del secondo dopoguerra. Citando una fonte ineccepibile come Massimo Teodori, Lanna scrive che “malgrado la fioritura di iniziative politico-culturali, le aspirazioni radicalmente innovative del Partito d'Azione non decollarono, neppure quando gli azionisti, con Parri presidente, guidarono il governo». Di più: «Norberto Bobbio, considerato il simbolo dell'azionismo torinese, non ha mai esercitato - aggiunge Teodori - una reale influenza politica: né quando polemizzò con Togliatti e il comunismo, né più tardi...».

 Alla sconfitta oggi si può rimediare, sol che si presti ascolto alle parole profetiche di Walter Veltroni e alle sue idee tanto semplici quanto geniali. Il catalogo è questo: “ l'idea di una politica animata da una forte tensione etica, con una forte componente di moralità e di coerenza con i propri ideali; la convinzione che il gioco democratico non possa funzionare senza un chiaro, limpido e netto conflitto di idee e posizioni alternative; il senso vivissimo delle questioni dello Stato e del suo governo; l'assoluta necessità di istituzioni efficienti per dare stabilità al Paese e per far crescere nei cittadini il senso di appartenere a una comunità; il valore della legalità e della responsabilità; una costante attenzione al rapporto tra politica e società, da intendere in modo dinamico e biunivoco, dando spazio alle individualità e ai soggetti sociali, senza le chiusure tipiche di una concezione ‘professionale’ della politica”. Se abbiamo capito bene, gli avversari ideologici degli azionisti sarebbero i politici corrotti (‘senza tensione etica’), quelli che non vogliono confrontarsi con ‘posizioni alternative’, quelli che non hanno il senso dello Stato e non vogliono istituzioni efficienti, quelli che non danno spazio “alle individualità e ai soggetti sociali”. Insomma, tutti i buoni da una parte e tutti i cattivi dall’altra: ma quale partito o leader politico acconsentirà a farsi appuntare sul petto la stella gialla dal duo Veltroni-Lanna? In realtà, ci troviamo dinanzi a messaggi di fumo, consegnati a uno stile storicistico e ammiccante, che lungi dal delineare i contorni di concrete, innovative strategie politiche, ripropone, pari pari, quel ‘partito delle persone oneste’ che secondo la penna icastica di Benedetto Croce da sempre canta negli animi di tutti gli imbecilli.

Dinanzi a questo ennesimo, fatuo, insensato repechage del Partito d’Azione anche quanti come lo scrivente non lo hanno mai avuto in gran simpatia (per i suoi programmi non per i suoi uomini) finiscono per farsene i difensori d’ufficio. E qui almeno per due ragioni. La prima, di carattere personale, riguarda la coerenza politica di Veltroni. Il nuovo cantore del Partito d’Azione, ci si chiede, non è il segretario del PD che preferì Antonio Di Pietro a Pannella e alla Bonino –  due animali politici che, nel bene e nel male, possono, con più legittimità di altri, rivendicare l’eredità azionista? E’ stata l’anima di Piero Calamandrei a fargli preferire i manettari ai libertari? Negli scritti di un indimenticabile maestro di filosofia morale come Guido Calogero ha letto che la ‘civiltà del diritto’ impone di sostituire il principio della presunzione di colpevolezza alla presunzione d’innocenza ?

La seconda ragione ha a che fare col’brodo primordiale’ che bolle nella mente di Veltroni e che Lanna ha scambiato per il pranzo di Babette. “ Ecco, al di là della vicenda «terrena» del Partito d'Azione, credo sia lecito pensare che una democrazia compiuta, una democrazia integrale, per essere veramente tale avrebbe avuto bisogno (ha bisogno) di comprendere al suo interno più di un elemento di quelli sostenuti dagli azionisti. Elementi che oggi si incontrerebbero e si fonderebbero con le culture del personalismo cristiano, della solidarietà, del comunitarismo, della sostenibilità dello sviluppo, di quella tensione alla giustizia sociale e alla correzione delle disuguaglianze che è scritta nel pensiero del riformismo socialista. Un incontro e una fusione che sarebbe quanto di più vicino alle moderne culture democratiche occidentali”. In sostanza , il sacro fuoco azionista, utilizzato come combustibile per la cottura del gran minestrone ideologico in cui dovranno fondersi e amalgamarsi don Gallo e Alain de Benoist, no global e riformisti socialisti, verdi e rossi, ambientalisti e fautori del capitalismo etico, i nipoti di Giuseppe Dossetti e i nipoti di Carlo Rosselli. E il tutto in nome della ‘democrazia occidentale’!

Veltroni, da una parte, il suo estimatore Lanna, dall’altra, dimostrano una cosa sola: che gli eredi delle ideologie ‘forti’ sono samurai allo sbando: oggi qua, domani là. Li si ritrova in ogni angolo dell’universo ideologico, tranne che nella ‘terra promessa’ del liberalismo: c’è in loro un istinto sicuro che li porta a starne alla larga sicché tornano immancabilmente al punto da cui erano partiti, come l’ariostesco Ferraù che nel bosco molto “s’avvolse” ma “ritrovossi al fine onde si tolse”.

Dino Cofrancesco

 

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