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Faber, l’anarco-individualista che militava senza essere militante

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L’11 gennaio di ventidue anni fa scompariva l’uomo che più di ogni altro ha lasciato una traccia indelebile nella storia della canzone italiana e che con le sue melodie ed i suoi testi ha accompagnato le nostre vite: Fabrizio De André. Eppure Fabrizio era un uomo timido, riservato, quasi modesto, al punto che per un lungo tratto della sua carriera si rifiutò di tenere concerti dal vivo. L’esatto opposto di una star!!!

Ripercorrendo la sua storia si rimane impressionati dalla ricchezza e raffinatezza della sua formazione culturale, dei suoi riferimenti intellettuali tutti puntualmente presenti nelle sue canzoni. Da Jacques Prévert ai vangeli apocrifi, da Edgar Lee Masters a Leonard Cohen, da Bob Dylan a Gabriel Garcìa Marquez, da Alejandro Jodorowsky a Federico Fellini e a Georg Philipp Telemann.

Lui si definiva un anarco-individualista e la sua visione del mondo è molto presente nelle sue opere. Ma lo è in modo discreto, senza mai risultare fastidiosamente sovrastante rispetto all’autenticità che deve caratterizzare la produzione artistica. Il focus della sua opera erano gli ultimi, i diseredati, gli emarginati, gli asimmetrici raccontati però in modo semplice e autentico, senza il fastidioso ricorso a quelle infrastrutture ideologiche che hanno dominato nella cultura giovanile di quegli anni. Al punto che nel corso della sua vita in più occasioni è stato duramente attaccato dalla stampa e dai critici militanti della sinistra extra-parlamentare che evidentemente gradiva autori più schierati, più militanti. Del resto se la Canzone del maggio del 1973 è stata una delle colonne sonore delle rivolte studentesche, già nel 1978 con la canzone Coda di lupo De André fece i conti con il fallimento storico dei movimenti giovanili di quegli anni. E forse proprio questa è stata la caratteristica più bella di Fabrizio De André: ha militato ma non è mai stato un militante!

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